“Laudato Sii”? In attesa dell’Enciclica litighiamo!

muto, cieco, sordo fui!

muto, cieco, sordo fui!

Come già ha ben fatto notare Magister, l’attesa spasmodica della nuova Enciclica di Papa Francesco, imminente e a ridosso del Sinodo ordinario, sta già creando attese e malumori di ogni sorta. Come al solito.

Parliamo dell’Enciclica che dal titolo pare essere davvero “tutta francescana” e, fin dal titolo in italiano e non in latino, molti se l’aspettano innovativa. “Laudato sii”! Ma cosa mai avrà da dirci Papa Francesco al riguardo all’ecologia? Cosa centra con il cardine della sua azione pastorale che pare essere la misericordia e la povertà? Cosa ci dirà insomma riguardo la “creazione”?

C’è un gran movimento di opinioni e opinionisti al riguardo e mi sembra, generalizzando, che due mentalità si stiano scontrando in questo momento, propugnando pronostici e attese: da un lato c’è chi teme il cosidetto “Global Warming” e cerca dialogo con potentati mondiali e le scelte morali “discutibili” che essi propugnano, dall’altro c’è chi invece dichiara che è una baggianata dialogare con chi compie da sempre politiche “Neomaltusiane” completamente estranee all’antropologia cristiana.
Ed è un bel dilemma.

Cominciamo dall’ultima posizione descritta.
La Nuova Bussola Quotidiana, quello che sta diventando uno dei giornali online più attivi in ambito cattolico italiano, pubblica una lettera aperta di Gotti Tedeschi diretta al Papa, nella quale denuncia le “politiche Neomaltusiane” di personaggi troppo spesso invitati in Vaticano. Si legga Jeffrey Sachs e Ban Ki-moon.
Scrive l’economista ex IOR:

“Ma come si può pensare che una cultura neomalthusiana e abortista che nega la sacralità della vita umana e considera l’uomo animale intelligente, frutto dell’evoluzione di un bacillo, ma cancro della natura e orientato solo a consumare, possa elaborare progetti per l’ambiente e per l’uomo?”.

Interessante direi.
E per certi versi anche vero. Personalmente mi sembra palese che in questo periodo storico si spinga a sposare un’assurda metafisica per la quale l’uomo è semplicemente un animale qualunque, con la sfiga (casuale!) di essersi evoluto giusto per capire che la stessa vita che vive non ha alcun senso seppur, sempre a causa dell’evoluzione, l’uomo si ostini a non ritenerla tale. Ed è questa ostinazione una evidenza, poiché l’uomo stesso cerca il senso del reale che vive (e quindi della sua vita che è nel reale) in molti modi, uno dei quali oggi – osannato dai più – viene chiamato “scienza” (il cui fondamento primo, lo ricordo, deve essere l’ordine ontologico!). Un simile animale non ha nulla di sacro, non ha più valore di un cane (facebook è colmo di frasine come: “uomo, tocca un cane e sei morto”). Anzi! Proprio a causa del suo cervello – ahimè troppo sviluppato da una cieca evoluzione – é divenuto un cancro per Gaia, il nostro povero pianetino assurto a nuova musa e madre. Ah, il Cervello… (sospiro). Questo centro di potere che fa divenire quello che l’uomo è. Eccerto! Naturalmente “il cervello in sè” (cioè letteralmente la materia grigia) diviene fondamento materialistico di tutto il dicibile umano; dallo sviluppo dello stesso infatti diviene ad esempio “necessario” far dipendere materialmente la decisione ontologica di quando un ente sia considerabile “persona”. L’aborto in fondo è possibile per questo: il feto non ha (ancora) un cervello? Non è persona! Avanti o popolo.
Questo con buona pace dell’ontologia che inorridisce di fronte ai problemi che fa nascere una simile cretineria e del reale che – al suo solito – continua ad urlare la Verità in faccia all’uomo in preda ad uno sanbiki no saru come sempre interpretato in stile omertoso, all’italiana. Non credo sia questione di “gomblotti“, ma di semplice lettura dei movimenti antropologici odierni attraverso una chiave di lettura distante anni luce dal pensiero corrente e che -forse – permette una visione d’insieme.
Per certe cose Gotti Tedeschi a mio avviso ha ragione.
E questo mi appare un primo “partito”.

Il Magister privé, come suo solito, ci fornisce delle buone piste per iniziare l’analisi dell’altro lato della luna, fornendoci un’intervista di Gennarini al vescovo argentino Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere della Pontificia accademie delle scienze (in ITA e ENG). Stefano Gennarini è il figlio del più famoso Giuseppe, braccio destro di Kiko Argüello del Cammino Neocatecumenale. Non nego la mia assoluta indifferenza nei confronti del Cammino e nemmeno la mia irritazione che a volte il tono delle domande mi ha sollvevato, poiché il giornalista mi sembra più intenzionato a polemizzare che ad ascoltare l’intervistato. Proviamo ad ascoltarlo noi.

In questa intervista parla di “crisi del clima” e “nuove forme di schiavitù” che portano a droga e aborto e, come dice Magister, mi sembra tenda a difendersi dietro alla Curia Vaticana se attaccato nel suo lavoro di dialogo, come in questa risposta:

Siamo stati criticati dal Tea Party e da tutti quelli il cui reddito dipende dal petrolio, ma non dai miei superiori, che invece mi hanno autorizzato e hanno partecipato numerosi.

Ma come dargli torto? In fondo lui dice: “mi dicono cosa fare e io lo faccio!”. In effetti…

A proposito del clima Sorondo si dichiara “soddisfatto” che:

Ban Ki-moon e Jeffrey Sachs abbiano accettato la tesi sul clima che l’Accademia, da trent’anni a questa parte, va sostenendo e cioè che l’attività umana basata sull’uso dei combustibili fossili determina il clima, denominato appunto “clima antropico”.

La faccenda è intricata, a quanto pare ci sono Premi Nobel dietro a questi studi e non è mia intenzione mettermi a discutere riguardo a questo presunto (o verissimo) riscaldamento globale.

Quello che mi interessa è notare come dall’intervsita traspaia un’idea diversissima (opposta direi) rispetto al Gotti Tedeschi su come “combattere” questa metafisica contradditoria, implicita alle posizioni dominanti oggi: combatterla attraverso il dialogo e non la stigmatizzazione. Leggiamo infatti:

Ci sono state queste discussioni e, come lei potrà vedere, nel draft degli SDG non si parla dell’aborto né del controllo delle nascite, ma si parla di access to family planning, sexual and reproductive health and reproductive rights.

Al che ci si domanda che conclusioni possano giungere due “fazioni” che – in teoria – hanno delle metafisiche implicite completamente opposte su temi etici e politici che derivano necessariamente dalla metafisica che si vive…
E da qui si arriva ad un punto cardine, che è quello che fa apparire perfettamente la diversità di metodo:

Invece di attaccarci, perché non entrate in dialogo con questi “demoni” per migliorare forse le formulazioni, come abbiamo fatto noi riguardo al tema dell’inclusione sociale e delle nuove forme di schiavitù?

Già, perché non entrare in dialogo? C’è un punto da chiarire prima: un dialogo per essere tale deve avere delle basi in comune. Cosa ha in comune Sachs, l’ONU e il Magistero dei Papi dal quale queste Accademie che “dialogano” dipendono? Esistono davvero basi in comune? E’ forse il “bene” dell’uomo? Ma cosa si intende per bene? E cosa significa “uomo”?

Queste sono le domande alle quali tutti vorrebbero che l’Enciclica rispondesse. Non perché il Magistero tradizionale della Chiesa non fornisce risposte, ma forse perché si ritiene Francesco un Papa capace di dialogare con “la modernità” in modo nuovo, con “migliori formulazioni“, rispetto ai precedenti. Ad esempio lo stesso Accademico dichiara che spera che l’enciclica parli:

della gravità della responsabilità umana nei cambiamenti climatici

A mio avviso è una idea sballata di quello che Pietro è chiamato ad essere (cioè in primis il custode della tradizione bimillenaria) oltre che sconclusionata rispetto a quello che il Santo Padre ha fatto apparire in questo ultimo periodo.

Ma la questione del “metodo” da usare non è banale, ne indicherà una da seguire pastoralmente Papa Francesco? E se si, quale? Chi vivrà vedrà, per ora teniamoci la curiosità, con la speranza tipica del cristiano.

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Categorie:Attualità cattolica, Magistero

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42 replies

  1. L’idea secondo la quale l’uomo sarebbe responsabile dei cambiamenti climatici non sta in piedi. Prima di tutto bisognerebbe dimostrare l’esistenza di questi cambiamenti climatici; poi, dopo aver dimostrato che esistono, bisognerebbe spiegare perché non dovrebbero essere le solite e naturali fluttuazioni che il clima ha da sempre. Ma, soprattutto, si dovrebbe spiegare in che modo l’attività dell’uomo determinerebbe questi cambiamenti. Con la produzione di anidride carbonica? Ridicolo! Solo una parte infinitesimale dell’anidride carbonica presente in natura è di derivazione antropica.

    Comunque, aldilà delle valutazioni scientifiche che non possono riguardare la chiesa, il vero problema è capire chi è l’uomo. Se, come sostengono i fautori del anthropic global warming (agw) l’uomo è solo un bacillo evoluto, allora niente ha senso e parlare di responsabilità morale dell’uomo è semplicemente ridicolo, la natura farà il suo corso e l’uomo non avrà alcun modo di cambiare il corso degli eventi. Se invece l’uomo è il vertice della creazione, capace di cambiare se stesso ed il mondo intorno a lui, allora ha senso parlare di custodia del creato.

    Insomma, o l’ecologia è cura e rispetto verso l’uomo, oppure non ha alcun significato.

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    • Sicuramente non è compito della Chiesa entrare nel merito di questioni scientifiche quali il global warning, e certi eminentissimi cardinali farebbero meglio a tacere anzichè affermare in rassegne stampa cose del tipo “signora mia, non ci sono più le mezze stagioni”
      http://www.lanuovabq.it/it/stampaArticolo-il-cardinalee-il-tassinaro-12643.htm
      Al di là del riscaldamento globale, vero o presunto che sia, un problema ecologico c’è, eccome se c’è (vedi, tanto per dirne una, la terra dei fuochi in Campana). Certamente la Chiesa deve stare bene all’erta, perchè la radice di certi movimenti ambientalisti che vedono l’uomo come cancro del pianeta risiede nel catarismo e quindi nel peggior gnosticismo. Ma la Chiesa deve comunque insegnare all’uomo ad avere rispetto del Creato.
      La Chiesa ha sempre avuto grande rispetto del Creato, della natura. Altrimenti la liturgia non avrebbe mai prodotto le Quattro Tempora (ahimè oggi scomparse). Altrimenti quel grandissimo Padre e Dottore della Chiesa che è san Bernanrdo di Chiaravalle non sarebbe mai arrivato ad affermare una cosa come
      « Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà. »

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      • ” non è compito della Chiesa entrare nel merito di questioni scientifiche quali il global warning” l’esistenza dell’accademia pontificia delle scienze smentisce questa affermazione.

        O meglio, forse è vero che non è compito della Chiesa, ma il Vaticano, in quanto stato, lo fa da sempre di entrare nel merito di questioni scientifiche e spesso con degli ottimi scienziati, che ci mancherebbe che si mettano a tacere anzichè mettere il campo la loro esperienza scientifica (in quanto scienziati) e diplomatica (in quanto membri di spicco di uno stato chiave per la diplomazia come il Vaticano).

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      • Quel Cardinale è stato citato alcune volte su queste pagine (poche e comunque troppe) e mai con i toni entusiastici che riserviamo di solito ad altri come Sarah.
        Un motivo ci sarà.

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      • Sicuramente non è compito della Chiesa entrare nel merito di questioni scientifiche quali il global warning : di sicuro non si può che essere d’accordo con te. Il discorso scientifico non essendo fonte di fede e di morale, esso non può essere utilizzato per fondare un Magistero Autentico, appunto nei campi ad Esso propri e cioè quelli in relazione alla Fede e alla Morale.

        Premesso che per quel che ne so io non c’è nessuna convalida definitiva di un fenomeno di global warning per giunta di origine antropica, malgrado tutta la mitologia del pensiero unico contemporaneo a supporto di tale tesi, vorrei però precisare che non si può annunciare la Buona Novella facendo totalmente astrazione delle credenze popolari le più diffuse in un periodo storico dato, come lo è, ad esempio, questa questione.

        La Buona Novella deve essere incarnata e quindi rivolgersi alle preoccupazioni odierne del popolo di Dio e aldilà: il saper fare Pastorale consiste proprio non nel dimostrare che quello del global waming di origine antropico è, o non è, un fenomeno reale, ma nell’indicare e cercare in cosa questa convinzione popolare possa aiutare a fare di questo mondo un mondo più cristico e meno luciferino.

        Da questa preoccupazione si può risalire a delle nozioni perfettamente chiare che si rifanno alle virtù umane di base e più su ancora: sono un esempio di contesto con il quale poter comunicare con l’Uomo di oggi nel quadro delle sue strutture concettuali e archetipi culturali.

        Non vedo l’ora di leggere la prossima enciclica.
        In Pace

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  2. In línea di principio dilogare coi diavoli non mi sembra prudente. Sachs, Ban Ki moon Hillary Clinton sono l´Isis di occidente, non si puó dialogare con l´Isis. A me preoccupa un cambio di verbo. Nella Genesi Dio ci comanda di “sottomettere” la creazione qua solo si parla di “conservarla”. Il cambio non é minore, se cosí fosse la Chiesa ci farebbe abbandonare quello che é stato l´occidente.

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  3. Superlike per il titolo del blogpost.
    (ho pensato fosse rivolto alla comunità di Crocevia heheheheh)
    😀

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  4. Lo spirito del bellissimo Cantico delle Creature di San Francesco D’Assisi che inizia con le parole Laudato sii mi’ Signore è quanto mai lontano dallo spirito dei nostri tempi, dalla nostra Weltanshauung.
    Molti infatti dimenticano ( o per ignoranza non hanno mai saputo) che la Lauda si chiude con una lode alla “morte corporale”
    “Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.”

    Altro che ecologia! Qui si arriva alle vette del misticismo e della fede:la vita eterna, il giudizio, la “morte secunda”. Guai a quelli ke morranno ne le peccata mortali! San Francesco D’assisi , era un mistico più che un pacifista ecologista come la parodia in cui i nostri tempi lo hanno ridotto.
    Se papa Francesco vuole imitare San Francesco lo imiti oltre che nell’amore per la povertà e l’umiltà anchenelparlare agli uomini del suo tempo della vita eterna e della dannazione eterna.
    Compito del Papa è confermare nella fede i suoi fratelli, preservare il depositum fidei alui affidato, quindi parlare della vita eterna, della salvezza , delle cose spirituali non mondane ,
    Non è suo compito e non è assitito dallo Spirito Santo, quindi non ha l’infallibilità, nel voler risolvere ex-cathedra, i problemi del clima, tipo il riscaldamento globale,l’emissione di CO2, il modo di mangiare , biologico o non ,ecc. ecc
    Questi non sono problemi religiosi , e il papa non deve diventare un “tuttologo”. Non deve sprecare il suo
    Magistero infallibile per parlare di cose simili.

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    • Caro Giacomo, condivido tutto quello che dici, l’ecologia non è argomento di fede o di morale, per cui è perfettamente lecito avere le nostre opinioni anche contrarie a quelle di papa Francesco, ci mancherebbe. E se così fosse, non mancherò certamente di criticare la parole del papa. Tuttavia, con il passare del tempo, cresce, da parte mia, la sensazione che questo papa sia davvero uno strumento nelle mani dello Spirirto Santo, magari senza che lui stesso se ne renda conto. Aspettiamo e vediamo.

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      • Il Papa fraternamente accetta le osservazioni di semplici cristiani ed anche di cristiani complicati, “Spiritus ubi vult spirat”(Gv.3,8).Il Papa fa bene,per la formulazione di temi importanti,attuali e scottanti,ad ascoltare pareri e verifiche.multiformi,e Croce Via serve anche a questo.Secondo il mio esiguo parere Papa Francesco,non ha intenzione di definire le vie del cielo ma la via che porta al Cielo,come faceva osservare anche S.Agostino,a coloro che criticavano l’astronomia biblica.Papa Francesco non é né pro Malthus,né pro Sachs,pur rispettando il creato e tutte le creature.Il Papa,dalla sua Pastorale,argentina e romana,(l’ho pure desunto dal recentissimo suo libricino sull’Eucarestia),sogna un mondo e un’umanità,all’unisono con l’Annuncio di Cristo.”Date voi stessi da mangiare a queste masse affamate”.Masse che seguono Gesù e che non ricevono pesci e pani benedetti e distribuiti dai discepoli del Maestro.Pane e pesci da non distribuire a persone anonime ,bensì raccolte in tavolate da 50-100 persone,senza contare donne e bambini,che hanno il loro posto garantito e protetto;senza nulla sprecare,raccogliendo 12 cesti pieni(Marco 6,34-44).In una Chiesa autentica,dove l’Eucarestia significa testimoniare che Cristo non é morto per niente,che non é un semplice panino per i poveri,ma Pane vero Corpo di Gesù e Vero Sangue divino,versato per tutti,dove la Memoria della Sua Vita,Sofferenza,Morte e Risurrezione,non venga ridotta a devozione asettica e di comodo.Il Papa ci dice che non abbiamo diritto alla Comunione se siamo corrotti e se usiamo la ricchezza per accumulare e far marcire i beni.Cristo e la Chiesa non hanno niente contro i ricchi non credenti,ma mandano all’inferno i ricchi epuloni e i Zacchei che non si convertano.Ottanta milioni di cristiani potrebbero organizzare ogni giorno,ogni settimana ,per tutto l’anno,tavolate “eucaristiche”,per condividere con altre 50-100 persone la Mensa del Signore,non limitata al solo pane,ma alla piena dignità di commensali,come una Comunità in cammino,salvati dal Corpo e dal Sangue immolati,per far scorrere lo Spirito dei Cristo nelle nostre vene.Questa attenzione fraterna al prossimo,lo adegueremmo al rispetto totale dei nostri simili che rappresentano Cristo,non permetteremmo di far mangiare a loro, cibo avariato,acqua inquinata,aria senza ossigeno o di lasciarli marcire dove averli derubati.Quanti di noi aprirebbero una riflessione per verificare se risultiamo solidali,comproprietari e complici degli assalitori feroci che lasciarono sanguinante a terra,l’uomo soccorso dal Samaritano?. La terra si rigenererebbe,testimoniando e incarnando la nostra fede(i cristiani,erano riconosciuti dalla spezzare il pane,e dalla mancanza di poveri in seno alle prime Comunità e dalla loro comune gioia) e non saputamente sventolando teorie accademiche astrali che oscurano l’impegno per un concreto impegno per la vita nostra e dei fratelli,Un alibi insidioso al nostro impegno cristiano,potrebbe consistere nell’accettare di sollevare Cristo dal peso della croce,solo a condizione che i farisei approvino il gesto filantropico e che Gesù garantisca per scritto che risorgerà entro 48 ore. I Cristiani hanno l’opportunità e i mezzi per salvare il mondo e l’umanità,il Papa attuale ,i Santi,le Sante e gli Apostoli,ci mostrano come e ce ne danno l’esempio,il resto é accumulare responsabilità e un giudizio divino,severo,specie per tutto il bene che avremmo potuto fare,evitandolo con pretesti e fumo.don enzo

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        • piccola correzione…Spirito di Cristo,invece che dei Cristo,scusate e grazie,

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        • Caro Don Enzo, sono dáccordo con lei e non con Giacomo e Fra, l´ecologia se intesa come uso dei doni di Dio é una questione morale. Su cosa dirá Francesco aspetto di leggerlo, su quello che dicono quelli che sarebbero stati i suoi presunti collaboratori non sono d´accordo. Come non sono d´accordo con lei nel resto del suo commento.
          Quando lei dice ”Date voi stessi da mangiare a queste masse affamate”.Masse che seguono Gesù e che non ricevono pesci e pani benedetti e distribuiti dai discepoli del Maestro. sembrerebbe parlare come i miei paesani della teología della liberazione. Gli episodi delle molteplicazione dei pani ci mostrano propio il contrario. Non siamo noi che sfameremo il mondo, e Dio che lo fará usandoci come ministri che lavorano per il Regno no lottando contro la povertá.
          Porta anche acqua a questo mulino dicendo Cristo e la Chiesa non hanno niente contro i ricchi non credenti,ma mandano all’inferno i ricchi epuloni e i Zacchei che non si convertano che contradice il “extra ecclesia nulla salus” o affida le anime dei non credenti alle vie eccezionali del Signore.
          E anche col dire (i cristiani,erano riconosciuti dalla spezzare il pane,e dalla mancanza di poveri in seno alle prime Comunità e dalla loro comune gioia)
          Quando la realtá storica é che la comunitá di Gerusalemme e rimasta in gravi difficoltá económiche ed ha avuto il bisogno delle comunitá fondate da Paolo.

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          • Gentile Blas,
            La colletta di Paolo dimostra l’attenzione concreta ad altre comunità in difficoltà.Il Buon Samaritano non si fa molte domande dilatorie sulla povertà,scende da cavallo e soccorre la persona bisognosa di aiuto.I primi cristiani erano riconosciuti dallo spezzare il pane,Anche i discepoli di Emmaus riconobbero Cristo dallo spezzare il pane(Lc.24,13.35) Tanti di noi ,probabilmente,siamo riconosciuti dal buttare il pane e dall’indifferenza. La storia del ricco epulone non la racconta Sachs. Non occorre metterci né sulla difesa,né sulla condanna,ma a sentire la modalità enunciata da Cristo sul Giudizio Universale,c’è da riflettere,se vogliamo.Non ci viene chiesto di lottare contro la povertà,ma di vedere Cristo nei poveri.

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            • A ben guardare poi nella modalità enunciata da Cristo sul Giudizio Universale, Egli si accontanta proprio di poco…
              Così come per la ricompensa promessa per un solo bicchiere dato.

              Ciò non è alibi per fare “il minimo”, ma appunto richiamo ad una visone diversa del problema (credo…)

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            • Bicchiere d’acqua, ovviamente…

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            • Per precisione nella modalitá enunciata da Cisto sul Giudizio Universale ci é chiesto di vedere Lui nel piú piccolo dei suoi fratelli.

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              • Vero… ma la ricompensa è anche per coloro che, ignari della presenza del Cristo nei piccoli, poveri e in quelli che chiameremmo gli “ultimi”, hanno avuto per costoro, compassione.

                “Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito?”

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  5. @blas
    Anche Benedetto – teologo della liberazione?

    Enciclica Deus Caritas Est http://w2.vatican.va/content/benedict-xvi/it/encyclicals/documents/hf_ben-xvi_enc_20051225_deus-caritas-est.html Solo alcuni stralci qui di seguito:

    20. L’amore del prossimo radicato nell’amore di Dio è anzitutto un compito per ogni singolo fedele, ma è anche un compito per l’intera comunità ecclesiale, e questo a tutti i suoi livelli: dalla comunità locale alla Chiesa particolare fino alla Chiesa universale nella sua globalità. Anche la Chiesa in quanto comunità deve praticare l’amore. Conseguenza di ciò è che l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un servizio comunitario ordinato. La coscienza di tale compito ha avuto rilevanza costitutiva nella Chiesa fin dai suoi inizi: « Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno » (At 2, 44-45). Luca ci racconta questo in connessione con una sorta di definizione della Chiesa, tra i cui elementi costitutivi egli annovera l’adesione all’« insegnamento degli Apostoli », alla « comunione » (koinonia), alla « frazione del pane » e alla « preghiera » (cfr At 2, 42). L’elemento della « comunione » (koinonia), qui inizialmente non specificato, viene concretizzato nei versetti sopra citati: essa consiste appunto nel fatto che i credenti hanno tutto in comune e che, in mezzo a loro, la differenza tra ricchi e poveri non sussiste più (cfr anche At 4, 32-37). Con il crescere della Chiesa, questa forma radicale di comunione materiale non ha potuto, per la verità, essere mantenuta. Il nucleo essenziale è però rimasto: all’interno della comunità dei credenti non deve esservi una forma di povertà tale che a qualcuno siano negati i beni necessari per una vita dignitosa.
    21. Un passo decisivo nella difficile ricerca di soluzioni per realizzare questo fondamentale principio ecclesiale diventa visibile in quella scelta di sette uomini che fu l’inizio dell’ufficio diaconale (cfr At 6, 5-6). Nella Chiesa delle origini, infatti, si era creata, nella distribuzione quotidiana alle vedove, una disparità tra la parte di lingua ebraica e quella di lingua greca. Gli Apostoli, ai quali erano affidati innanzitutto la « preghiera » (Eucaristia e Liturgia) e il « servizio della Parola », si sentirono eccessivamente appesantiti dal « servizio delle mense »; decisero pertanto di riservare a sé il ministero principale e di creare per l’altro compito, pur necessario nella Chiesa, un consesso di sette persone. Anche questo gruppo però non doveva svolgere un servizio semplicemente tecnico di distribuzione: dovevano essere uomini « pieni di Spirito e di saggezza » (cfr At 6, 1-6). Ciò significa che il servizio sociale che dovevano effettuare era assolutamente concreto, ma al contempo era senz’altro anche un servizio spirituale; il loro perciò era un vero ufficio spirituale, che realizzava un compito essenziale della Chiesa, quello dell’amore ben ordinato del prossimo. Con la formazione di questo consesso dei Sette, la « diaconia » — il servizio dell’amore del prossimo esercitato comunitariamente e in modo ordinato — era ormai instaurata nella struttura fondamentale della Chiesa stessa.
    22. Con il passare degli anni e con il progressivo diffondersi della Chiesa, l’esercizio della carità si confermò come uno dei suoi ambiti essenziali, insieme con l’amministrazione dei Sacramenti e l’annuncio della Parola: praticare l’amore verso le vedove e gli orfani, verso i carcerati, i malati e i bisognosi di ogni genere appartiene alla sua essenza tanto quanto il servizio dei Sacramenti e l’annuncio del Vangelo. La Chiesa non può trascurare il servizio della carità così come non può tralasciare i Sacramenti e la Parola. Bastino alcuni riferimenti per dimostrarlo. Il martire Giustino († ca. 155) descrive, nel contesto della celebrazione domenicale dei cristiani, anche la loro attività caritativa, collegata con l’Eucaristia come tale. Gli abbienti fanno la loro offerta nella misura delle loro possibilità, ognuno quanto vuole; il Vescovo se ne serve poi per sostenere gli orfani, le vedove e coloro che a causa di malattia o per altri motivi si trovano in necessità, come anche i carcerati e i forestieri [12]. Il grande scrittore cristiano Tertulliano († dopo il 220) racconta come la premura dei cristiani verso ogni genere di bisognosi suscitasse la meraviglia dei pagani [13]. E quando Ignazio di Antiochia († ca. 117) qualifica la Chiesa di Roma come colei che « presiede nella carità (agape) » [14], si può ritenere che egli, con questa definizione, intendesse esprimerne in qualche modo anche la concreta attività caritativa.
    23. In questo contesto può risultare utile un riferimento alle primitive strutture giuridiche riguardanti il servizio della carità nella Chiesa. Verso la metà del IV secolo prende forma in Egitto la cosiddetta « diaconia »; essa è nei singoli monasteri l’istituzione responsabile per il complesso delle attività assistenziali, per il servizio della carità appunto. Da questi inizi si sviluppa in Egitto fino al VI secolo una corporazione con piena capacità giuridica, a cui le autorità civili affidano addirittura una parte del grano per la distribuzione pubblica. In Egitto non solo ogni monastero ma anche ogni diocesi finisce per avere la sua diaconia — una istituzione che si sviluppa poi sia in oriente sia in occidente. Papa Gregorio Magno († 604) riferisce della diaconia di Napoli. Per Roma le diaconie sono documentate a partire dal VII e VIII secolo; ma naturalmente già prima, e fin dagli inizi, l’attività assistenziale per i poveri e i sofferenti, secondo i principi della vita cristiana esposti negli Atti degli Apostoli, era parte essenziale della Chiesa di Roma. Questo compito trova una sua vivace espressione nella figura del diacono Lorenzo († 258). La descrizione drammatica del suo martirio era nota già a sant’Ambrogio († 397) e ci mostra, nel suo nucleo, sicuramente l’autentica figura del Santo. A lui, quale responsabile della cura dei poveri di Roma, era stato concesso qualche tempo, dopo la cattura dei suoi confratelli e del Papa, per raccogliere i tesori della Chiesa e consegnarli alle autorità civili. Lorenzo distribuì il denaro disponibile ai poveri e li presentò poi alle autorità come il vero tesoro della Chiesa [15]. Comunque si valuti l’attendibilità storica di tali particolari, Lorenzo è rimasto presente nella memoria della Chiesa come grande esponente della carità ecclesiale.

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    • Sempre dall’enciclica Deus Caritas Est:

      Le organizzazioni caritative della Chiesa costituiscono invece un suo opus proprium, un compito a lei congeniale, nel quale essa non collabora collateralmente, ma agisce come soggetto direttamente responsabile, facendo quello che corrisponde alla sua natura. La Chiesa non può mai essere dispensata dall’esercizio della carità come attività organizzata dei credenti e, d’altra parte, non ci sarà mai una situazione nella quale non occorra la carità di ciascun singolo cristiano, perché l’uomo, al di là della giustizia, ha e avrà sempre bisogno dell’amore.

      Ma quali sono, ora, gli elementi costitutivi che formano l’essenza della carità cristiana ed ecclesiale?

      a) Secondo il modello offerto dalla parabola del buon Samaritano, la carità cristiana è dapprima semplicemente la risposta a ciò che, in una determinata situazione, costituisce la necessità immediata: gli affamati devono essere saziati, i nudi vestiti, i malati curati in vista della guarigione, i carcerati visitati, ecc. Le Organizzazioni caritative della Chiesa, a cominciare da quelle della Caritas (diocesana, nazionale, internazionale), devono fare il possibile, affinché siano disponibili i relativi mezzi e soprattutto gli uomini e le donne che assumano tali compiti. Per quanto riguarda il servizio che le persone svolgono per i sofferenti, occorre innanzitutto la competenza professionale: i soccorritori devono essere formati in modo da saper fare la cosa giusta nel modo giusto, assumendo poi l’impegno del proseguimento della cura. La competenza professionale è una prima fondamentale necessità, ma da sola non basta. Si tratta, infatti, di esseri umani, e gli esseri umani necessitano sempre di qualcosa in più di una cura solo tecnicamente corretta. Hanno bisogno di umanità. Hanno bisogno dell’attenzione del cuore. Quanti operano nelle Istituzioni caritative della Chiesa devono distinguersi per il fatto che non si limitano ad eseguire in modo abile la cosa conveniente al momento, ma si dedicano all’altro con le attenzioni suggerite dal cuore, in modo che questi sperimenti la loro ricchezza di umanità. Perciò, oltre alla preparazione professionale, a tali operatori è necessaria anche, e soprattutto, la « formazione del cuore »: occorre condurli a quell’incontro con Dio in Cristo che susciti in loro l’amore e apra il loro animo all’altro, così che per loro l’amore del prossimo non sia più un comandamento imposto per così dire dall’esterno, ma una conseguenza derivante dalla loro fede che diventa operante nell’amore (cfr Gal 5, 6).

      b) L’attività caritativa cristiana deve essere indipendente da partiti ed ideologie. Non è un mezzo per cambiare il mondo in modo ideologico e non sta al servizio di strategie mondane, ma è attualizzazione qui ed ora dell’amore di cui l’uomo ha sempre bisogno. Il tempo moderno, soprattutto a partire dall’Ottocento, è dominato da diverse varianti di una filosofia del progresso, la cui forma più radicale è il marxismo. Parte della strategia marxista è la teoria dell’impoverimento: chi in una situazione di potere ingiusto — essa sostiene — aiuta l’uomo con iniziative di carità, si pone di fatto a servizio di quel sistema di ingiustizia, facendolo apparire, almeno fino a un certo punto, sopportabile. Viene così frenato il potenziale rivoluzionario e quindi bloccato il rivolgimento verso un mondo migliore. Perciò la carità viene contestata ed attaccata come sistema di conservazione dello status quo. In realtà, questa è una filosofia disumana. L’uomo che vive nel presente viene sacrificato al moloch del futuro — un futuro la cui effettiva realizzazione rimane almeno dubbia. In verità, l’umanizzazione del mondo non può essere promossa rinunciando, per il momento, a comportarsi in modo umano. Ad un mondo migliore si contribuisce soltanto facendo il bene adesso ed in prima persona, con passione e ovunque ce ne sia la possibilità, indipendentemente da strategie e programmi di partito. Il programma del cristiano — il programma del buon Samaritano, il programma di Gesù — è « un cuore che vede ». Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente. Ovviamente alla spontaneità del singolo deve aggiungersi, quando l’attività caritativa è assunta dalla Chiesa come iniziativa comunitaria, anche la programmazione, la previdenza, la collaborazione con altre istituzioni simili.

      c) La carità, inoltre, non deve essere un mezzo in funzione di ciò che oggi viene indicato come proselitismo. L’amore è gratuito; non viene esercitato per raggiungere altri scopi [30]. Ma questo non significa che l’azione caritativa debba, per così dire, lasciare Dio e Cristo da parte. È in gioco sempre tutto l’uomo. Spesso è proprio l’assenza di Dio la radice più profonda della sofferenza. Chi esercita la carità in nome della Chiesa non cercherà mai di imporre agli altri la fede della Chiesa. Egli sa che l’amore nella sua purezza e nella sua gratuità è la miglior testimonianza del Dio nel quale crediamo e dal quale siamo spinti ad amare. Il cristiano sa quando è tempo di parlare di Dio e quando è giusto tacere di Lui e lasciar parlare solamente l’amore. Egli sa che Dio è amore (cfr 1 Gv 4, 8) e si rende presente proprio nei momenti in cui nient’altro viene fatto fuorché amare. Egli sa — per tornare alle domande di prima —, che il vilipendio dell’amore è vilipendio di Dio e dell’uomo, è il tentativo di fare a meno di Dio. Di conseguenza, la miglior difesa di Dio e dell’uomo consiste proprio nell’amore. È compito delle Organizzazioni caritative della Chiesa rafforzare questa consapevolezza nei propri membri, in modo che attraverso il loro agire — come attraverso il loro parlare, il loro tacere, il loro esempio — diventino testimoni credibili di Cristo.

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      • Cara trinity, tra quello che ha scritto Ratzinger e quello cheha scritto Don Enzo io trovo un mare di differenze.

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        • l’importante,caro Blas, che tra quello che facciamo e il Vangelo,,(compresi coloro che l’hanno seguito come gli Apostoli ecc:)non ci sia questo mare di differenze.Se andiamo alla ricerca di chi giustifica le nostre scelte o non scelte,li troveremo sempre,ma poi saremo noi a rispondere davanti a Dio di quello che abbiamo fatto e testimoniato,ed allora in quel momento non avremo né scuse,né interpreti di comodo..

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  6. Scusate, intervengo solo perché quando ho letto che il Papa ha scritto l’enciclica sull’ambiente, mi è venuto in mente Johnny Stecchino: “il vero problema a Palemmo è… il traffico!”.

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  7. A proposito della pubblicazione della bozza, leggo or ora questo:

    L’accredito di Magister è sospeso a tempo indeterminato da oggi per la Santa Sede. Accidenti!

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