Castità? Un approfondimento di Radcliffe OP – 1

Giotto - Sposalizio della Vergine

Giotto – Sposalizio della Vergine

Mi propongo con due articoli di lanciare un approfondimento possibile di cosa si intenda con il termine “castità” nella disciplina del magistero corrente. Per cercare di essere sintetico (!), conscio dei miei limiti personali in teologia morale e consapevole che non tutto può essere trattato su un blog, lancio questa prima riflessione semplicemente sintetizzando due posizioni teoretiche riguardanti il tema. Posizioni che trovo stimolanti da un lato e accettabilissime magisterialmente dall’altro.
Scopo del piccolo percorso è fornire quanto meno una delucidazione minima su una delle parole più equivocate dal pensiero contemporaneo di tutta la dottrina cattolica. All’uopo vedasi i primi risultati che fornisce “google images” sulla parola Castità… non vi dico la difficoltà ha trovare l’immagine “giusta” per i posts.

La prima posizione che qui verrà presa in esame è quella di Timothy Radcliffe OP: Oxfordiano, già Maestro Generale dell’Ordine Domenicano fino al 2001, oggi raffinato omileta, con tratti progressisti in alcune teorie. Amatissimo nei suoi libri per le numerose citazioni, sempre ad hoc e mai forzate. Che sia lui l’originale che tenta di imitare il nostrano Mancuso? Mah… Procediamo oltre.
La sua bella riflessione sulla castità può essere reperita in forma estesa in alcuni suoi libri. In particolare utilizzerò What is the point of being christian?, Oxford 2005 (tr. it. Monica Rimoldi, Il punto focale del cristianesimo, Milano, San Paolo, 2008) e l’intervento “Affettivià ed eucarestia” redatto per le Giornate nazionali di pastorale giovanile vocazionale a Madrid nel 2004. Proprio da quest’ultimo prendiamo l’incipit della riflessione.

PRENDETE…

Come iniziare a parlare di castità? Inaspettatamente dall’Ultima Cena! Ovviamente il teologo richiama l’episodio secondo un’ottica estranea all’esegesi biblica storiografica e applica una teologia del corpo ad alcune parole di Cristo durante l’evento. Questa apparente forzatura in realtà è una classica esegesi teologica che prende ispirazione e forza dalle Scritture, rilette in ambiente divino. Vediamo un pò:

Può sembrare un po’ strano, ma pensateci un momento. Le parole centrali dell’Ultima Cena sono state: «Questo è il mio corpo, offerto per voi». L’eucarestia, come il sesso, è centrata sul dono del corpo. Vi rendete conto che la prima lettera di san Paolo ai Corinzi si muove fra due temi, la sessualità e l’eucarestia? Ed è così perché Paolo sa che abbiamo bisogno di capire l’una alla luce dell’altra. Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’eucarestia. (op. cit. pag. 1)

Con questa lettura ecco quindi la prima conclusione, contraria alla tendenza moderna per la quale i nostri corpi ci appartengono completamente:

Il corpo non è solo una cosa che possiedo, sono io, è il mio essere come dono ricevuto dai miei genitori e dai loro prima di loro e, in ultima istanza, da Dio. Per questo quando Gesù dice «Questo è il mio corpo, offerto per voi» non sta disponendo di qualcosa che gli appartiene, sta passando agli altri il dono che lui è. Il suo essere è un dono del Padre che Egli sta trasmettendo. (op. cit. pag. 2)

Questa lettura gli permette quindi di approfondire altre situazioni reali e confrontarle con “quello che avrebbe fatto Cristo”. Ad esempio l’Ultima Cena è il luogo dove culmina la crisi fra Gesù e i discepoli. Di più:

Si tratta del paradosso fondamentale del cristianesimo. In quanto cristiani, ci raccogliamo per rivivere il racconto di quell’Ultima Cena. […] Ci raccogliamo come comunità attorno all’altare e ricordiamo la notte in cui la comunità si è sgretolata: la storia della nostra fondazione è la storia del crollo di ogni storia, e la nostra comunità guarda indietro a quella storia, al momento in cui è caduta in pezzi.[…]
Quindi adesso dovremmo sapere che sperare nel Regno non ci fornisce una cartina stradale, ma piuttosto ce la toglie. […] Per questo non dovremmo aver paura delle crisi. La Chiesa è nata in una crisi di speranza. Le crisi sono la nostra specialité de la maison.”
Radcliffe, Timothy. What is the point of being christian?, Oxford 2005 (tr. it. Monica Rimoldi, Il punto focale del cristianesimo, Milano, San Paolo, 2008) p. 29

Dunque l’imbattersi in crisi è inevitabile e vanno affrontate “con coraggio e fiducia”. Esattamente come Gesù ha affrontato l’Ultima Cena e quindi il suo arresto: servendo i discepoli e donandosi tutto. Corpo e sangue compresi. Ovviamente.

…E MANGIATENE

Quindi, dopo aver approfondito questo vero e proprio “rischio” dell’amare (citando un sempreverde Lewis) giunge al punto. E lo approfondisce, da buon domenicano, citando il nostro dottore della Chiesa prediletto.

San Tommaso ha scritto qualcosa che viene facilmente fraintesa. Diceva che la castità è vivere secondo l’ordine della ragione (II, II, 151. 1). Suona molto freddo e cerebrale, come se essere casto fosse una questione di potere mentale. Ma per Tommaso ratio significa vivere nel mondo reale, «in conformità con la verità delle cose reali» (Josef Pieper, The Four Cardinal Virtues, Notre Dame 1966, p. 156). Cioè vivere nella realtà di quello che sono io e di quello che sono le persone che amo realmente. La passione e il desiderio possono portarci a vivere nella fantasia. La castità ci fa scendere dalle nuvole, facendoci vedere le cose come sono. (op. cit. pag. 3)

Castità, come dice il titolo del capoverso, è dunque “accogliere il principio di realtà” cioè accettare la realtà di per sé stessa senza colorarla di fantasie atte a mascherarla, create come rifugio pernicioso da una realtà che ferisce.
Ecco quindi una parte importantissima della riflessione di Radcliffe: la differenza fra immaginazione e fantasia.

La fantasia non è la stessa cosa dell’immaginazione. L’immaginazione è il potere di plasmare la realtà, di trovare speranza dove sembra esserci solo disperazione.[…] la fantasia è il suo opposto. È una forma di disperazione che fugge dalla realtà piuttosto che cercare di plasmarla.
Radcliffe, Timothy. What is the point of being christian?, Oxford 2005 (tr. it. Monica Rimoldi, Il punto focale del cristianesimo, Milano, San Paolo, 2008) p. 156

Da qui un primo “risultato” di questa prima definizione di castità: l’essere casti guarisce i nostri amori “liberandoli” dalla fantasia! “Impariamo come incarnarci nel corpo che siamo, con le vita che abbiamo scelto e le responsabilità che abbiamo assunto. È concretezza” (id). A questo punto Radcliffe ha gioco facile nel riproporre il parallelo con l’Ultima Cena con un paragrafo “For Men only”:

È difficile immaginare una celebrazione dell’amore più realista dell’Ultima Cena. Non ha niente di romantico. Gesù dice ai suoi discepoli semplicemente e liberamente che è arrivata la fine, che uno di loro lo ha tradito, che Pietro lo rinnegherà, che gli altri
fuggiranno. Non è una scena da lume di candela in un ristorante, questo è realismo portato all’estremo. Un amore eucaristico ci fa scontrare in pieno con la complessità dell’amore, con i suoi successi e la sua vittoria finale. (op. cit. pag. 10)

Altro importantissimo tema che questa definizione di castità prevede è la forte dose di coraggio che serve a viverla.
La castità è tutt’altro che il nascondimento o la frustrazione di desideri inesprimibili, ma anzi il pieno compimento di tutti i desideri reali. Infatti “il desiderio e le passioni contengono verità profonde su chi siamo e su cosa abbiamo bisogno. Il semplice sopprimerli farà di noi esseri morti spiritualmente o persone che un giorno si autodistruggeranno.”
Eccolo al riguardo:

Ma l’etica non riguarda quello che è permesso o proibito, ma cerca di esprimere il significato di quello che facciamo. La posizione cristiana è che dare il proprio corpo a un’altra persona è un atto con un significato intriseco e che la promiscuità nei rapporti intimi contraddice il senso profondo dei nostri corpi, cosa che conduce sicuramente alla frustrazione e all’infelicità.”
Radcliffe, Timothy. What is the point of being christian?, Oxford 2005 (tr. it. Monica Rimoldi, Il punto focale del cristianesimo, Milano, San Paolo, 2008) p. 160

La mancanza di coraggio nell’amore comporta i due rischi opposti e uguali: il non amare fisico che è – richiamando Lewis – l’anticipo dell’ inferno e l’amare lussuriosamente che, come ben sapeva Sant’Agostino, è il desiderio di dominare altre persone e non il “semplice” desiderio di godere pochi secondi. E qui di nuovo Radcliffe approfondisce sia il tema della lussuria, che quello della frustrazione che quello del compimento dei desideri. Scrive:

Il primo passo per superare la lussuria non è sopprimere il desiderio, ma restaurarlo, liberarlo, scoprire che il desiderio è per una persona e non per un oggetto. (op. cit. pag. 7)

Occorre dunque il coraggio della nudità consapevole, della vulnerabilità d’amore!

Nell’Ultima Cena Gesù prende il pane e lo dà ai discepoli dicendo: «questo è il mio corpo offerto per voi». Egli consegna se stesso. Invece di prendere il controllo su di loro, si consegna ai discepoli perché facciano di lui quello che vogliono. E noi sappiamo quello che ne faranno. È l’immensa vulnerabilità dell’amore vero. La lussuria e il capriccio passeggero possono sembrare due cose molto differenti e tuttavia sono l’una il riflesso dell’altra. Nel capriccio uno converte l’altra persona in Dio, e nella lussuria uno in persona si fa Dio. Nel primo caso uno rinuncia completamente al potere, nel secondo uno si arroga il potere assoluto. (op. cit. pag. 8)

Fino a giungere alla conclusione per il tema attinente il nostro articolo.
Dunque cosa si intende per castità?

la castità è vivere nel mondo reale, guardando all’altro come lui, o lei, e a me come io sono. Non siamo né esseri divini né semplici pezzi di carne. Entrambi siamo figli di Dio. Abbiamo la nostra storia. Abbiamo fatto voti e promesse. L’altro è impegnato in una coppia o con un coniuge. Noi come sacerdoti o religiosi siamo consegnati ai nostri ordini o diocesi. È così come ci troviamo, impegnati e legati ad altri impegni, che possiamo imparare ad amare con il cuore e gli occhi aperti. (op. cit. pag. 8)

e ancora:

La castità apre i nostri occhi a vedere che quello che abbiamo di fronte è veramente un bel corpo, ma anche a comprendere che quel corpo è qualcuno. Quel corpo non è un oggetto, ma un soggetto. Non solo io guardo lei, ma lei guarda me. Il pornografo cerca la sicura immunità del voyeur, e la sicurezza dell’invisibilità. […]
L’etica cristiana dovrebbe aiutarci a vivere la nostra sessualità alla luce dell’eucarestia. Eccomi qui e mi dono a te, senza riserve, ora e per sempre.
Radcliffe, Timothy. What is the point of being christian?, Oxford 2005 (tr. it. Monica Rimoldi, Il punto focale del cristianesimo, Milano, San Paolo, 2008) p. 159

Da qui Radcliffe cita i tre passi per il quale l’amore è casto: quando scende dalle nuvole, quando si apre per non restare un piccolo mondo in cui facilmente ripiegarsi, quando libera.
Punti tanto immensi, quanto chiaramente esplicati dal domenicano stesso nell’intervento qui citato più volte. Inutile qui riproporlo in una sintesi che non gli fa onore.
Merita una lettura integrale almeno nella conclusione.

Per rispetto. E castità in un certo qual modo!

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica, Magistero

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21 replies

  1. Grazie Minstrel,
    semplicemente magnifico!

    (A) Ritengo in particolare (immagino per ragioni professionali) questa affermazione di P. Radcliffe: “… l’etica non riguarda quello che è permesso o proibito, ma cerca di esprimere il significato di quello che facciamo….”.

    Come ben sai sono circondato da giovani e giovane che mi hanno chiesto a più riprese la domanda seguente: Come faccio per sapere se quella donna, quell’uomo, quella vocazione sacerdotale saranno quelli giusti? . La sola risposta possibile da dare è: la sera del tuo matrimonio o della tua ordinazione. Quindi, di fronte all’impazienza che poi mostravano, suggerivo loro di già cominciare fin da quel momento a pregare in particolare con l’intercessione della Santa Famiglia, per il futuro sposo o la futura congregazione anche se non li conoscevano ancora.

    Ed è questa la castità: darsi totalmente all’Altro senza remore, una volta per tutte e senza voltarsi indietro: il casto non riprende il proprio corpo indietro, né prima di averlo dato né dopo. In fin dei conti, la castità è la concretizzazione pratica della virtù teologale della Speranza: per questo chi ama il Cristo è casto prima del matrimonio, durante il matrimonio, dopo il matrimonio.

    (B) Vorrei dire la giustezza di unificare questo concetto di castità nella Santa Eucarestia: se si è capaci, non dico di capire, ma almeno di contemplare quel che l’insegnamento di P. Radcliffe davvero significa, allora ne risultano chiaramente le conseguenze sui soggetti “caldi” dei due Sinodi sulla Famiglia. Penso davvero che questi sono li elementi giusti per lo sviluppo di una teologia del matrimonio che vada verso l’alto.

    In Pace

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  2. Perfetto Minstrel, grazie!!
    ….voi lo sapete vero che in questo blog mi fate venire i dubbi?! 😛 😉
    Come quando, in certi post qua e là, Simon ribadiva che bisognava ben comprendere che cosa significa “castità”…e che riguardava anche i desideri del cuore, i pensieri, eccetera. A quel punto ho iniziato a pensare “Ok fin qua ci arrivo anch’io….ma c’è forse qualcosa che ANCORA non so?” o_O

    E finalmente un approfondimento 🙂
    Riporto anch’io quello che trovo più significativo del blogpost, fondante della castità:

    “Castità, come dice il titolo del capoverso, è dunque “accogliere il principio di realtà” cioè accettare la realtà di per sé stessa senza colorarla di fantasie atte a mascherarla, create come rifugio pernicioso da una realtà che ferisce”

    “il desiderio e le passioni contengono verità profonde su chi siamo e su cosa abbiamo bisogno. Il semplice sopprimerli farà di noi esseri morti spiritualmente o persone che un giorno si autodistruggeranno”

    ” La lussuria e il capriccio passeggero possono sembrare due cose molto differenti e tuttavia sono l’una il riflesso dell’altra. Nel capriccio uno converte l’altra persona in Dio, e nella lussuria uno in persona si fa Dio”

    ” La castità apre i nostri occhi a vedere che quello che abbiamo di fronte è veramente un bel corpo, ma anche a comprendere che quel corpo è qualcuno”

    ” Così la domanda che uno deve sempre farsi è: il mio amore sta rendendo questa persona più forte, più indipendente, o la sta rendendo più debole e dipendente da me?”

    Bene. Fin qua concordo, sottoscrivo e confermo.
    Aspetto il prossimo blogpost in materia.

    Grazie Minstrel 🙂

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  3. Radcliffe ha sempre una tenerezza, per nulla dolciastra, che cattura.

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  4. Splendido. “Comprendiamo l’eucarestia alla luce della sessualità e la sessualità alla luce dell’eucarestia”. Ed entrambe alla luce del sacramento. L’altare e il talamo (si, mi ostino a usare questa parola desueta ma evocativa che sta’ a letto come altare sta’ a tavolo) sono luoghi dove si incontra Cristo.
    Grazie Minstrel – superlike

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    • L’altare e il talamo sono luoghi dove si incontra Cristo
      bellissime parole Lidiab e molto vere. purtroppo però come il talamo è ormai diventato semplice “letto” magari comparato in serie all’IKEA , così l’altare è diventato semplice “tavolo” da pranzo .Non ci sono più in tante chiese gli altari, questa è la triste verità:

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      • Ma sei proprio uno sfortunato carabinato, giacomo, per capitare sempre e solo sulle parodie di messe in vita tua.

        Evitiamo di generalizzare, OK?

        To’ ti copio incollo un commento di Don Ariel sul suo Blog dell’Isola di Patmos:

        ” Persino al romanticismo e persino alla carenza di memoria storica c’è un limite, mi creda. O forse lei pensa davvero che prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, le sacre celebrazioni erano tutte quante svolte da santi preti, in un clima di sacralità, di misticismo, di assoluta devozione al sacro?

        Ha idea dei duri richiami che furono fatti dal Beato Pio IX, da Leone XIII, da San Pio X, da Pio XI riguardo la sciatteria dei preti, la mancanza di decoro e di riverenza da parte dei fedeli? E badi bene, non ho toccato apposta Pio XII per non stuzzicare i malumori di quelli che storcono il naso pure su di lui in qualto colpevole di avere riformato negli anni Cinquanta i sacri riti della Settimana Santa.
        Lei sa che negli archivi storici diocesani esistono centinaia di lettere dei vescovi al loro clero, di decreti episcopali e infine di sanzioni canoniche comminate ai preti, proprio legate alle sacre celebrazioni ed alla amministrazione dei Sacramenti?

        Sa quanti e quanto numerosi sono i documenti che rimangono agli atti nei quali gli ordinari diocesani rimproveravano i propri presbiteri in toni non di rado minacciosi, perché non pochi di essi celebravano in 7/8 minuti una Messa della feria saltando con tre o quattro bisbiglii le parti che il celebrante avrebbe dovuto recitare sottovoce ma che molti non recitavano affatto?
        Nelle epoche idilliache, tutte spiritualità, misticismo e rispetto del sacro alle quali lei pare alludere, c’erano degli abusi liturgici da far impallidire alcune frange degli odierni neocatecumenali più scalmanati; e delle forme di sciatteria non equiparabili a quelle che possiamo trovare in certe chiese di oggi.

        Non si può modificare il passato per illudersi che nel passato tutto era buono e santo.”

        In Pace

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        • Io il mio letto – che è s’intende anche Talamo Nuziale – me lo sono disegnato e fatto realizzare ( non che assomigli al carro di fuoco di Ezechiele o ad un altare 😉 ), ma non vedo dove stia il male se qualcuno s’è comprato un semplice letto dell’IKEA !?

          Come sempre il male sta DENTRO l’uomo, non dove poggia il capo o le “stanche membra”… 😉

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  5. Seconda riflessione: REALTA’ E NON FANTASIA! Non ci crederete ma è la prima cosa che ho scritto nelle notes che sto’ prendendo nella ricerca sulle “Teologie alla moda” (si, Minstrel, ci sto’ lavorando nei ritagli di tempo, ma non prometto niente, sta’ mettendo a dura prova la mia carità cristiana…)
    Bisognerebbe fornire alle persone gli strumenti per andare oltre/rifiutare le fantasie, promosse in ogni modo da cultura e media, che ci inducono in un’ipnosi schiavizzante.

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    • Il realismo: ciò di cui molti si riempiono la bocca, fuggendolo al contempo.
      Noi confidiamo, siamo esperti al riguardo carissima Lidia! 😀

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    • “L’immaginazione è il potere di plasmare la realtà. […] la fantasia è il suo opposto”
      Per me questa è anche spesso (per non dire sempre) una delle discriminanti, tangibilissime, tra l’atteggiamento del cristiano e quello del non credente.
      (infatti vedo che il titolo è “Il punto focale del cristianesimo”)
      Quello che l’ “ateo” di solito ci attribuisce è che noi saremmo in una condizione di passività: in realtà (appunto realtà!) ci sta attribuendo solo il suo atteggiamento passivo. In realtà (appunto) mentre si erge a dio si autocondanna alla fantasia, all’autoipnosi…..

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    • innanzitutto un saluto a tutti da Gerusalemme ( vi spieghero’ poi) poi yn grazue mille a Minstrel per questo splendido post e lidia.. se su nipoti di maritain ti capiterà di imbatterti in un certo Cláudio col mio stesso avatar e che straparla di omosessualità non proibita dalla Bibbia humanae vitae opzionale e convivenza uguale al matrimonio non farti sono io ma ero giuovane……

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  6. …ci raccogliamo tutti,come comunità,non intorno ad un altare,ma alla Tavola del Signore,per condividere il Corpo del Signore e per mettere in comunione il nostro corpo e tutto il nostro patrimonio,esistenza e beni
    ,per eliminare la solitudine,la povertà,in cambio della pace e della speranza di risorgere,valori che si testimoniano e si incarnano,per non ridurre tutto ad una bella liturgia,ma forse con scarso impatto e senza la capacità di lievitare e coinvolgere.

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  7. Credo che per ridare il senso originario alla castità bisognerebbe passare a riscoprire il senso del pudore. Chiarisco, che è sempre meglio…
    pudore non nel senso che qualche malfidato potrebbe intendere del bigotto, no.
    Intendo il senso del pudore, quello cristiano, quello che intende il corpo, come il vaso di creta, materiale e visibile, che contiene quel tesoro che è l’anima. Corpo che se pur destinato a perire, nel Gran Giorno ci sarà restituito.

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    • Non è il thread giusto, ma anche sul pudore bisognerebbe distinguere quello maschile da quello femminile.
      Ad esempio, il pudore maschile si svela soprattutto nel fatto che ci siano sentimenti o avvenimenti che preferiamo tenere nel nostro “deserto” , da dove la critica spesso sentita di non comunicare tutto immediatamente trasparentemente; da dove a volte quel che può sembrare una difficoltà a comunicare sentimenti o esperienze spirituali. Poi ci sono i vizi che possono discendere da un eccessivo pudore, ma per questo sempre vale la regola del “in medio stat virtus”.
      Poi il pudore è lo sguardo con il quale guardiamo altrui, sovente impudico:certo che al pudore si deve essere educati in famiglia per cominciare, pudore nel linguaggio in primis, sviluppando la temperanza in ogni cosa.
      Un campo vastissimo: grazie per lo spunto importantissimo!
      In Pace

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    • bellissime parole caro Don Enzo, p f prega per me grazie
      e i punti ??? sotto indice ignoranza bella e buona

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      • Lieta, perdonami, ma basta così.
        Mi dispiace se il blog ti abbia delusa in qualche modo ed è palese che ogni volta che ci torni ti arrabbi. Se possiamo fare qualcosa per questa situazione faccelo sapere e vediamo se è possibile porre qualche rimedio, altrimenti non credo abbia senso continuare a moderare dei commenti che non centrano molto con gli argomenti trattati con il rischio di esacerbare la tua rabbia.
        Non fa bene a nessuno, ecco.
        A me pare tutto un misunderstanding puro, ma mi rendo conto di arrivare a “giochi fatti” e magari qualcosa mi è sfuggito. Resta il fatto che ogni pretesto è buono per dar contro a Simon.
        Non ti piace, non ci posso far niente, ma questo non toglie che qui è anche casa sua… buon cammino lieta.

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      • grazie Lieta per aver carpito il senso escatologico della castità.Chi si veste con uno splendido scafandro senza mai andare nello spazio ,non é segno,nè testimonianza,é semplice velleità,i cristiani erano conosciuti come coloro che spezzavano il pane,a quella Tavola Eucaristica,dove non regnava più la povertà,nè l’assillo del possesso,dove la speranza che era in loro brillava e trascinava,dove anche la castità,il celibato e il matrimonio, avevano il posto e la comprensione pertinenti,al servizio,ma se la tavola e la condivisione dei beni non esistono,allora sopravvengono le parole e le forme,come un battesimo senza bambino o senza catecumeno.Non vedo che Lieta ce l’abbia con qualcuno,

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        • E’ semplicemente successo un qui pro quo in un post sotto, Don. Nulla che mi esenti dal ringraziarla per i suoi commenti e porgerle il bentornato!
          Spero tutto bene. 🙂

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