TICenter – Cavalli dell’anima

Semina con cavalli imbizzarriti dal temporale - Antonio Ligabue

Semina con cavalli imbizzarriti dal temporale – Antonio Ligabue

Vi ricordate il mito platonico narrato nel Fedro dell’auriga e dei cavalli alati? Il mito, nel suo complesso, è concepito come una rappresentazione dell’anima. L’auriga è la ragione, il logos, che deve condurre la biga verso l’alto, dove dimorano gli dei. I cavalli rappresentano le parti inferiori dell’anima – l’irascibile e il concupiscibile – che non obbediscono necessariamente alla ragione e rendono difficile dirigere la biga verso la sommità della volta celeste.

Platone descrive uno dei due cavalli come buono e docile, che non richiede la frusta per essere guidato, e l’altro come cattivo e ribelle, che alla vista dell’oggetto del desiderio e dell’amore si lancia violentemente verso di esso forzando e l’auriga e l’altro cavallo.

Al di là delle interpretazioni più specifiche della natura dei due cavalli platonici, il senso generale dell’immagine è abbastanza chiaro. Nell’anima umana c’è una potenza razionale che deve mantenere il controllo sulle nostre azioni (l’auriga), e ci sono altre potenze (i cavalli) che influenzano i nostri desideri ma a cui non spetta avere il controllo ultimo sul nostro agire. La prima di queste potenze è il cavallo degli appetiti, che ci porta a desiderare i piaceri e rifuggire i dolori: il cavallo del concupiscibile, che per Platone apre le porte dell’amore ed è tenuto a freno dal pudore e dalla temperanza. L’altra è il cavallo dell’impeto, che alla vista del desiderio si imbizzarrisce e trascina l’anima con veemenza: è l’irascibile, che va tenuto a freno dalla forza e dal coraggio dell’auriga.

Questi due cavalli non sono irrazionali, perché in natura non c’è nulla di irrazionale. Quando si dice che noi siamo animali “razionali” non si intende dire che gli altri animali sono “irrazionali”. Basta osservare il comportamento delle api o dei castori per comprenderlo, o anche il ciclo dell’azoto, i processi di riproduzione o il flusso delle maree. No, quando si dice che noi siamo “razionali” si intende dire che noi possediamo la ragione non solo in maniera passiva – nel senso che la nostra esistenza, come quella di tutto l‘universo, è soggetta a leggi intelligibili che la regolano – ma anche in modo attivo, nel senso che noi siamo gli unici ad usare la ragione per regolare i nostri movimenti. A differenza di tutte le altre cose, noi “possediamo” la ragione, siamo padroni o proprietari dei nostri atti; o, meglio, siamo proprietari di quegli atti che possiamo liberamente controllare. Sì, perché anche la crescita delle nostre cellule o il processo digestivo sono “atti nostri” ma, proprio perché indipendenti dalle scelte libere, non si possono definire propriamente “atti umani”.

I cavalli di Platone non sono irrazionali, ma sono tecnicamente “senza” ragione, a-logici, da alfa privativo e logos (ragione).

Questo stesso concetto lo ritroviamo quasi identico in Aristotele, che dirà che ci sono due parti fondamentali dell’anima umana, quella “logon echon”, che possiede il logos e quella “alogon”, senza il logos. Quest’ultima, poi, ha una parte che il logos non ce l’ha completamente e non ne può neanche partecipare: cioè, quella parte dell’anima che noi condividiamo pure con le piante. E una parte che invece ne deve partecipare come un figlio obbedisce al padre: cioè, la parte degli appetiti, che in generale noi condividiamo con gli altri animali. Questa distinzione aristotelica va probabilmente oltre l’immagine dei due cavalli platonici perché Aristotele include nella parte alogica dell’anima, che deve partecipare al logos, anche quell’inclinazione al desiderio che è propriamente umana, e che lui chiama boulêsis e noi volontà. Secondo lo Stagirita, in definitiva, ci sono tre inclinazioni o appetiti nella nostra anima che devono conformarsi alla ragione: l’inclinazione al piacere sensibile, l’epithumia, che coincide col cavallo buono dell’auriga; l’inclinazione ad imbizzarrirsi di fronte agli ostacoli, il thumos, che coincide col cavallo cattivo dell’auriga; e l’inclinazione al bene della ragione come tale, la boulêsis, che si colloca a fatica tra i desideri del cavallo buono di Platone.

L’idea di fondo però è la stessa. Nella nostra anima c’è una parte che tira il carro e che è data dalle nostre inclinazioni o appetiti o desideri, e una parte che dirige il carro e che è data dalla ragione. Senza la prima parte non potremmo neppure muoverci perché il logos di per sé non muove. Questo è un principio chiarissimo in Aristotele. L’intelletto è un ricettore. La conoscenza in generale, sia intellettuale che sensibile (vista, tatto, ecc.), è passiva perché riceve i dati, come fa un computer in cui vengono salvati dei file. Agire, però, significa muoversi verso l’oggetto conosciuto, e per muoversi ci vuole un principio attivo che in sé non è riducibile al potere di conoscere e di ragionare. Quando agiamo, in altri termini, abbiamo bisogno della potenza di un motore acceso: i cavalli di Platone e le inclinazioni di Aristotele.

In entrambi questi giganti del pensiero greco e occidentale, è chiaro che, data questa struttura antropologica comprendente una pluralità di elementi – un principio di ragione e altri princìpi operativi che non necessariamente si conformano al primo –, l’obiettivo del soggetto morale è mantenere il controllo sugli appetiti e i desideri.

Aristotele e Platone consegnano alla tradizione occidentale e alla cultura cristiana una visione etico-antropologica in cui la vita morale ha come obiettivo primario domare quei cavalli che ci trascinano verso i nostri desideri senza ascoltare necessariamente la voce della ragione. Domarli non solo nel senso di frenarli e trattenerli ma nel senso di addestrarli a desiderare quel che è bene desiderare, che è il senso profondo delle virtù morali. I cavalli addestrati sono le virtù etiche acquisite attraverso lo sforzo di agire sempre nel modo che appare buono alla ragione. Volete una vita morale felice e realizzata? Assicuratevi di domare i cavalli della vostra anima!

Fulvio Di Blasi

Versione inglese dell’articolo sul blog del TICenter

Video della lezione daily insight sul canale tv web del TICenter

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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1 reply

  1. Come possiamo dire di essere razionali, cioè di possedere una ragione? Non potremmo per noi stessi. Lo possiamo perché sappiamo scorgere una ragione nell’universo (uni-verso = orientato nella stessa direzione), cioè perché siamo in grado di trovare il senso delle cose e un senso nelle cose.

    Se però scorgiamo un senso nell’universo, vuol dire che la ragione di cui siamo capaci è dello stesso tipo di quella che regola l’universo medesimo. Per es, se siamo in grado di formulare un’equazione e quell’equazione è proprio quella che spiega il moto dei pianeti, vuol dire che lo stesso Logos che fissa le leggi della meccanica celeste regola e guida anche il mio pensiero e i suoi processi. Processi che, da tale equivalenza, posso definire logici (da Logos).

    A ben guardare questa cosa ha del miracoloso, tanto da potersi spiegare solo attribuendo al Logos una personalità e una volontà creatrice estesa a tutto ciò che esiste. Infatti, non è possibile che qualcosa di esterno a me e lontanissimo da me, sviluppatasi in modo totalmente indipendente da me, possa avere una relazione così stretta col mio mondo interiore da sembrare speculare. A meno che lo stesso Logos non abbia plasmato a sua immagine tanto il mio mondo esteriore, quanto quello interiore.

    Se dunque il mio ordine interiore e esteriore corrispondono allo stesso logos, qualunque atto della mia libertà contrario a questo ordine razionale non potrà che contraddire il mio essere. Da cui morale, ragione e felicità sono tra loro strettamente correlate.

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