
Parte I: Forma dat esse
L’organismo ecclesiale tra Offertorio, Canone e segni che non mentono
C’è un momento, in ogni Messa, in cui il tempo sembra sospendersi: “Sursum corda – Habemus ad Dominum.” Se davvero i cuori si alzano, lo capisci dai segni: il passo dei ministri, la calma di un silenzio che non imbarazza, l’altare che non è tavolo di riunione ma pietra sacra, il Crocifisso in asse che comanda lo sguardo, la voce del sacerdote che non “spiega” ma offre. Lì, la Chiesa respira.
La mia tesi è semplice e, per qualcuno, dura: un rito vive se la forma gli corre dentro; e la forma non è un sentimento ma un intreccio di parole e gesti in cui la cosa detta (il Sacrificio del Figlio, la Presenza reale, le Nozze dell’Agnello) coincide con il nome che la nomina e la mostra. I classici avrebbero parlato di causa formale; i confuciani di rettificazione dei nomi (zhèngmíng) e di dottrina dei riti (lǐ). Se il nome non dice più la cosa, se il rito non la in-forma, nasce un’aria sottile di anemia: non muori, ma non cresci.
Qui non si tratta di preferenze estetiche. Ottaviani e Bacci, due cardinali che non avevano alcun gusto per le nostalgie, nel 1969 misero per iscritto ciò che molti avvertivano: la nuova forma della Messa, così come era stata scritta, indeboliva il registro sacrificale, soprattutto nell’Offertorio; accorciava e moltiplicava le Preghiere eucaristiche, riducendo i gesti che suscitano adorazione; smussava il lessico su Presenza e propiziazione; spostava il sacerdote nella percezione pubblica da offerente in persona Christi a presidente d’assemblea. Non negarono la validità, e questo va ripetuto, ma dissero che la forma del rito non manifestava più, per forza propria e senza stampelle, tutta la sostanza. È come una tela su cui i colori sono veri, ma l’intreccio è allentato: regge, sì, ma non splende.
Dall’altro lato, Boniface Luykx , monaco, liturgista, anatomista fine del gesto, guarda non alla teologia in astratto, bensì al corpo del rito nuovo(A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor (Angelico Press)): tempi compressi, ingressi e uscite senza vera soglia, ripetizioni ridotte (e la ripetizione è la grammatica del sacro), silenzi rarefatti (e il silenzio è linguaggio), spazio che rischia di diventare sala, musica che suona come cornice e non come atto. Risultato: la Messa si può capire, ma il mistero non accade davanti a te con la stessa potenza educativa. In breve: si parla molto, si prega poco. Si spiegano le stelle, ma non si alza la testa al cielo.
Qui il mio punto: un rito riceve la notazione “A” quando l’atto sacro si mostra da sé. Non hai bisogno che qualcuno ti convinca che l’Agnello è sull’altare; lo vedi nello spessore dei gesti, nel peso del silenzio, nell’orientamento che trascina tutto verso il Signore. “Sanctus, Sanctus, Sanctus…” non è un coro emotivo, è l’irruzione di un’altra patria. Il Rito Antico fa questo per struttura: Offertorio propiziatorio che “canta” il sacrificio, Canone raccolto in cui le parole sono affilate e i gesti carichi, ripetizioni che incidono, silenzi che dilatano, orientamento che toglie dall’autocoscienza, lingua sacra che spezza la tirannia del quotidiano, musica che è teologia cantata, ruoli definiti. IL Rito Antico non ti convince: ti converte, perché la Verità non si concepisce ma La si vive.
Il Novus Ordo, così come è stato redatto, non nasce “A”. Lo puoi alzare: puoi scegliere le anafore più dense, ridurre le opzioni, imporre silenzi, spingere la musica verso il gregoriano, mettere il Crocifisso in centro, educare i ministri alla lentezza dei santi. Con padri esigenti e una schola tenace, può talvolta, nella pratica, lambire una notazione “B+” alta. Ma il punto rimane: la forma del rito chiede continuamente aiuto. È come una casa abitabile, ma senza travi a vista: devi continuamente ricordare agli ospiti che il soffitto c’è, perché non lo sentono.
“Finché c’è una vera celebrazione, la Chiesa vive”, d’accordo. Ma se vogliamo che la liturgia educhi, che ci sia una lex orandi che generi una lex credendi e lex vivendi, allora dobbiamo avere il coraggio di dirlo: il Rito Antico è migliore. Non perché faccia “sentire di più”, ma perché dice meglio ciò che dice. E perché, nella sua esattezza, forma il corpo in un abito di adorazione. Alla fine, è sempre questione di verità performativa: quod agitur, agitur, ciò che si compie, compie l’uomo.
“State fermi e riconoscete che io sono Dio.” (Sal 46,11)
La liturgia o rende possibile questa fermezza, o moltiplica parole per coprirne l’assenza.
Parte II: Nozze dell’Agnello, “La Messa è Apocalisse”:
Perché il simbolo forte santifica e il minimalismo spiritualmente stanca
Apri l’Apocalisse e ascolta: “E vidi un trono nel cielo… e in mezzo al trono un Agnello come immolato” (Ap 4–5). Scott Hahn ha avuto il merito di dirlo al popolo con chiarezza (The Lamb’s Supper: The Mass as Heaven on Earth. New York: Doubleday, 1999): il libro di Giovanni non è un rebus politico ma la liturgia del Cielo, e la Messa è il Cielo sulla terra. Là ci sono il Trono e i ventiquattro presbiteri, il Sanctus degli angeli, le coppe profumate d’incenso, il silenzio di mezz’ora che trattiene il respiro del cosmo (Ap 8,1), le Nozze dell’Agnello (Ap 19). Se la nostra Messa non assomiglia a questo, qualcosa non va: non nel cuore di Dio, ma nella nostra forma.(Cf. il nostro post del 2013 Liturgia Apocalittica)
Il Rito Antico ha l’aria di quelle basiliche che non devi “difendere”: si difendono da sole. Entra e capisci. Il Crocifisso in asse, l’Altare che sale, i ministri che arrivano dal sacro e al sacro tornano, la lingua che non è la tua ma che, paradossalmente, ti restituisce a te stesso. Quando esplode il “Sanctus”, non ti senti parte di un pubblico; sei arruolato nella schiera. Quando il sacerdote tace sul Canone, non è un imbarazzo: è il segno che non è lui il protagonista. Quando la Comunione si riceve in ginocchio, capisci senza trattato che qui passa un Re. E quando tutto si spegne, non esci “intrattenuto”: esci cambiato.
Nel Novus Ordo così come abitualmente si presenta, troppo spesso l’Apocalisse deve essere spiegata. Il Trono si perde nella democrazia delle sedie; l’Agnello si fa concetto devoto; i presbiteri diventano funzionari di sala; il Sanctus scivola nel ritornello orecchiabile; l’incenso non serve, il silenzio mette ansia, le coppe sono vasi, le Nozze un’allegoria pastorale. Si può fare meglio, ben lo sappiamo e pure lo chiediamo, ma il fatto rimane: la grammatica di base non sostiene l’altezza. Chi canta gregoriano ogni domenica in NO, chi rispetta i silenzi, chi centra il Crocifisso, chi usa ad orientem dove si può, compie un atto di resistenza amorosa ma, tuttavia, lo sente anche lui: manca come qualcosa nella tessitura.
Prendiamo un solo gesto, che vale mille discorsi: l’inginocchiarsi. In Apocalisse tutti cadono giù: gli anziani, gli angeli, ogni creatura (Ap 5,8.14). Non è teatro: è verità del corpo. Dove l’inginocchiarsi scompare e la Comunione in mano s’impone come abitudine, nessuno proclama l’eresia; ma il corpo riceve una catechesi che non mente mai: “Questo è grande, ma non è tremendo.” E la mente, docile serva del corpo, vi si adatta: “Se posso toccarlo come qualunque cibo, forse non è il Cibo.” Non è un sillogismo: è la legge dell’uomo, l’anima che apprende per i sensi.
Il Rito Antico, al contrario, ordina i sensi. La lingua sacra ti toglie il riflesso di usare parole per dominare; i tempi lenti rifanno il respiro; i gesti ripetuti scavano un solco; la musica non ti corteggia ma ti tira su; la balaustra, là dove è rimasta, è soglia che difende il Mistero e protegge il piccolo. Non ti senti “escluso”: ti senti incluso dal Cielo, che ha una pedagogia severa e dolce. Qui la mistagogia non è un corso universitario: è la forma stessa.
Si dirà: ma il Novus Ordo è valido, e Dio supplisce ed è assolutamente vero. Ma Dio non ci ha mai chiesto di vivere di supplenza ragion per la quale ci ha dato segni e ci ha dato riti, un linguaggio in cui la Sposa impara ad essere Sposa. L’Apocalisse non è una poesia ma è una mappa: se la tua Messa non ti porta nei capitoli 4–5, 8 e 19 dell’Apocalisse, non perché non ci credi ma perché non li vedi, allora il tuo cuore farà più fatica. Amerà lo stesso, con la grazia di Dio, ma con più sforzo umano e certamente meno frutto.
“E vidi… mille migliaia lo servivano, diecimila miriadi stavano davanti a lui.” (Dn 7,10) : la liturgia del Rito Antico ti mette in quel fiume, la forma nuova, spesso, te lo racconta.
Io, per questo, lo dico senza puntare il dito: se puoi, vai al Rito Antico, ma non perché altrove Dio non sia, ma perché qui lo vedrai meglio e che il cuore ama più facilmente quando l’occhio vede.
Parte III: Introibo ad altare Dei
Con Pietro, verso l’Altare: Non fuggire ma vai dove l’Agnello si lascia vedere
Si può amare la Chiesa e restare intransigenti sulla forma del culto. Anzi: proprio perché la si ama, non si accetta che il suo respiro diventi corto. Non propongo crociate né fuga quanto, piuttosto, propongo una dimostrazione.
Prima premessa. Validità non è pienezza. Nessuno, tantomeno io, contesta la validità del Novus Ordo celebrato come la Chiesa comanda. Ma validità significa che Cristo opera; mentre pienezza significa che la forma educa. Lo stesso Mistero, in forme diverse, non educa allo stesso modo. Qui entra Ottaviani/Bacci: la lex orandi del NO, per come è scritta, non porta in alto per forza propria. E qui entra Luykx: la grammatica del rito, nella prassi comune, non sostiene l’ascesa. Non basta “voler bene” alla gente: occorre alzare l’Altare.
Seconda premessa. L’uomo impara coi sensi. La fede non è emotività, ma non è neppure un teorema. È visione e gusto: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore.” (Sal 34,9) Se i segni sono poveri, l’anima fa più fatica. E se i segni sono ambigui, l’anima impara l’ambiguità. Un popolo che non si inginocchia più, che canta se stesso, che riceve come si prende, che ascolta un discorso mentre si compie un sacrificio: che cosa imparerà? Non dico che “perderà la fede”, però dico che respirerà corto ed i polmoni del sacro, una volta ristretti, ci mettono anni a rifarsi.
Terza premessa. L’Apocalisse è la misura. Scott Hahn ci ha insegnato a guardare la Messa così: Trono, Agnello, silenzio, incenso, coppe, Nozze. Ogni parrocchia non può diventare un monastero, e su questo siamo d’accordo; ma ogni altare deve ricordarci che lì sta accadendo ciò che Giovanni vide. Se l’atto non ti porta là, se per arrivarci devi contrabbandare spiegazioni, se i segni sono deboli e ci si deve arrovellare l’intelligenza e l’immaginazione, allora non dire che è “colpa della gente”: la forma semplicemente non li educa.
Da tutto questo segue, e lo dico con Pietro e non contro Pietro, una conclusione schietta: la via migliore è il Rito Antico, non in quanto “vince la nostalgia”, ma perché vince la verità del segno; non in quanto “il NO è invalido” (non lo è), ma perché la sua forma non raggiunge la notazione “A”. E poiché il culto non è terapia ma santificazione, non va da cercarsi la soluzione “meno peggiore”: si cerca ciò che santifica di più in-formandoci nel ,modo il più naturale possibile per lo spirito umano, con riti e nomi raddrizzati.
“E se il Rito Antico non c’è?” Mi si domanda, io rispondo: non fuggire. Non usare il dolore come preludio allo strappo. Onora il vescovo, prega per lui, supplica senza stancarti. Frequenta la Messa con la massima riverenza possibile; cerca quelle celebrazioni in cui il NO, pur con i suoi limiti, sia tenuto alto; resta docile e insieme esigente; insegna coi gesti: inginocchiati, taci, canta santo. Ma non smettere, se puoi, di cercare il Rito Antico. Esso non è una bandiera, ma è un’aria migliore per i polmoni dell’anima.
Vorrei chiudere con tre immagini, come tre candele davanti al tabernacolo.
La prima: un bambino che, alla sua prima Messa “antica”, guarda stupito il silenzio e sussurra alla madre: “Perché parlano piano?”. “Perché Dio ascolta”, risponde lei. Quella risposta vale un anno di catechismo.
La seconda: un vecchio sacerdote che, dopo anni di assemblee rumorose, torna a celebrare rivolto al Signore e confessa sottovoce: “Mi ero dimenticato di non essere io.” Quel giorno è tornato prete.
La terza: un’anima stanca che entra in chiesa, sente un Kyrie eleison cantato piano, che non si esibisce, e scoppia a piangere: non per malinconia, ma perché per la prima volta, da tempo, qualcuno ha chiesto perdono davvero.
Questo fa la Forma che è lo Spirito Santo che anima la Sua Chiesa: non si impone, né seduce, né chiacchera, ma converte.
E allora, senza rancore e senza tregua: andiamo dove la forma è piena. Il Signore ci aspetta sull’Altare. Introibo ad altare Dei.
La Loi du Sacré : Rectification, Apocalypse, Tradition vivante
Partie I — Forma dat esse
L’organisme ecclésial entre Offertoire, Canon et signes qui ne mentent pas
Il est un moment, à chaque Messe, où le temps semble se suspendre : « Sursum corda – Habemus ad Dominum. » Si les cœurs s’élèvent vraiment, on le comprend aux signes : la démarche des ministres, le calme d’un silence qui n’embarrasse pas, l’autel qui n’est pas une table de réunion mais une pierre sacrée, le Crucifix dans l’axe qui commande le regard, la voix du prêtre qui ne « explique » pas mais offre. Là, l’Église respire.
Ma thèse est simple, et pour certains, rude : un rite vit si la forme le traverse de part en part ; et la forme n’est pas un sentiment, mais un entrelacs de paroles et de gestes où la réalité dite (le Sacrifice du Fils, la Présence réelle, les Noces de l’Agneau) coïncide avec le nom qui la nomme et la montre. Les classiques parleraient de cause formelle ; les confucéens, de rectification des noms (zhèngmíng) et de doctrine des rites (lǐ). Si le nom ne dit plus la chose, si le rite ne l’in-forme plus, se lève une subtile anémie : on ne meurt pas, mais on ne grandit plus.
Il ne s’agit pas ici de préférences esthétiques. Ottaviani et Bacci — deux cardinaux peu portés aux nostalgies — mirent par écrit en 1969 ce que beaucoup percevaient : la nouvelle forme de la Messe, telle qu’elle fut rédigée, affaiblissait le registre sacrificiel, surtout à l’Offertoire ; raccourcissait et multipliait les Prières eucharistiques, réduisant les gestes qui suscitent l’adoration ; adouçissait le lexique touchant la Présence et la propitiation ; déplaçait la perception du prêtre, d’offerant in persona Christi vers président de l’assemblée. Ils n’ont pas nié la validité — il faut le redire —, mais ils ont affirmé que la forme du rite ne manifestait plus, par sa force propre et sans béquilles, toute la substance. C’est une toile dont les couleurs sont vraies, mais dont la trame s’est relâchée : elle tient, oui, mais elle ne resplendit plus.
À l’autre versant, Boniface Luykx — moine, liturgiste, anatomiste subtil du geste — ne regarde pas la théologie en abstrait, mais le corps du rite nouveau (A Wider View of Vatican II: Memories and Analysis of a Council Consultor, Angelico Press) : temps comprimés, entrées et sorties sans véritable seuil, répétitions réduites (et la répétition est la grammaire du sacré), silences raréfiés (et le silence est langage), espace qui risque de devenir salle, musique qui sonne cadre et non acte. Résultat : on comprend la Messe, mais le mystère n’advient pas devant vous avec la même puissance éducative. En bref : on parle beaucoup, on prie peu. On explique les étoiles, mais on ne lève pas la tête vers le ciel.
Voici mon point : un rite reçoit la note “A” lorsque l’acte sacré se montre de lui-même. Vous n’avez pas besoin qu’on vous convainque que l’Agneau est sur l’autel ; vous le voyez dans l’épaisseur des gestes, dans le poids du silence, dans l’orientation qui entraîne tout vers le Seigneur. « Sanctus, Sanctus, Sanctus… » n’est pas un chœur émotif, c’est l’irruption d’une autre patrie. Le Rite ancien réalise cela par structure : Offertoire propitiatoire qui « chante » le sacrifice, Canon recueilli où les paroles sont affilées et les gestes chargés, répétitions qui gravent, silences qui dilatent, orientation qui désenclave du moi, langue sacrée qui brise la tyrannie du quotidien, musique qui est théologie chantée, rôles définis. Le Rite ancien ne cherche pas à vous convaincre : il vous convertit, car la Vérité ne se conçoit pas seulement, elle se vit.
Le Novus Ordo, tel qu’il a été rédigé, ne naît pas « A ». On peut l’élever : choisir les anaphores les plus denses, réduire les options, imposer des silences, pousser la musique vers le grégorien, centrer le Crucifix, éduquer les ministres à la lenteur des saints. Avec des pasteurs exigeants et une schola tenace, on peut parfois, en pratique, frôler une note “B+”. Mais le fait demeure : la forme du rite réclame sans cesse de l’aide. C’est une maison habitable, mais sans poutres apparentes : il faut rappeler continuellement aux hôtes que le plafond existe, car ils ne le sentent pas.
« Tant qu’il y a une vraie célébration, l’Église vit », d’accord. Mais si nous voulons que la liturgie éduque, qu’il y ait une lex orandi qui engendre une lex credendi et une lex vivendi, alors il faut avoir le courage de le dire : le Rite ancien est meilleur. Non parce qu’il « fait sentir davantage », mais parce qu’il dit mieux ce qu’il dit. Et parce que, dans son exactitude, il forme le corps à un habit d’adoration. Au fond, il s’agit toujours de vérité performative : quod agitur, agitur — ce qui est accompli accomplit l’homme.
« Arrêtez et reconnaissez que je suis Dieu. » (Ps 46,11)
Ou bien la liturgie rend possible cette immobilité en Dieu, ou bien elle multiplie les mots pour couvrir son absence.
Partie II — Noces de l’Agneau, « La Messe est Apocalypse »
Pourquoi le symbole fort sanctifie et pourquoi le minimalisme épuise spirituellement
Ouvrez l’Apocalypse et écoutez : « Je vis un trône dans le ciel… et au milieu du trône un Agneau comme immolé » (Ap 4–5). Scott Hahn a eu le mérite de le dire clairement au peuple (The Lamb’s Supper: The Mass as Heaven on Earth, New York, Doubleday, 1999) : le livre de Jean n’est pas une énigme politique, mais la liturgie du Ciel, et la Messe est le Ciel sur la terre. Là se trouvent le Trône et les vingt-quatre presbytres, le Sanctus des anges, les coupes pleines d’encens, le silence d’une demi-heure qui retient le souffle du cosmos (Ap 8,1), les Noces de l’Agneau (Ap 19). Si notre Messe ne ressemble pas à cela, quelque chose cloche : non dans le cœur de Dieu, mais dans notre forme. (Cf. notre billet de 2013, Liturgia Apolattica.)
Le Rite ancien a l’allure de ces basiliques qu’il n’est pas nécessaire de « défendre » : elles se défendent toutes seules. On entre et l’on comprend. Le Crucifix dans l’axe, l’Autel qui s’élève, les ministres qui viennent du sacré et y retournent, la langue qui n’est pas la vôtre mais qui, paradoxalement, vous rend à vous-même. Quand éclate le « Sanctus », vous ne vous sentez pas partie d’un public ; vous êtes enrôlé dans la milice. Quand le prêtre se tait au Canon, ce n’est pas un embarras : c’est le signe qu’il n’est pas le protagoniste. Quand la Communion se reçoit à genoux, vous comprenez sans traité qu’un Roi passe. Et lorsque tout s’éteint, vous ne sortez pas « diverti » : vous sortez changé.
Dans le Novus Ordo tel qu’il se présente habituellement, trop souvent l’Apocalypse doit être expliquée. Le Trône se perd dans la démocratie des chaises ; l’Agneau devient un concept dévot ; les presbytres des fonctionnaires de salle ; le Sanctus glisse en refrain facile ; l’encens ne sert pas, le silence angoisse, les coupes sont des récipients, les Noces une allégorie pastorale. On peut faire mieux — nous le savons et nous le demandons — mais le fait demeure : la grammaire de base ne soutient pas l’élévation. Qui chante le grégorien chaque dimanche en NO, qui respecte les silences, qui centre le Crucifix, qui use de l’ad orientem là où c’est possible, accomplit un acte de résistance amoureuse ; et pourtant, il le sent aussi : il manque quelque chose dans la trame.
Prenons un seul geste, qui vaut mille discours : s’agenouiller. Dans l’Apocalypse, tous tombent face contre terre : les anciens, les anges, toute créature (Ap 5,8.14). Ce n’est pas du théâtre : c’est la vérité du corps. Là où l’on ne s’agenouille plus et où la Communion dans la main s’impose comme habitude, personne ne proclame l’hérésie ; mais le corps reçoit une catéchèse qui ne ment jamais : « C’est grand, mais ce n’est pas redoutable. » Et l’esprit — docile serviteur du corps — s’y habitue : « Si je puis le toucher comme n’importe quel aliment, peut-être n’est-ce pas la Nourriture. » Ce n’est pas un syllogisme : c’est la loi de l’homme, l’âme qui apprend par les sens.
Le Rite ancien, à l’inverse, ordonne les sens. La langue sacrée vous arrache au réflexe de dominer par les mots ; les temps longs refont le souffle ; les gestes répétés creusent un sillon ; la musique ne vous cajole pas, elle vous élève ; la balustrade, là où elle demeure, est une seuil qui défend le Mystère et protège le petit. On ne se sent pas « exclu » : on se sent inclus par le Ciel, qui a une pédagogie sévère et douce. Ici, la mystagogie n’est pas un cours universitaire : c’est la forme elle-même.
On dira : mais le Novus Ordo est valide, et Dieu supplée — et c’est absolument vrai. Mais Dieu ne nous a jamais demandé de vivre de suppléance ; c’est pourquoi il nous a donné des signes et des rites, un langage où l’Épouse apprend à être Épouse. L’Apocalypse n’est pas un poème : c’est une carte. Si votre Messe ne vous porte pas aux chapitres 4–5, 8 et 19, non parce que vous n’y croyez pas mais parce que vous ne les voyez pas, votre cœur peinera davantage. Il aimera tout de même, par la grâce de Dieu, mais avec plus d’effort humain et moins de fruit.
« Je regardais… mille milliers le servaient, des myriades de myriades se tenaient devant lui. » (Dn 7,10)
La liturgie du Rite ancien vous plonge dans ce fleuve ; la forme nouvelle, souvent, vous le raconte.
C’est pourquoi je le dis sans pointer du doigt : si vous le pouvez, allez au Rite ancien. Non que Dieu soit absent ailleurs, mais parce qu’ici vous le verrez mieux — et le cœur aime plus aisément quand l’œil voit.
Partie III — Introibo ad altare Dei
Avec Pierre, vers l’Autel : ne fuis pas, va là où l’Agneau se laisse voir
On peut aimer l’Église et demeurer intransigeant sur la forme du culte. Mieux : c’est parce qu’on l’aime qu’on n’accepte pas que son souffle devienne court. Je ne propose ni croisades ni fuite ; je propose une démonstration.
Première prémisse. La validité n’est pas la plénitude. Personne — pas plus moi qu’un autre — ne conteste la validité du Novus Ordo célébré selon les normes de l’Église. Mais validité signifie que le Christ opère ; plénitude, que la forme éduque. Le même Mystère, en des formes différentes, n’éduque pas de la même manière. Ici entrent Ottaviani/Bacci : la lex orandi du NO, telle qu’elle est écrite, ne porte pas en haut par sa seule force. Ici entre Luykx : la grammaire du rite, dans la pratique courante, ne soutient pas l’ascension. Il ne suffit pas de « bien vouloir » aux gens : il faut élever l’Autel.
Deuxième prémisse. L’homme apprend par les sens. La foi n’est pas émotion, mais elle n’est pas non plus un théorème. Elle est vision et goût : « Goûtez et voyez comme est bon le Seigneur. » (Ps 34,9) Si les signes sont pauvres, l’âme peine. S’ils sont ambiguës, l’âme apprend l’ambiguïté. Un peuple qui ne s’agenouille plus, qui chante lui-même, qui reçoit comme on prend, qui écoute un discours pendant qu’un sacrifice s’accomplit : que va-t-il apprendre ? Je ne dis pas qu’il « perdra la foi » ; je dis qu’il respirera court, et que les poumons du sacré, une fois rétrécis, mettent des années à se refaire.
Troisième prémisse. L’Apocalypse est la mesure. Scott Hahn nous a appris à regarder la Messe ainsi : Trône, Agneau, silence, encens, coupes, Noces. Toute paroisse ne peut devenir un monastère — nous en convenons — ; mais chaque autel doit nous rappeler que là s’accomplit ce que Jean a vu. Si l’acte ne vous y mène pas, si pour y parvenir il faut contrebande d’explications, si les signes sont faibles et qu’il faut torturer intelligence et imagination, ne dites pas que c’est la « faute du peuple » : c’est que la forme ne les éduque pas.
De tout cela découle — et je le dis avec Pierre, non contre Pierre — une conclusion limpide : la meilleure voie est le Rite ancien ; non parce qu’il « gagne la nostalgie », mais parce qu’il gagne la vérité du signe ; non parce que le NO serait invalide (il ne l’est pas), mais parce que sa forme n’atteint pas la note “A”. Et puisque le culte n’est pas thérapie mais sanctification, il ne s’agit pas de chercher la « moins mauvaise » solution : il faut chercher ce qui sanctifie le plus, en nous in-formant de la manière la plus naturelle pour l’esprit humain, par des rites et des noms redressés.
« Et s’il n’y a pas de TLM ? » me demande-t-on. Je réponds : ne fuis pas. N’utilise pas la douleur comme prélude à la rupture. Honore l’évêque, prie pour lui, supplie sans te lasser. Fréquente la Messe avec la plus grande révérence possible ; cherche ces célébrations où le NO, malgré ses limites, est tenu haut ; demeure docile et exigeant tout ensemble ; enseigne par les gestes : agenouille-toi, tais-toi, chante saintement. Mais ne cesse pas, si tu le peux, de chercher le Rite ancien. Il n’est pas un drapeau : il est un air meilleur pour les poumons de l’âme.
Je voudrais conclure par trois images, comme trois bougies devant le tabernacle.
La première : un enfant qui, à sa première Messe « ancienne », regarde, stupéfait, le silence et murmure à sa mère : « Pourquoi parlent-ils doucement ? » — « Parce que Dieu écoute », répond-elle. Cette réponse vaut une année de catéchisme.
La deuxième : un vieux prêtre qui, après des années d’assemblées bruyantes, revient célébrer tourné vers le Seigneur et confesse à mi-voix : « J’avais oublié que ce n’était pas moi. » Ce jour-là, il est redevenu prêtre.
La troisième : une âme lasse entre à l’église, entend un Kyrie eleison chanté tout bas, qui ne s’exhibe pas, et éclate en sanglots : non par mélancolie, mais parce que, pour la première fois depuis longtemps, quelqu’un a vraiment demandé pardon.
Voilà ce que fait la Forme, qui est l’Esprit Saint animant son Église : elle ne s’impose pas, ne séduit pas, ne bavarde pas — elle convertit.
Alors, sans rancœur et sans trêve : allons là où la forme est pleine. Le Seigneur nous attend sur l’Autel. Introibo ad altare Dei.
Categories: Attualità cattolica, Liturgia e Sacra scrittura, Populus Traditionis Custodum, Simon de Cyrène

a) il sacerdote stanti Clemente romano non è tale in Persona Christi e non è secondo l’Ordine di Melkitzedek, il quale lo è solo il Figlio di Dio. Se dunque si critica il novus ordo, ugualmente non si può non criticare prima di tutto la possibilità di avere plurimi sacrifici sul medesimo altare più volte al giorno o grazie a Pio XII che addirittura il santo sacrificio avvenga vespertinamente od in notturna ( se non quando è giustamente previsto ) e soprattutto l’edificazione di miriadi di alteri laterali che svelano un approccio pagano ed eretico con la scusa della mirabilità del santo sacrificio, cosa che neanche un pagano od un eretico si sarebbero sognati però sapendo giust’appunto quali siano le regole rituali recitative e la liturgia. Inoltre a rigore, per quanto sia reale che si è deonticizzata la sacralità dei ministri, il fatto che anche debba agire in persona ecclesiae avrebbe dovuto portarci alla totale critica delle messe private sine popolo, per una questione di eresia ecclesiologica e tale spostamento avrebbe dovuto ri-affermare nella declericizzazione l’agire del Signore nella causa seconda strumentale che è il sacerdote, quindi era un’ottima occasione che è stata abilmente sviata.
b) calcare sulla lingua sacra o completamente incomprensibile per garantire solennità è erroneo. Che sia una lingua aulica e separata dall’uso comune ciò andava attuato nel tradurre la qual cosa avrebbe sempre dovuto mantenere una metrica poetica, ma sia chi esige una distanza totale come chi peggio reputi esista una lingua sacra nella Fede cattolica è in realtà eretico.
c) l’atto di adorazione al ricevere la santa eucarestia, che nel rito menomato e pseudotridentino del 62, o comunque in esso senza le manomissioni rubricali, è certo assenza bieca e cattivo andazzo non fa il paio con il non ricevere il sangue ( che poi Gelasio papa ciò proibiva d’altronde ossia la non completezza nel partecipare al banchetto sacrificale ). Inoltre non è detto si debba considerare più devoto il ricevere sulla lingua piuttosto che sulla mano. Chi reputasse ciò sacrilego, sarebbe prossimo all’eresia, ed il problema è più che altro la non adorazione che il come la si riceva, giacché ci sono ottimi, probabilmente migliori motivi teologici per riceverla in piedi. Certo nel debito modo. Il sillogismo che poni poi è del tutto illogico giacché allora manco andrebbe mangiata la santa eucarestia come il resto dei cibi per garantirne uno statuto diverso.
I peggiori in questa razza sono coloro che dell’ultima cena vogliono fare il Cristo imboccante i discepoli e non solo distribuente il pane ed il calice. Secoli di primi cristiani evidentemente idioti fino a quando non si ebbe la comunione in bocca…Strano poi che un aumento di devozione per questa come per miriadi di cose, sia stato così fragile consegnandoci via via a questo mondo figlio di un’altissima devozione tramutatasi in scuse, deroghe, camuffamenti di ogni specie. Forse non è meglio ritenere che non è stata una migliore comprensione, ma un cattivo segno di smarrimento indice di una falsa cristianizzazione europea?
d) l’introduzione di organi e banche su cui sedersi, nell’occidente stesso, sono segno di protestantizzazione. ULTERIORMENTE la santa messa bassa dialogata lo è e tutt’ora lo è checché se ne dica fermo restando che tutti sappiamo che preferire la messa bassa alla messa solenne ( che dovrebbe essere l’unica ) è un cattivismo approccio e non lo scrivo perché neghi la difficoltà di avere una santa messa solenne e dunque la reale e meritoria volontà di almeno compiere ed assistere una santa messa bassa in modo più antico ( beh, per il 62 appena 7 anni ), ma ho sentito con le mie orecchie che ci si sente più raccolti e più coinvolti con una messa che un antico avrebbe tacciato di approccio blasfemo al Signore anch’essa. Ma d’altronde i chierici nemmeno cantano più le ore, come era ovvio,assiomatico,necessario prima di 600 anni fa, e sono capaci di fare la prima assieme a nona…PER RECUPERARLA ( per non incorrere nella scomunica ). Con il digiuno è andata uguale d’altronde, e la colpa è del liberale?
e) inginocchiarsi è già poco rispetto alla prosternazione, che in occidente è sparita da un bel pezzo. Ma nel rito del 62 si sta in ginocchio troppo tempo in parti che non lo prevedono ( in realtà per il laico solo la preghiera eucaristica e la benedizione finale come il reale tridentino prevede ) disprezzanto i santi vescovi di Nicea con il famoso canone XX a cui chiaramente non importa niente a nessuno.
f) lo stesso rito antico detto in generale avendo tolto i veli si era già preparato ad essere picconato. La divisione dell’altare dalla navata, il non poter udire certe parole, dovevano fare il paio con una certa non visibilità come difatti era ( non c’entra nulla l’iconostasi che fu una trovata in reazione al’iconoclastia di poco più di un millennio fa ). Vista, udito e tatto vanno di pari passo come attesta Giovanni rispetto al Verbo che lui e gli altri apostoli testimoniarono.
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NON volevo fare questi appunti ma il tuo testo perfetto e da meditare, giusto in sé, per molti che frequentano il rito del 62 è una condanna.
Meglio per loro sarebbe fare penitenza per i loro errori ed ignoranze seguendo il novus ordo autodeclassando il loro darsi un tono.
Non scherzo.
Beh, gli ultimi miei commenti mi parono anche densi e pregni e seri…Abbia misericordia di me il Signore, potesse qualche persona che mi ha letto altrove trovarmi qui per vedere che in realtà a questo puntavo, ed ancora sono così protervo ed incapace di settorializzare e deputare gli ordini delle cose, in realtà pauroso a far il teatro da tastiera.
« Ama ed onora il tuo vescovo, prega per lui, supplica senza stancarti. Frequenta la Messa con la massima riverenza possibile; cerca quelle celebrazioni in cui il NO, pur con i suoi limiti, sia tenuto alto; resta docile e insieme esigente; vivi nei gesti e nel canto e dunque non smettere, se ti è possibile, di cercare il Rito Antico. Esso non è una bandiera, ma è un’aria migliore per i polmoni dell’anima…affiché il tuo lavoro solitario sia nel Favore e nella Benedizione del Signore… »