Offertorio Extra-Ordinario per la Forma Ordinaria ?

S.E.R. Roberto Cardianale Sarah

S.E.R. Roberto Cardinale Sarah

In alcuni blogs specializzati c’è in questo momento una non piccola effervescenza a causa dell’ipotesi fatta dal Card. Sarah in “un articolo assolutamente da leggere” come lo caratterizza Magsiter di introdurre nel messale romano della forma ordinaria l’offertorio della forma extra-ordinaria.

Immediatamente coloro che sono più ideologhi che amanti della Chiesa di Cristo si sono rizzati violentemente contro il Cardinale offendendolo ad personam: il caso del solito Grillo è tipico, il quale non contento di essere un maleducato di primo ordine con il cardinale in questione, quando questi si è dato, caritatevolmente, la pena di rispondergli, si è permesso di continuare imperterrito nella sua cieca anti-crociata mostrandosi vero cafone e povero teologo.

Eppure, se concordiamo tutti facilmente che il normale dibattito teologico, incluso quello in campo liturgico, non ha come fine di combattere il Magistero, allora dobbiamo ammettere che quando si combatte il Magistero non si fa “normale dibattito teologico”

In finis la questione si presenta da parte della frangia « modernista » più razionale e meno emotiva nei modi espressi razionalmente da P. Augé : « Per metterci la coscienza a posto, basta dire che il Messale del 1962 va celebrato secondo lo spirito della SC? In questa affermazione io ci vedo asserita subdolamente la stessa dottrina che contrappone testo e spirito. Se in alcuni ambienti l’esaltazione dello spirito del Vaticano II è stata adoperata per andare oltre la lettera (il testo) conciliare, ora l’esaltazione dello spirito della SC rischia di farci dimenticare che questa Costituzione è un testo dottrinale e normativo che prescrive una serie di cose che vanno messe in pratica. »

Anche se si può essere, nella sua generalità, d’accordo con questo commento di P. Augé, bisognerà però vegliare ai seguenti i paletti ermeneutici:

(1) La Sacrosantum Concilium (SC) non può essere “liberamente” esaminata dai fedeli ( come non lo è neanche la Bibbia) ma deve essere recepita secondo l’interpretazione autentica che ne da il Magistero: orbene, ben 50 anni sono passati dall sua promulgazione e diversi sono stati i documenti magisteriali (e.g. Mediator Dei et al.) e disciplinari che l’hanno rispiegata e illustrata. Quindi quando parliamo di SC dobbiamo assolutamente includere anche tutto il Magistero che ne è seguito e dal quale non si può, in quanto cattolici, prescindere.

È ben chiaro che la  SC è stata anche voluta per riformare il Messale 1962 ( scrivo “anche” perché il Rito Romano è solo uno dei tanti riti della Chiesa Latina e che la SC ha scopo universale), ma dove non concordo è quando si afferma che la SC non toccava lo spirito ma solo principi e norme.

È bene difendere la forma ordinaria contro gli attacchi ingiusti ed ideologici che subisce da certe frange poco cattoliche ma che si credono più cattoliche dei cattolici , ma bisogna farlo rimanendo sempre in unione con quanto insegna e vuole il Custode del Rito Romano ed il Magistero della Chiesa. Appunto, la ragione per la quale la si deve difendere è perché essa è voluta da tale Magistero; lo stesso Magistero che anche riconosce nella forma extra-ordinaria sostanziale unità nell’unico Rito Romano: quindi la ragione che porta il cattolico ligio a difendere la forma ordinaria dovrebbe portarlo a difendere anche la forma straordinaria.  (https://pellegrininellaverita.com/2014/02/17/lultima-messa/)

Riguardo alla Summorum Pontificum (SP) però, se è pacifico che si possano discuterne alcuni punti per approfondirne il significato, ciò non vuol dire che si debba fare di tutto per sabotarlo come fanno i modernisti: in questo caso ci si mette in falso rispetto al Magistero e quindi, di riflesso anche se involontariamente, anche in falso rispetto a quel che è il fondamento della forma ordinaria …

Da cattolico si deve accogliere perfettamente, cioè senza restrizioni mentali,  la riforma liturgica in quanto tale anche se non se ne apprezzano gli abusi di chi non tiene conto delle direttive e chiarimenti e rammenti dati negli ultimi 45 anni dal Magistero. Semplicemente, non ci si può consideraere al supermercato scegliendo quel che nel Magistero piace e quel che non piace in modo soggettivo: la SP e la Universae Ecclisae (UE) sono atti formali e come tali vanno da essere accolti, non solo, ma interpretati secondo il principio di carità (charity principle) e secondo quel che il Magistero ne dice. In generale, l’incontro con il Magistero deve sempre aver luogo nella Carità; e la carità vuol dire accettare l’insegnamento che Esso ci propina soprattutto quando non ci piace: parafrasando liberalmente le Beatitudini, Lui ci ha insegnato che “obbedire a chi ci piace in cosa ci piace anche i cattivi lo sanno fare…..”

(2) La nozione di “discontinuità” è una nozione ambigua: di certo c’è evoluzione nella continuità e una riforma deve esprimere questa continuità nel suo modo di esplicarsi: è li che risiede questa ermeneutica della riforma nella continuità. È ovvio che il risultato finale essendo differente di quello iniziale si vedranno delle differenze, ma queste non sono discontinuità: chi vede la mia foto oggi e la paragona con quella dei miei 5 anni vedrà una gran differenza, eppure non c’è discontinuità sostanziale benché ci siano grandissime differenze accidentali.

Il concetto di Benedetto XVI sull’ermeneutica della riforma nella continuità rifiuta la nozione stessa di “soluzione di continuità” nell’evoluzione del Magistero, quindi se c’è qualche discontinuità, sempre possibile perché l’agire umano non è mai esente dalle circostanze storiche e dall’errore,  essa non può apparire che su aspetti accidentali e non essenziali del Magistero. Infatti, se c’è riforma  ci sono cambiamenti, ma questi cambiamenti non possono esprimere una  discontinuità ma solo essere il risultato di un processo evolutivo continuo. Incidentalmente ci si deve rendere conto che se si ammettesse il principio di salti discontinui (cioè rotture) allora vorrebbe dire che questo è già successo nel passato e, in finis, che la testimonianza della Chiesa primitiva circa l’incontro con il Risorto possa finalmente essere una gran panzana epistemica.

Ovviamente quando mi riferisco agli “aspetti accidentali e non essenziali de Magistero” intendo proprio con un semplice termine aristotelico includere quel che affermò Benedetto XVI: “si era manifestata di fatto una discontinuità, nella quale tuttavia, fatte le diverse distinzioni tra le concrete situazioni storiche e le loro esigenze, risultava non abbandonata la continuità nei principi“; cioè proprio fa la distinzione che faceva il teologo Ratzinger tra l’essenziale e l’accidentale.

D’altro canto, se ci fosse davvero una differenza “sostanziale” ( e non solo formale) allora vorrebbe dire che (a) avremmo oggi una messa che non ha nulla a che vedere colla Chiesa cattolica, (b) il Magistero (cioè Cristo) si sarebbe sbagliato per 1500 anni, (c) il Magistero che ha promulgato la SP sarebbe errato e se questi ha errato nel 2007 allora potrebbe anche aver errato nel 1969 quando ha promulgato il messale paolino. Orbene tutto questo non è possibile per noi cattolici: ergo la sostanza è la stessa (la Messa è sempre stata un’offerta di tutta la comunità in unione al Cristo, Sommo Sacerdote) ma solo le forme cambiano;  stessa sostanza, ma differenti accidenti.

(3) Che la SP possa essere vissuta nel quadro di una continuità con la SC non lo dice nient’altro che il Magistero. Per noi cattolici è meglio concentrarci intellettualmente nel mettere in evidenza le ragioni , a volte profetiche, del Magistero che cercare di combatterLo: è possibile vivere la forma extra-ordinaria nello spirito della SC. Anche perché un rito non è solamente un libro che lo descrive ma anche uno spirito con il quale si vive e, oggi come oggi, è possibile vivere la forma extra-ordinaria con lo spirito della SC, non dispiaccia a P. Augé. Il Papa lo dice implicitamente ancora oggi non abrogando la SP: sono due forme dello stesso e unico Rito Romano.

Una domanda che ci si può porre è sapere “quale senso” ha ancora oggi, nel 2015, avere la forma extra-ordinaria: purtroppo questa domanda è dell’ordine delle idee e quindi facilmente delle ideologie. Che “senso” ha rispetto a “cosa”? Rispetto a motivi sociologici, artistici, legali, storici? Non è, secondo me, una domanda ben posta.

Dobbiamo guardare in questa materia ai fatti che sono dell’ordine del reale e non delle idee e il fatto è che il Magistero riconosce formalmente che quel messale non è mai stato abolito e che è sempre una delle forme possibile dell’unico Rito Romano.

La questione quindi non è di cercare un “senso” a questo “fatto” ma a come integrarlo del meglio che si può nella pastorale quotidiana: è anche un “fatto” che chi si avvicina alla forma extra-ordinaria con lo spirito giusto (cioè secondo le direttive precisate dalla UE) non esprime niente che incrimini la comunione con la Chiesa, il Papa ed i Vescovi che sono in unione con il Papa; è anche un “fatto” che il modo di vivere la forma extra-ordinaria nel 2015 non ha nulla da vedere con quello con il quale lo si viveva nel 1962 e di questo bisogna prenderne atto, soprattutto sotto l’aspetto della actuosa participatio che, oggi come oggi, nella forma extra-ordinaria darebbe invidia a tanti che la vedono praticata così male in troppe celebrazioni secondo la forma ordinaria.

(4) Penso però che il messale 1962 va essere fatto evolvere secondo la sua propria fisionomia al fine d integrare formalmente il meglio della SC alla luce del Magistero susseguente. Senza discontinuità.

Quindi si è possibile che la forma extraordinaria resti invariata pur sempre relativemente esprimendo imperfettamente quel che la SC ha voluto, Ma anche le altre forme ordinarie sono imperfette. E comunque sono del parere personale che è tempo di fare evolvere anche la forma extra-ordinaria per renderla anche formalmente in adeguazione con la SC (ad esempio, letture e santorale e forse anche in futuro remoto il temporale) ovviamente senza toccarne quelle ricchezze proprie che sono questo dialogo folto di cui parlavo qua sopra, mantenendo l’offertorio assolutamente magnifico nel suo costituire un’assemblea orante e scarificante, etc.

(5) Nel contesto di questi quattro primi punti, appare allora che SC non fu solo scritta per enunciare nuovi principi ma per vivere la sacra liturgia con spirito diverso: ad esempio la nozione stessa di actuosa participatio implica un atteggiamento diverso da parte di tutti i partecipanti. Visto poi che chi allora ha votato la SC viveva del, e nel, Messale 1962 è difficile immaginare che i Padri Conciliari “vedevano” qualcosa che non conoscevano in quanto non ancora esistente.

Il Messale 1969 è senza dubbio l’interpretazione autentica da parte del Magistero, ed in particolare da parte del Custode del Rito Romano, dell’insegnamento della SC; così come lo sono state tutte le versioni susseguenti; tutte le direttive che vi si sono aggiunte, compresa la SP e la UE.

La Chiesa ha, quindi, già fatto nel 1969 questa evoluzione del rito del 1962, ma quel che appare chiaro è che ormai il Rito Romano non si esprime più attraverso una sola forma, ma per l’appunto sotto forme diverse e ognuna di queste forme, per definizione, possono avere evoluzioni e tempistiche differenti asseconda delle circostanze proprie.

Il “fatto” stesso che la forma straordinaria non sia mai stata abrogata sancisce questo stato di fatto, come è anche  “fatto” averne riconosciuto la piena appartenenza all’odierno unico Rito Romano. E pure è “fatto” che ci sia una fetta di popolo che vi sia rimasta fedele o che la riscopre con piacere, come anche che sia fonte di vocazioni sacerdotali non insignificante rispetto al numero dei suoi fedeli, mostra che non siamo di fronte a una problematica ideologica ma di una realtà di vita cristiana davvero concreta ed operante.

La nozione di Rito Romano è una nozione che generalizza il concetto di rito anticamente identico ad una sola forma almeno nella Chiesa Latina: questo è quel che ci insegna il Magistero molto concretamente. Se ci focalizziamo su questo aspetto la SP, ad esempio, essa diventa uno strumento di pace liturgica come lo intese l’allora Papa Benedetto XVI e non una pietra di scandalo negativo come tutti coloro che sono infedeli al Magistero della Chiesa a destra come a manca vorrebbero che fosse.

(6) Che la forma extra-ordinaria possa essere vissuta nello spirito della SC malgrado che non ne abbia ancora le forme appare evidente  se si va a leggere il messale 1962 ove vi si noterà che il dialogo tra sacerdote ed i fedeli nell’assemblea è molto più folto che quello del messale 2002: ci sono un minimo di 32 interazioni brevi tra di loro mentre ce ne sono solo 21 nella forma ordinaria, cioè abbiamo un dialogo 50% più importante (!) nella forma extra-ordinaria. A questo si possono anche rilevare altri dati: ad esempio al Kyrie il popolo interviene ben sei volte contro solo tre nella forma ordinaria. Per altro le altri grandi preghiere sono praticamente le stesse (gloria, confitero, credo, etc). Senza dimenticare tutto l’aspetto coreografico che è di gran lunga superiore a quello della forma ordinaria e che integra il linguaggio del corpo a quello dello spirito in modo assolutamente armonico.

Ritorniamo adesso alla proposta del Cardinal Sarah, per notare come proprio la sua proposta farebbe molto senso per la forma ordinaria in quanto interprete originale del Magistero della SC.

Infatti, nella forma extra-ordinaria c’è un elemento che è stato ridotto al minimo in lunghezza nella riforma del 1962 (pur riuscendo a fare un doppione nella risposta del popolo in contraddizione frontale con uno dei principi riformatori stessi) ed è l’offertorio: nella preghiera dell’offertorio l’unione tra il celebrante ed i partecipanti è al massimo (messo a parte ovviamente la prima preghiera eucaristica che è praticamente la stessa di quella del canone romano) e non è per caso che il Card. Sarah contempli di riproporla come opzione anche nella forma ordinaria: Suscipe Sancte Pater…. pro omnibus circumstantibus…. ut mihi et illis proficiat” oppure l’uso constante del “nos” ( e non dell”ego”) nel resto del bellissimo insieme di preghiere: “… da nobis per huius aquae et vini mysterium….” , “Offerimus tibi, Domine calicem salutaris…. pro nostra et totius mundi…”, “In spiritu contrito….suscipiamur at te, Domnine….fiat sacrficium nostrum…” ( quando incensa l’altare dirà invece “Dirigatur, Domine, oratio mea,….”)

Quindi è oggettivamente certo che nella forma extra-ordinaria vi celebra anche l’assemblea rappresentata dal sacerdote (e secondo me in modo estremamente pregnante) e quindi c’è davvero, nella forma extra-ordinaria quale praticata nel 2015, una partecipazione piena nel senso della SC, oggi nel 2015 spesso più pregnante nella realtà  concreta che quello che avviene in certe celebrazioni secondo la forma ordinaria soprattutto quando vi sono abusi liturgici ed invenzioni del celebrante e/o dell’assemblea.

E le suggestioni del Card Sarah vanno da essere supportate attivamente e caldamente.

In Pace

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Categorie:Liturgia e Sacra scrittura

17 replies

  1. “includere anche tutto il Magistero che ne è seguito” e non escludere né dimenticare quello che vi è preceduto (qualche buon secolo).

    Sull’interpretazione che ne dà il Magistero, ermeneutica vuole, e il post stesso dimostra, che il Magistero stesso sia inevitabilmente soggetto a interpretazione.

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    • Certo che no: ma il Magistero precedente non conoscendo il futuro e quindi non conoscendo il nuovo atto di Magistero non è atto a commentarlo e a chiarificarlo esplicitamente e specificatamente, cosa che il Magistero susseguente può invece fare. Questo è questione di semplice logica.

      Quello che il Magistero dice autenticamente del Magistero precedente è quindi sempre l’autentica interpretazione: solo l’autore dà l’interpretazione autenticata della propria opera. Solo lo Spirito Santo che ispira è atto a spiegarSi (cf. 2P 2,10).

      Quindi è certo che il Magistero sia inevitabilmente soggetto ad interpretazione, ma è anche certo che Esso ce ne dia la chiave stessa.

      Adesso mi dirai che qualunque cosa dica il Magistero, anche la Sua propria interpretazione, essa è sempre soggetta all’interpretazione più o meno soggettiva di chi la riceve e qui subentra l’altra chiave ermeneutica per colui che la riceve: sempre interpretare il Magistero alla luce del Magistero. Cioè, in caso di ambiguità presso chi riceve il Magistero, ad esempio se ci sono varie interpretazioni possibili di un testo magisteriale e che ne siano alcune che sembrano andare contro altri insegnamenti dello stesso Magistero, allora esse vanno da essere scartate come non cattoliche; nel peggiore dei casi, cioè quando chi riceve il Magistero non riesce ad interpretarlo soggettivamente nel quadro degli insegnamenti precedenti, sapendo che però è sempre insegnamento che non può oggettivamente errare, deve compiere, come minimo, un atto di religioso ossequio della ragione e della volontà.

      Riassumendo: sempre ben distinguere i due piani, quello del Magistero stesso oggettivamente mai errato e il solo avente l’autorità di interpretare se stesso con autorevolezza; e quello del discente che sempre deve utilizzare del “charity principle” che in questo caso vuol dire sempre ricercare l’interpretazione soggettiva che la meglio rende conto dell’insegnamento (passato) del Magistero.

      Un punto però deve essere sottolineato a livello del discente: visto che solo lo Spirito Santo può insegnare, soggettivamente solo il discente che vive nello Spirito Santo è davvero capace di recepire il Magistero; in altre parole solo chi vive santamente e quindi in regola coi comandamenti di Dio e dell Chiesa e vive dei sacramenti in perfetta unione con il Papa ed i Vescovi in unione con lui è capace di davvero capire in tutta la sua profondità e integralità la Buona Novella che il Magistero ci annuncia.

      In Pace

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      • “solo l’autore dà l’interpretazione autenticata della propria opera”

        Nice trial, che purtroppo, però, non trova rispondenza nella realtà. L’opera e la sua autenticità respirano ben al di là della volontà interpretativa dell’autore. E come acutamente prevedi, Simone, ti dirò che l’interpretazione del Magistero è soggetta a interpretazione. Di più: il termine ultimo della significazione o, se preferisci, il capolinea del significato, è la singola mente che riceve la comunicazione (interpretata autorevolmente, autoritativamente, autorevolissimevolmente, ma inevitabilmente destinata a subire quest’ultimo passaggio interpretativo). Ciò vale non solo per le articolazioni concettuali complesse, ma anche per le definizioni più elementari, dietro le quali opera una semantizzazione di fatto non pienamente, per così dire, escutibile. Tu mi dirai, Simone, che dunque anche queste affermazioni, proprio quelle di questo commento, sono destinate a essere intepretate e comprese, in ultima istanza, dalla mente del singolo lettore, poniamo, ad esempio, quella di Simone. Ed è così. Né ciò costituisce per il navigatore motivo di particolare inquietudine.

        In Pace a te

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        • Francamente non so a cosa tu ti riferisca.

          L’etimologia stessa delle parole “autentico” , “autorevole”, “autorità” mostra la radice αὐϑέντης che significa “autore”. Questa è la realtà: nessun altro che l’autore stesso può autenticare, spiegare, iluustrare con autorità e dovuta autorevolezza la propria opera.

          Che l’opera “respiri” aldilà della volontà dell’autore è un fatto certo, ma quel che “respira” aldilà non ha autorevolezza senza l’accordo dell’autore. Simply.

          Quanto all’ultimo passaggio interpretativo, che è la ricezione del singolo che si avvicina all’opera, ne ho parlato e ho sottolineato che tale singolo, nel caso del Magistero, capirà Questi quanto più egli stesso vivrà nello Spirito Santo, cioè santamente, secondo i comandamenti di Dio e della Chiesa, nutrendosi dei sacramenti e in unione con il Papa ed i Vescovi in unione con lui.

          Spero che tutto sia chiarito del mio testo, sennò lo rispiego di nuovo molto volentieri.
          In Pace

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          • Sì, vedo che non sai a che cosa io mi riferisca. Ma non è un problema. In fondo siamo qui per conversare in Pace.

            Il concetto di autore come proprietario dell’idea e della parola è sorto in tempi relativamente recenti. Nell’antichità, in epoca medievale e persino in alcune pieghe dell’era moderna e contemporanea, per tacere delle lontane culture tradizionali (d’antichità metastorica, vien da dire), l'”autore” chiede l’idea e la parola alla Divinità e la riceve in prestito d’uso, anzi di trasmissione: Ἄνδρα μοι ἔννεπε, Μοῦσα, πολύτροπον, ὃς μάλα πολλὰ… Spesso noi, con la nostra baldanza di contemporanei, pensiamo che tutto questo appartenga al passato. I filologi (tipica “scienza” umanistica) pensano, ad esempio, che l’edizione critica del testo sia quella che restituisce, o cerca di restituire, l’ultima volontà (chissà perché poi l’ultima) dell’autore (avranno mai letto l’Eneide nell’edizione critica approntata secondo l’ultima volontà dell’autore?). Ma il mondo, oltre che di lettera (e filologia), vive di Spirito. E anzi, precipuamente vive di Spirito. Il quale non è nel dominio di alcun autore, fuor che di Se stesso.

            In Pace (ma sempre in nave)

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            • Mi permetto, visto che ho poco tempo, un apoftegma secco che forse parrà non centrare nulla eppure… in filosofia l’ermeneutica (di Ricoeur o altri) è un ottimo metodo per analizzare la filosofia o dei problemi filosofici, ma non è IL metodo della filosofia, cioè l’ermeneutica non esaurisce quel che la filosofia è. Questo necessariamente poiché chi ci ha provato si è ritrovato in un circolo vizioso dato dalla demolizione del “far filosofia”: demolendo il concetto di filosofia si son ritrovati a demolire anche la loro pessima filosofia.
              Analogamente a quel che fece Kant con la metafisica: demolendo questa scienza (la metafisica) trasformandola in una pessima copia della fisica, si è ritrovato essos stesso schiavo di una metafisica idiota.
              Probabilmente non centra niente, eppure è la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo questa breve disputa fra voi due per la prima volta.

              Così, ad esempio, far rientrare le idee contemporanee sull’autore della filologia è autofagia con quanto predicato prima: perché interpretare un corpus scritto con questa scienza? Chi dà l’autorità ESTERNA alla filologia di poter immettere questa interpretazione sull’autore se tutto – a quanto mi sembra – è interpretabile in maniera soggettiva? Non so se ho fatto intendere il circolo vizioso a cui mi pare si possa cadere.

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            • Per una seconda volta, caro Navigare necesse est, non capisco il tuo intervento nel contesto del post.

              Nel caso del Magistero (autentico in materia di fede e di morale), l'”autore” (cioè il Magistero) è ispirato dalla Divinità, in questo caso lo Spirito Santo: quindi rientriamo proprio in questo caso nello specifico.

              Leggendo le tue due ultime interazioni su questo post, mi sembra che tu cerchi di opporti a qualcosa, ma che gli argomenti portati non contraddicano quanto (da me) affermato: ma visto che il solo che ha autorevolezza per interpetare corretamente quel che tu hai scritto sei tu, sarebbe forse mica male che tu chiarificassi meglio il tuo pensiero per il vulgum pecus che siamo/sono. 🙂

              In Pace

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            • Anch’io mi permetto di intervenire osservando che Navigare si riferisce, anche, semplicemente alla teoria della comunicazione, al funzionamento della comunicazione, puro e semplice.
              E lo unisce al fatto della Vita dello Spirito, imprendibile, indefinibile in modo univoco… perché è visto in una dinamica interpretativa, più che in una interpretazione ‘esatta’.
              Insomma, dite la stessa cosa. Solo che Simon sembra affermare un concetto più statico.

              Altro che spaccare il capello in 4. Come minimo state al capello spaccato in 10.

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            • Beh, qui non si parlava della teoria della comunicazione: perché non di comunicazione si tratta ma della vita trinitaria stessa. Che è Comunicazione, ma non oggetto della teoria della comunicazione.

              Qui si parlava di chi ha il potere di interpretare autorevolmente un insegnamento e questo potere è solo dell’Autore. Niente capelli tagliati in quattro e ancor meno in dieci semplicissimo buon senso, quindi!

              Adesso, se ti interessa discutere della teoria della comunicazione sono interessatissimo, sono sicuro che avremmo molto da scambiare, in particolare sulla nozione di entropia 🙂

              Grazie per il tuo input.
              In Pace

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            • Io veramente intendevo comunicazione tipo questa https://it.m.wikipedia.org/wiki/Teoria_della_comunicazione

              L’Autore. Ok. Ed ogni singolo caso/soggetto recepisce l’Autore secondo propria capacità, coscienza e situazione (situazione altrettanto oggettiva quanto lo è l’oggettività dell’Autore. Però secondo me l’oggettività di un Autore è sì reale, ma è conoscibile da ognuno secondo un certo grado di soggettività. Cioè, come detto altrove da Papa Francesco: “in relazione a” NON significa “relativismo” – però dobbiamo considerare l’oggetto che viene a calarsi sul soggetto. E NON solamente considerare l’oggetto. Secondo me su questo si sta basando il fraintendimento tra te e Navigare. Non vi state confutando a vicenda, ma esprimendo concetti complementari).

              P.s. sperando di aver utilizzato io termini adeguati e che si sia compreso il mio discorso.

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            • Certo trinity, ma non è di questo di cui si parla, o almeno di cui ho mai parlato io.

              La questione è di sapere chi ha l’autorità di interpretare un autore: e la risposta è solo l’autore stesso: non è un problema di trasmissione di informazione ma è un problema di autenticità della sua interpretazione. Al limite, un discorso di tipo “legale” sarebbe più atto a discutere del soggetto che una teoria della comunicazione.

              Infatti chi riceve l’insegnamento può interpretarlo a modo suo, ma questa sua interpretazione non ha nessuna autorevolezza: questo mi sembra anche pacifico.

              Nel caso particolare del Magistero della Chiesa poi l’autore vero è Dio stesso, in particolare lo Spirito Santo: e qui abbiamo un vantaggio rispetto alle comunicazioni tra umani o altri enti materiali e cioè che ci è dato anche lo Spirito Santo in noi per aiutarci ad interpretare quello che Lui insegna (ovviamente a condizione che viviamo dello Spirito Santo in verità).

              In altre parole, e quel passo della seconda di Pietro (2, 10 se ricordo bene di memoria) è chiarissimo: solo nella Chiesa possiamo capire l’insegnamento dello Spirito Santo, in quanto la Chiesa la fa lo Spirito Santo. Cioè, ancora una volta, da un altro punto di vista, vediamo che solo attenendoci all’insegnamento e alle interpretazioni del Magistero possiamo capire il Magistero (a condizione,sempre, di vivere dello Spirito Santo).

              Se non ci stai LOL ci riprovo 😉
              In Pace

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  2. “la ragione che porta il cattolico ligio a difendere la forma ordinaria dovrebbe portarlo a difendere anche la forma straordinaria”: tout est dit !

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  3. Ciò non costituisce un problema Simon. E dimostra che tra anche inter pecudes non è facile intendersi. Il bello del linguaggio è anche questa sua perenne irriducibilità.

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  4. L’argomento è di un’importanza straordinaria (oltre che extra-ordinaria…), rappresentando quanto meno un esemplare tipico delle criticità dei riti rinnovati e delle mentalità soggiacenti.
    Bene ha fatto Simon a riproporlo, in questo post che sottoscrivo totalmente.
    Cruciale è la questione della qualificazione teologico-liturgica di tale sequenza rituale.
    In effetti, come lo stesso allora card. Ratzinger sottolineava, con l’ultima riforma si voleva – da parte di molti esperti – attenuarne il carattere sacrale (ergo sacrificale), per tornare all’idea archeologistica di un rito puramente pragmatico, la preparazione dell’altare.
    Il risultato finale, grazie anche all’intervento di Paolo VI, non è stato così dirompente.
    L’attuale Offertorio ha perciò ricevuto, in campo tradizionalista, diverse interpretazioni.
    Da quella “pro bono” (cfr. http://www.zenit.org/it/articles/il-sacerdote-nell-offertorio-della-s-messa), a quella “pro malo” (cfr. post e commenti in http://chiesaepostconcilio.blogspot.it/2010/09/la-berakah-ebraica-al-posto.html),
    In campo progressista, le proposte di ulteriore secolarizzazione della sequenza rituale non sono mancate (una piccola antologia è contenuta nel capitolo sui riti offertoriali del testo di V. Raffa “Liturgia eucaristica”, da cui, peraltro, lo stesso competentissimo e conciliarissimo Autore si ritrae con debita ripugnanza!).
    Una testimonianza, critica, degli scadimenti rituali connessi ad una “cattiva interpretazione della riforma” e desumibile, invece, da questa pubblicazione ufficiosa: http://www.diocesiudine.it/udine/allegati/44181/La%20presentazione%20dei%20doni%20e%20il%20canto%20d'offertorio%20-%20SINTESI.pdf .
    Un’importante integrazione ai suggerimenti del card. Sarah, infine, si può trarre da qui: http://catholicaforma.blogspot.it/2011/07/messa-antica-e-messa-nuova-3-la.html ,
    Non so se i tempi siano oggi propizi, anzi.
    Ma il tutto resti, almeno, a futura memoria…

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    • Ti ringrazio caro Lycopodium57 per questo tuo eccellentissimo commento.

      Vorrei aggiungere un’osservazione supplementare e cioè che mi è alquanto incomprensibile che in una riforma del messale che puntava ad una miglior messa in evidenza della partecipazione del popolo alla celebrazione dei Sacri Misteri, si sia proprio tagliato via l’antico offertorio che esprimeva in modo eccellente questa partecipazione mettendone in evidenza la profonda teologia e mistica.

      Un ritorno di questo offertorio nella forma ordinaria sarebbe quindi un omaggio certo alla riforma voluta dalla SC ed un ulteriore e benvenuto perfezionamento della forma in questione.

      In Pace

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  5. Esatto, Simon!
    Quel che è sfuggito ai riformatori, aggiungo, è stato il ruolo delle preghiere che il prete recitava in silenzio durante la Messa usus antiquior (da “Aufer a nobis” a “Placeat tibi”).
    Vero che la loro introduzione scritta è stata tardiva, vero che rappresentano una componente funzionale/mutabile, rispetto alle componenti strutturali/immutabili.
    Ma la funzione non era (come si usa dire) “devozionale” e perciò da tagliar via senza danno, ma “mistagogica”.
    Togliere quella “mistagogia” – o, senza toglierla, considerarla o renderla in pratica irrilevante – ha significato ledere la partecipazione del prete e dell’assemblea tutta.
    Si è passati fatalmente da una partecipazione attiva ma in fede e devozione (come richiesto dalla stessa SC), ad una semplicisticamente attivistica.
    E proprio la fede e la devozione, non nutrite dalla mistagogia liturgica, hanno avuto la peggio.

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