TICenter – Tolkien e il dono della morte

Aragorn’s funeral (part.)

Torna, con sommo piacere, la rubrica tenuta dal nostro stimatissimo collaboratore, presidente del TICenter, Prof. Fulvio di Blasi. Sono stati mesi pieni di lavoro per Fulvio, i cui risultati cominciano solo ora ad affacciarsi sulle pagine della  televisione digitale della Thomas International Center University. Ma per queste ed altre straordinarie iniziative che il filosofo sta portando avanti faremo un articolo ad hoc; per ora godiamoci un nuovo lampo di genio dedicato al nostro autore fantasy preferito e a quello che, a detta dell’autore, è il suo dono più bello.

Continuate a seguirci e come al solito: buona lettura!

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Nel romanzo di J.R.R. Tolkien, Il Signore degli Anelli, gli esseri umani esistono in un mondo popolato di molte altre creature intelligenti. Alcune di esse, come Gandalf o Tom Bombadil, sono concepite più come angeli incarnati che come esseri materiali. La loro esistenza nella Terra di Mezzo (che è un’immagine del nostro mondo materiale) ha natura accidentale rispetto alla loro vera essenza. La loro dignità supera quella di chi è intrinsecamente fatto per avere carne ed ossa. Altre di queste creature intelligenti somigliano maggiormente ai tipici esseri fantastici dei mondi immaginari, la cui funzione è più di stimolare l’immaginazione dei lettori che di offrire una versione alternativa e competitiva dell’essere umano. Naturalmente, ogni creatura materiale intelligente è ultimamente un’immagine dell’essere umano, ma nel caso degli Hobbit, dei Nani o degli Orchi, le somiglianze afferiscono più a specifiche virtù e vizi che all’umanità in quanto tale.

C’è una creatura, però, che non è in alcun modo un angelo incarnato e che sembra essere concepita come una versione più perfetta, più alta, quasi trasfigurata, dell’essere umano. Questa creatura è al tempo stesso materiale e di forma umana, ma è più bella e potente dei meri esseri umani, ed è immortale. Naturalmente, mi riferisco agli elfi, che possono morire di morte violenta o per un dolore morale insopportabile, ma che non muoiono mai sul serio. Quando muoiono, infatti, i loro spiriti risiedono per un certo tempo nelle Aule di Mandos, un luogo di attesa gestito da un angelo delle più alte schiere, per poi fare ritorno nel mondo che avevano lasciato.

Molti, specialmente tra chi preferisce guardare la versione cinematografica del Signore degli Anelli a leggere il romanzo, si convincono facilmente che, in effetti, gli elfi possiedono una dignità più alta degli esseri umani. Una lettura attenta di Tolkien, tuttavia, e in particolar modo del Silmarillion, rivela che questa credenza è gravemente erronea.

Il Silmarillion è la cosmogonia del mondo fantastico di Tolkien. È una raccolta di storie brevi che narrano gli eroi e gli eventi del passato, molto prima che la storia del Signore degli Anelli ebbe inizio. Il Silmarillion si apre addirittura con la creazione del mondo da parte di Iluvatar, che è il nome di Dio nell’universo tolkeniano. Sfortunatamente, la raccolta non è completa, e non sapremo mai se Tolkien l’avrebbe pubblicata così perché è morto prima di avere l’opportunità di farlo. È suo figlio Christopher che si è fatto carico di mettere le storie insieme, correggere le bozze ed editare il libro. Forse Tolkien avrebbe riscritto o modificato alcune delle storie, o ne avrebbe aggiunte altre, o avrebbe rivisto l’intera struttura della cosmogonia. Quello che sappiamo è che la versione disponibile racconta anche della venuta ad esistenza sia degli elfi che degli esseri umani.

Nel Silmarillion, Tolkien spiega, tra le altre cose, che gli elfi tendono a disprezzare gli esseri umani: esseri che gli appaiono inferiori, bizzarri, condannati a raggiungere il loro più alto potenziale e sviluppo in un lasso di vita estremamente corto e insignificante, per poi immediatamente volgere al declino e morire. Per di più, nessuno sa dove essi vadano dopo la morte. Per un po’ soggiornano anche loro nelle Aule di Mandos, ma la fermata successiva è avvolta nel mistero. Gli elfi detestano l’idea che un umano e un elfo si innamorino, non solo perché quando un elfo si sposa con un essere umano rinuncia alla propria immortalità, ma anche, e forse soprattutto, perché l’unione stessa è vista come un declassamento dell’elfo: come un affronto alla sua superiore dignità.

Tolkien però vede le cose in maniera differente. Egli spiega che, alla fine dei tempi, non solo gli elfi ma perfino i più alti tra gli angeli invidieranno gli esseri umani per il loro destino. Invero, nella cosmogonia di Tolkien, gli umani ricevettero da Dio il più alto dei doni, che guarda caso coincide con ciò che gli elfi maggiormente aborriscono e non comprendono degli esseri umani: vale a dire, la morte. È rivelatore che Tolkien considera il più alto dei doni ciò che per gli elfi è condanna, mancanza di senso e fine precoce dell’esistenza umana. Eppure, la morte è per Tolkien la porta verso un livello più alto di esistenza. A differenza degli elfi, gli esseri umani sono fatti per qualcosa che va oltre la realtà terrena che sperimentiamo tutti i giorni. Ed è una magnifica immagine letteraria il fatto che è proprio l’atto di amore incondizionato con cui l’elfo rinuncia alla propria immortalità su questa terra a renderlo partecipe del dono più alto di Iluvatar fatto al genere umano. Ciò che per gli altri elfi è degradazione è elevazione agli occhi di Dio.

Gli elfi di Tolkien sono simili agli dei della mitologia greca. Sono potenti perché rappresentano la sublimazione della terra, ma i loro poteri, come i poteri di un vulcano, sono circoscritti e limitati dall’esistenza della terra per come la vediamo oggi. L’uomo è ben poco al cospetto del vulcano, del mare, dei tuoni e dei terremoti, ma questi scompaiono dopo la morte, mentre l’uomo, grazie alla morte, s’innalza verso il suo vero destino. Nella fede cristiana, la creazione tutta aspetta la rivelazione dei figli di Dio, e il corpo glorioso, dopo la resurrezione, dominerà sulla realtà materiale.

A differenza degli elfi, che dominano sui fiumi e sugli gli alberi, e che danno voce dall’interno alla magia di questo mondo, gli esseri umani ne sono stranieri. Dice Tolkien che essi sono chiamati così, “estranei”, “stranieri” o “sconosciuti”, perché non vi appartengono. Dio volle «che i cuori degli uomini indagassero di là dal mondo, e in questo mai trovassero pace». Gli elfi appartengono alla terra; essi «sono legati a questo mondo per mai lasciarlo finché esso duri, essendo che la sua vita è la loro»; e anche se muoiono, «col tempo possono tornare». Gli uomini, invece, «muoiono per davvero e abbandonano il mondo»; e dove vanno nessuno lo sa, neppure i più grandi tra gli angeli; e il dono della morte, «col passare del tempo, perfino le Potenze invidieranno» (Silmarillion).

Gli esseri umani hanno una duplice natura. Da una parte, vivono su questa terra, dall’altra devono mirare a qualcosa che va oltre di essa. Tolkien (probabilmente ispirandosi ad alcuni passi dell’Antico Testamento) spiega che, al principio della loro storia, gli umani vivevano più a lungo, ma che in tal modo avevano sviluppato un attaccamento eccessivo alle ricchezze, potenze e piaceri del mondo, dimenticando il loro più altro destino dopo la morte. Per tale motivo, Dio volle accorciare le loro vite, in modo che la morte fosse sempre presente nella loro prospettiva esistenziale, e il pensiero di essa servisse ad incanalare correttamente i loro sforzi verso la meta autentica del cammino. La verità dunque, e la meta, stanno dopo la morte. È per questo che essa è il dono più grande, perché è al tempo stesso segno del fine ultimo e cammino per raggiungerlo. Dio non ha creato gli esseri umani solo per questa esistenza terrena, per quanto bella e appassionante, e ha voluto che guardassimo costantemente alla morte per dirigerci a ciò che vi sta oltre.

Nella filosofia di Tolkien, la morte è segno della nostra natura trascendente. È affascinante quanto la cosmogonia di Tolkien rifletta l’immagine dell’esistenza umana che abbiamo sviluppato nella civiltà occidentale a partire dalla filosofia greca. I filosofi greci hanno sempre pensato che vi fosse in noi qualcosa di divino: qualcosa che appartiene ad una realtà più alta di noi e che ci collega ad essa. Se non pensiamo a noi stessi come ad esseri trascendenti, perdiamo l’aspetto più importante della nostra esistenza, che è l’aspirazione per la vita e felicità eterna: ovvero, la consapevolezza che la nostra realizzazione ultima verrà solo dopo la morte. Non possiamo raggiungere qui il nostro pieno compimento, ma qui dobbiamo meritarlo con quelle vite che agli occhi degli elfi e di chi non riesce a guardare oltre sono brevi, drammatiche, e insignificanti.

Fulvio Di Blasi

Versione inglese dell’articolo sul blog del TICenter

Video della lezione daily insight sul canale tv web del TICenter

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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1 reply

  1. Questo post di Fulvio mi ricorda una discussione che avevamo avuto qui sul blog il 20 novembre 2014, 3 anni fa
    https://pellegrininellaverita.com/2014/11/20/dottor-veronesi-ascolti-se-il-male-esiste-dio-esiste-02/

    In particolare avevamo messo in evidenza come dalla constatazione di St Agostino ” Si malum est, Deus est” nella discussione che ne era seguita con Minstrel e Aleudin eravamo arrivati alla seguente conclusione:

    la morte, cioè la perdita del proprio essere, è il male per antonomasia visto che vi si perde fino alle ultime vestigie di quel che costituisce il nostro essere umano, eppure … quel momento è possibile se e solo se Dio esiste anzi, ancora più in là, in quel momento la Deità stessa, Perfezione assoluta, si fa evidente in tutta chiarezza, visto che il male della morte non può essere che la negazione di quel che è.”

    In Pace

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