Il nichilismo come causa della crisi economica – 2° parte

Per leggere la prima parte

Ricordiamo la domanda con la quale ci siamo lasciati: come è stato possibile negli ultimi 35 anni aumentare i consumi individuali per far crescere il PIL e al contempo far fronte economicamente alla decrescita demografica?

Ecco il primo “trucco”: smettere di risparmiare.
Nel 1975 il tasso di risparmio delle famiglie italiane era il 27%, oggi siamo sotto il 4%. Voi direte: bene! Eh no, perché i risparmi sono la base monetaria delle banche con la quale fanno credito alle imprese. Mancando di questa base le banche devono inventarsi degli strumenti per finanziarsi ed ecco i derivati.

Ma non basta. Cosa è stato fatto di gravissimo che si è rivelata un’arma a doppio taglio? Abbiamo fatto la delocalizzazione. Per avere più beni da consumare, visto che non cresce il PIL, devo aumentare il potere di acquisto della mia moneta. Il potere d’acquisto è subito spiegato: io con 1000 euro cosa compro? Trentanni fa ci pagavo di tutto, oggi ci pago si e no l’affitto. Questo a causa del crollo del potere d’acquisto. Il potere di acquisto aumenta se aumentano i salari reali, per aumentare i salari deve aumentare il PIL e perché questo succeda deve cresce l’economia. Ma è un circolo vizioso: l’economia non cresce, i salari quindi non crescono, come facciamo? Dobbiamo implicitamente alzare il potere di acquisto, diminuendo il costo dei beni!

In questi 35 anni noi abbiamo de-localizzato fra il 50 e il 60% dei prodotti che noi consumiamo. Gli facciamo produrre in Asia e li importiamo. […] Facciamo un esempio: un prodotto fatto qui mi costa 10 euro, mentre se prodotto in Cina mi costa 5 euro. Se fosse un prodotto necessario per voi e aveste a disposizione quello cinese che, immaginiamo, viene percepito come uguale o del tutto simile nella manifattura, quanto risparmiereste? 5 euro. Dunque il potere d’acquisto della vostra moneta è cresciuto? Si, a parità di salario il potere di acquisto su quel prodotto è praticamente raddoppiato.

Dunque se io creo una politica economica che trasferisce in altri paesi la produzione dei prodotti cosiddetti di volume, che valgono da soli il 30-40% o 50% del mio acquisto totale, io aumento il mio potere d’acquisto per il 30-40-50% degli acquisti. Ma cosa succede qui? Che non si investe più in industrializzazione, in tecnologia e quindi in potenziali posti di lavoro. Questo perché, tutte le volte che de-localizzo per importare un prodotto fabbricato da un’altra parte, io creo là ricchezza e posti di lavoro. […] Col tempo abbiamo scoperto di non avere più capacità produttiva che potesse competere nel mondo globale. Il problema infatti che il prodotto che noi ora importiamo, dovessimo ricominciare a produrlo qui – a causa della struttura dei salari, del welfare dei lavoratori e cosi via – verrebbe sempre a costare di più, con notevole penalizzazione degli acquisti a causa della perdita del potere di acquisto che ne deriverebbe.

Concludiamo la storia: la popolazione non cresce, per mantenere la crescita del PIL si devono aumentare i consumi individuali. Per farlo da una parte si eliminano i risparmi, con le conseguenze dette, dall’altra si trasferisce la produzione di beni in paesi con manodopera a basso costo, li reimporto e aumento il potere di acquisto, con altre conseguenze.

Ma non basta. I creatori di questo modello si sono dimenticati che se la popolazione non cresce, necessariamente si modifica la struttura della società rispetto a quella che si ha quando la popolazione cresce. 30 anni fa la società era formata più o meno così (arrotondo): da 0-25 anni il 25%, da 25- 45 il 25%, da 45-65 il 35%, da 65 in poi 12%. Oggi le percentuali sono: da 0-25 anni il 12% e da 65 in poi il 30% circa. Cosa significa questo? Significa meno risorse che si creano e più risorse che si domandano. In economia si dice: sono cresciuti i costi fissi. Cioè la crescita del costo della gestione dell’anzianità ha aumentato il costo di struttura della società stessa. Come faccio a mantenerli?

Lo si fa in due modi: primo, aumentando le tasse. Nel 1975 il peso delle imposte sul PIL italiano era il 25%, oggi è il 50%. Oggi, in proporzione, possiamo dire che coppia che lavora guadagna esattamente come guadagnava un singolo padre di famiglia 30 anni fa. Perché? Perché sono aumentate le imposte del 100% rispetto al ’75.
Ma se le imposte raddoppiano, diminuiscono i consumi e gli investimenti. L’imprenditore guadagna meno, investe di meno; le famiglie prendono meno e consumano meno. Semplice. E allora cosa si può fare?

Ecco l’ultimo “trucco”: si inventa la crescita consumistica a debito. Naturalmente varia da paese a paese, in Italia per fortuna questa mentalità ha attecchito poco, ma negli USA il problema è notevole. Vi faccio un esempio che semplifico per vostra e mia comodità: fra il 1997 e il 2007 il PIL americano cresce, sui 10 anni, del 32%; il famoso 3,2% all’anno. Ma quello che è interessante è che l’85% di questo 32% era dovuto al debito delle famiglie americane che infatti passa dal 60 al 90% del PIL. Cosa vuole dire? Vuol dire che la crescita vera del PIL non era stata del 32%, ma del 4% in dieci anni! Perché il resto era tutto fatto a debito delle famiglie. Debito che per altro ad oggi (2012 ndr) non è stato pagato! Quel che è successo è storia recente: nel 2008 moltissime famiglie vanno con le carte in mano in banca e dicono: “non posso più pagare”. Bum, il sistema bancario crolla e banche intere falliscono, come ricorderete sicuramente della Lehman Brothers.

Cosa fa il governo americano? Salva le banche. Per salvare le banche, le ricapitalizza. Per ricapitalizzarle, usa il denaro pubblico nazionalizzando il debito privato delle banche. Nel 2007 il rapporto debito-PIL americano è del 62% circa, nel 2012 è del 120%.

Dunque noi siamo arrivati in questa crisi per sostenere una crescita economica artificiale del PIL. L’Italia è un piccolo caso a parte perché, come saprete, l’idea dell’italiano medio è quella comunque di risparmiare almeno un minimo. […] Ma oggi se leggete i giornali ci trovate idee come questa: dobbiamo ricominciare a consumare. Non risparmiare, ma consumare. Consumare cosa? Il 50% viene prodotto fuori quindi non creiamo nemmeno lavoro qui, non creiamo ricchezza qui se non commerciale, mentre invece il rafforzamento del risparmio, aumenterebbe la forza del sistema bancario che potrebbe produrre più capacità di credito nei confronti delle imprese italiane.

Come vedete è un cane che si morde la coda. Aumento le tasse per pagare la struttura di una società vecchia, ma diminuiscono i consumi, allora uso il consumo a debito, ma non creo ricchezza qui, che mi porta a dover erodere sempre più i risparmi, che però prima o poi finiscono quindi devo agire sul potere d’acquisto usando la delocalizzazione che però… è una corsa verso il baratro.

Andiamo alla conclusione, quello che potrebbe succedere. [ricordo che la conferenza era del 2012 ndr]

Abbiamo visto che non fare figli in un paese in primis non solo non aumenta la ricchezza del paese stesso, bensì produce povertà e un cambio della struttura della società tale da non permettere livelli di welfare a cui siamo abituati. Spesso si sente dire: diventeremo arabi perché sono loro quelli che fanno figli. […] Il punto è che non è detto che una volta saliti al governo queste nuove governance, manterranno quel che oggi è diritto acquisito. Cosa faranno i vecchi a quel punto?

E’ da qui che prende le mosse un’altra suggestione e chi è medico lo sa: la morte scelta. E’ la suggestione della vita non degna di essere vissuta. […] Basta creare una situazione in cui un vecchio si sente inutile, solo e lasciato senza alcun tipo di assistenza e il passo è breve perché egli arrivi a dire: “non servo, meglio che me ne vada”. Non è una barzelletta, è una cultura che sta nascendo negli Stati Uniti già da tre o quattro anni e che sta piano piano girando il mondo. E trova terreno fertile per le ragioni che abbiamo appena spiegato, sia economiche ma soprattutto valoriali.

Non abbiamo più certezze, non abbiamo più valori, non crediamo più in niente. Anche il mondo cattolico è apatico: quanti sono quelli che hanno oggi il coraggio di fare apologetica e quindi studiare la Verità e affermarla davanti a tutti? Siamo diventati un popolo di vigliacchi, paurosi, pronti a qualsiasi compromesso, che non sa più difendere le cose in cui crede perché non le studia più. In una discussione sulle Crociate o sulla inquisizione chi saprebbe rispondere? Come minimo stiamo zitti perché non sappiamo niente, non abbiamo studiato, nemmeno quelle verità della nostra storia che ci difendono. […]

Torniamo ora sul punto cruciale: non fare figli significa in conclusione non poter fare più figli! E’ questo è puro nichilismo pratico.

Come lo dice Benedetto XVI nell’introduzione all’enciclica? Cosi: se una cultura è nichilista significa che non ha più valori. Allora i fini diventano mezzi e i mezzi diventano fini. Per questo nel primo capitolo Benedetto XVI richiama due encicliche: Humanae vitaePopulorum progressio, dichiarando che una società nichilista si concretizza nel non riconoscere la dignità dell’uomo e nel non riconoscere le leggi naturali che regolano la creazione e l’uomo con essa. […] E sono questi due punti le cause principali di tutto il sistema economico che prima ho cercato di spiegarvi. […]

Provate voi in un consesso a richiamare la dignità dell’uomo! Sei mesi fa, in un consesso a porte chiuse del parlamento italiano, ci siamo trovati in 40 con tutti i ministri delle nazioni europee. In quella sede ho parlato di dignità dell’uomo e un ministro estero mi ha subito fermato dicendo: “Smettiamola una volta per tutte di tirar fuori cose oramai morte e sepolte quali il senso della vita o la dignità umana! Oggi i popoli si devono unire intorno ad un’unica religione che è la salvaguardia dell’ambiente!”. Una sorta di panteismo. E guardate che io ero l’unico lì che ha difeso la posizione “classica”: uno su quaranta.

Dunque possiamo dire che nella classe dirigente europea uno su quaranta ha questa idea. Magari ce ne sarebbe qualcuno di più, ma quel qualcuno non ha avuto il coraggio di affermarla, per altro in un consesso dove si dovevano proporre soluzioni per una politica economica a livello europeo, quindi decisioni importanti. Ebbene io sono stato l’unico che ha avuto il coraggio di affrontare queste tematiche. Fra l’altro dopo questa uscita, non mi hanno nemmeno più ridato la parola.

Questo è il mondo di oggi. Per questo Papa Benedetto nel famoso discorso di Aquileia, città famosa per il primo tempio cristiano d’epoca romana, fa un richiamo ai leader e dice: “Signori del mondo, la leadership  – che significa saper creare consensi e saper trascinare le persone nel fare le cose – è un mezzo, non un fine! Il fine di questo mezzo è il bene comune. I giornali non ne parlarono, quasi timorosi di offendere quelle leadership mondiali che forse troppo spesso confondono fini con mezzi…

Ora ci manca solo di guardare come è cambiato l’uomo asservito a questa cultura nichilista sotto i suoi tre profili economici.

[continua]

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Categorie:Attualità cattolica

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43 replies

  1. Anche qui, ci sarebbe molto da dire e da eccepire.

    Cominciamo dalla delocalizzazione non è stata concepita in primo luogo per abbassare il costo dei beni al consumo. Gli obiettivi erano altri. Delocalizzare la produzione significa anzitutto globalizzare, sfruttando ampi bacini di povertà, con l’eventuale proposito filantropico di renderle un po’ meno povere. Il responsabile di un altro grande gruppo bancario, del quale non faccio il nome, non esitava a esprimere coram populo la propria soddisfazione perché grazie alla delocalizzazione delle catene produttive occidentali in Cina “finalmente ogni cinese ha la sua buona ciotola di riso”. Nemmeno l’imprenditoria predatoria occidentale ha ragionato anzitutto in termini di calo del costo dei beni al consumo. Semmai ha intravvisto nella delocalizzazione la possibilità di sottrarsi agli ordinamenti nazionali che regolavano il mondo del lavoro imponendo rilevanti tutele a favore dei lavoratori: la possibilità cioè di fare del dumping sociale, aumentando così i propri margini di profitto. Potremmo definire questo fenomeno con un nome semplice e chiaro: schiavismo 2.0. Utile (per l’establishment globalizzatore) ricaduta della delocalizzazione è, questo sì, la possibilità di conservare una certa tranquillità sociale sedando i cittadini mediante l’immissione sul mercato di merce qualitativamente passabile (in qualche caso molto buona) ed economicamente accessibile.
    Le risposte a questa manovra sarebbero state, e ancora sarebbero, relativamente semplici. A partire dall’introduzione di “dazi”, fino a poco tempo fa parola impronunciabile nel gulag ideologico globalista, anche solo secondo un elementare principio di reciprocità, e dalla “globalizzazione” delle tutele. Ma qui ci avventuriamo in un’altra questione.

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    • Mi trovi completamente concorde. Faccio presente al riguardo – repetita juvant, visto che l’ho fatto nella mia precedente introduzione – che la conferenza mi è sembrata a tratti molto generalista e semplificatoria, ma mi è piaciuta nella descrizione degli effetti di molti fenomeni che sono misurabili all’atto pratico da tutti noi: dalla riduzione del risparmio, alla pubblicità che incita a comprare (anche a debito se serve), all’aumento delle imposte e così via. I tuoi appunti però rendono da un parte consapevole il nostro “lettore medio” della complessità del discorso che si sta tentando, dall’altra non smentiscono in toto la narrazione dell’ex IOR, dandone una più efficace prospettiva. Di questo ti ringrazio!

      Quanto poi alla massoneria che citasti nell’articolo scorso, pare (ascoltando interviste di GIoele Magaldi) ci sia una lotta intestina fra due fazioni, quella “aristocratica” che è esattamente quella che sta vincendo – diciamo così – che è quella globalista e che punta al sistema finanziario predatorio, e quella progressista (un nome, un programma….) che invece sta puntando più al sovranismo e al nazionalismo delle varie identità culturali, ma sempre con aperture – credo – massoniche smaccatissime (nuovi diritti ecc ecc), per altro con la creazione di nuovi partiti politici di sinistra che siano la loro facciata politica (mentre della prima massoneria penso si sia capito bene quale era la facciata politica in Italia…). Vedremo.

      Grazie ancora.

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      • Grazie a Minstrel per la puntualizzazione. Per ora mi fermo qui.
        Aggiungo solo che l’altra parte del discorso di Gotti Tedeschi, cioè l’idea generale che il nichilismo sia la fonte primaria della nostra crisi, prima di tutto psicoantropologica e poi socioeconomica, mi trova del tutto d’accordo.

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  2. Del risparmio. L’idea che il risparmio sia “la base monetaria delle banche con la quale fanno credito alle imprese” e che “mancando di questa base le banche devono inventarsi degli strumenti per finanziarsi ed ecco i derivati” non è scorretta. Ma è, passatemi il neologismo, “trapezocentrica”: parte cioè dal presupposto che le banche siano il cuore dell’economia e che le loro dimensioni, il volume dei loro affari e soprattutto il loro profitto debba indefinitamente crescere. Non solo: non considera che il sostegno alle imprese può essere operato (e in passato È stato operato) anche, se non soprattutto, da un altro attore, ossia lo Stato. Del resto alcune delle economie più prospere dell’Occidente non si distinguono per il loro elevato saggio di risparmio. Cosa, quest’ultima, che, tra i paesi più industrializzati, è invece prerogativa dell’Italia e del Giappone (i due paesi con la maggiore denatalità).

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  3. E veniamo all’aumento del potere d’acquisto. Non so quanti di noi, qui in Italia, se ne siano accorti. L’impressione generale credo che sia invece quella di avere perso potere d’acquisto, soprattutto dopo l’introduzione dell’Euro, concomitante con le politiche di globalizzazione spinta che ben conosciamo. A parte pochi fortunati (fra cui certamente i tecnocrati del settore finanziario, come Gotti Tedeschi) il salario dei più non solo non è aumentato, ma in molti casi è diminuito. Quando, poi, di salario si può parlare, perché in moltissimi casi bisogna parlare di “compenso” (spesso a cottimo), data la precarizzazione diffusa, figlia anch’essa delle politiche di delocalizzazione dei globalisti. Certo, la merce di buon comando made in China, in Vietnam o in Romania costa un po’ meno di quanto costerebbe se fosse fabbricata dietro l’angolo. Ma il più delle volte offre anche minore qualità e minori garanzie: p. es. al supermercato compri le cipolle coltivate in India (fra l’altro pressoché allo stesso prezzo di quelle nostrane), ma non sai in che modo (pesticidi da noi vietatissimi?), in che luogo (Bohpal?) e con che forza lavoro (schiavi?) sono state prodotte. Inoltre il cittadino/consumatore italiano non usa il proprio stipendio solo per comprare l’ultimo accessibile modello di telefono cellulare o la magliettina prodotta ad Haiti da una multinazionale: con il salario/compenso deve pagare la benzina, con le relative accise, l’affitto (che nelle grandi città dai tempi della lira è raddoppiato), la scuola dei figli, ecc. ecc. ecc. In conclusione: l’aumento del potere d’acquisto è, alla prova sul campo, un altro mito di chi propugna le magnifiche sorti e progressive della globalizzazione.

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  4. L’aumento delle tasse. Se fosse vero quel che afferma Gotti Tedeschi, in Giappone, il paese con la maggiore denatalità al mondo, l’imposizione fiscale dovrebbe essere almeno pari a quella italiana. Così invece non è. L’imposta sul valore aggiunto è all’8% (otto per cento!). L’imposizione fiscale è contenuta fra il 18 e il 30%.

    ATTENZIONE: non voglio sostenere che la denatalità vertiginosa di paesi come il Giappone, l’Italia o la Germania sia un dato economicamente e socialmente virtuoso. Voglio soltanto mostrare che la correlazione diretta fra denatalità e stallo economico immaginata da Gotti Tedeschi è, per l’appunto, immaginata. Ciò non significa che non si debba fare di tutto per invertire la tendenza e riportare il “tasso di sostituzione” ai livelli socialmente ottimali.

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  5. Ottima questa scarrellata di Ettore Gotti-Tedeschi che in modo estremamente preciso mostra la successione dei vari processi economici mostrando come le varie cause accidentali (riduzione del risparmio, delocalizzazione, aumento delle tasse, indebitamento tra quelli da lui scelti) che si susseguono abbiano come radice una causa prima essenziale la quale è sempre presente e che è la denatalità.

    La logica macro-economica che sottostà a tutti questi processi, e che è oggetto di centinaia se non di migliaia di articoli accademici più analitici che della portata sintentica di questa conferenza, è estremamente ben messa in evidenza e modelizza molto bene la realtà che constatiamo e che rimarebbe incomprensibile senza questo sforzo: questo approccio brillante di EGT ci permette qundi di risalire alle cause e non rimanere passivo di fronte a queste forze titanesche che sembrano tutto distruggere (prima il risparmio, poi il lavoro, ed infine il futuro, perchè quando ci si indebita ci si sbarra il futuro e la necessaria libertà).

    Il vantaggio di questo approccio intellettuale è anche nel rendere conto perfettamente della successione temporale di queste cause accidentali.

    Personalmente ho la fortuna di vivere in un paese che risparmia moltissimo, e il cui indebitamento rimane (relativamente) basso ( 35%, paragonato a 95% della Francia o al 132% del’Italia) e che ha sempre accettato una demografia in crescita (a dispetto d un tasso di nascite degi autoctoni non straordinario) passata da 3.5 milioni negli anni sessanta a 8.5 milioni nel 2018 e con la predizione di arrivare a 10 milioni nel 2050. Con una presenza di 2 milioni di stranieri non ancora svizzeri. È un buon esempio di quel che succede macreconimicamente quando si è attenti a mantenere una demografia attiva: disoccupazione bassa, PIL sotto controllo, investimenti decenti, tasse relativamente basse, VAT sotto ‘8%. Il potere d’acquisto però vi è in stagnazione dovuto in primis dalla concorrenza sul mercato del lavoro interno da parte degli stranieri tedeschi e francesi residenti nelle regioni frontaliere.

    È anche da notare che un paese come la Germania, ma anche il Giappone, non hanno (troppo) ceduto alla tentazione della delocalizzazione del loro apparato industriale, mentre invece è stata la tentazione di paesi come la Francia e di troppi altri che hanno voluto focallizzarsi solo sul terziario: e questo fattore di certo incide positivamente su fatto che le tasse in questi due paesi sono sotto controllo.

    Tutti questi esempi e se ne potrebbero fare a iosa mostrano quanto la sintesi di EGT sia molto giusta.

    Fenomeni come le delocalizzazioni trovano effettivamente la loro radice intima nell’assenza di un bacino demografico locale/nazionale la cui crescita sia sufficiente per giustificare un ROI (Return On Investment) per l’impresa in tempi suffcientemente brevi: adoperando una mano d’opera a costi bassissimi altrove ha dunque due effetti: il primo garantire un ROI in tempi accettabili per gli investitori, in secondo tempo aprire possibilmente nuovi mercati che rimarrebebro chiusi con i costi proibitvi occidentali. È dunque altrettanto una necessità di poter vendere a prezzi bassi chi non ce la fà più a pagare prezzi forti a causa della demografia deinquente quanto della necessità di mantenere un tasso di investimento che la stessa assenza di demografia non riesce più a sostenere.

    A questo aggiungiamo una scelta societale che data dai primi shocks petroliferi degli anni settanta, dove le società civlii occidentali hanno miopiamente scelto di garantirsi un potere di acquisto garantito al posto del lavoro garantito (i sindacati difendono i lavoratori e non i disoccupati, ad esempio) : e alla fine hanno perso i due, in quanto non è la ricerca sfrenata del potere di acquisto un fine in se stesso, la prova ne è della dimostrazione data qui da EGT.

    Uscendo dal discorso macro-economico che è molto limpido e andando a guardare alle cause metafisiche e sprirituali di queste involuzioni, possiamo fare coincidere temporalmente questa cronica di una catastrofe annunciata senza alcun dubbio con l’apostasia del popolo cristiano europeo quando ha rigettato molto coscientemente la sua missione “umana” datagli dal Creatore come a tutti gli altri esseri umani e che è quello di crescere e di moltiplicarsi ed in questo essere creati all’immagine di Dio.

    Grazie Minstrel per questo sforzo tuo e aspetto con impazienza la terza parte.

    In Pace

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    • Grazie a te carissimo di questa tua richissima disamina che mi pare faccia pandan con quelle di Adelino seppur quest’ultimo pare muovere più critiche che consensi alla conferenza dell’economista in questione. Credo sia banale, ma non inutile, insistere sul fatto che tutte le narrazioni storiche, siano esse descritte sotto visioni economiche o sociali o altro, restano comunque dei modelli che cercano di spiegare in qualche modo la realtà dei fatti accaduti e che ancora oggi accadono, senza alcuna pretesa di esaustività imparziale o completezza totale. Ogni appunto fatto da te o Adelino per questo non risulta né banale né dannoso, bensì utile complemento che arricchisce di particolari la cornice che stiamo tentando di tracciare, in uno sforzo comune di comprensione della complessissima realtà in cui siamo immersi. Realtà che, citando lo stesso Ettore Gotti tedeschi, mi appare sempre più ricca di strumenti usati come fini, per altro talmente complessi da essere sfuggiti non solo dalle mani dei loro creatori, ma anche dalle maglie di una possibile narrazione dedicata agli stessi.
      Il che è tutto dire riguardo alla deriva intrapresa…

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      • Assolutamente d’accordo con te: quella di EGT è solo um modello e come ogni modello è una simplificazione del reale alfine di renderlo intellegibile e capace di predizioni.

        Per altro scegliendo la denatalità come la variabiale endogena principale del suo modello, EGT applica il principio di parcimonia che insegna che “Entia non sunt multiplicanda praeter necesitatem” (Occam) : se questa variabile spiega il 60 o l’80% delle dinamiche, essa è ottima e va da essere ritenuta in quanto il suo potere predittivo sarà efficace.

        Eppoi ricordiamoci che tutte le narrative, e specialmente quelle chiamate scientifiche, sono e restano… narrative, per l’appunto, cioè miti, siano esse anche la Meccanica Quantistica o la Relatvità Generale.

        In Pace

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          • La Svizzera, per quel che può fare testo un piccolo paese configurato in modo talmente anomalo da costituire un autentico unicum, è un buon esempio di dinamica demografica intelligente.

            I residenti stranieri non sono pochi, circa un quarto della popolazione, ma sono ben trascelti e ben vagliati. Per l’80% provengono da paesi europei (circa la metà sono Italiani, Francesi, Portoghesi e Tedeschi). Di quel quarto di popolazione svizzera costituita da stranieri, gli africani sono sotto il 5%, gli asiatici sotto il 10%. Gli americani, per lo più brasiliani e statunitensi, non arrivano al 4%. Voi ben capite che sotto una composizione del genere qui in Italia ci faremmo volentieri la firma.

            Va osservato che il quadro demografico della Svizzera, non pone il paese tra i più prolifici della Terra, bensì in quella zona di ragionevole sostituzione cui ho fatto riferimento in un mio commento precedente. Teniamo presente che abbiamo a che fare con un piccolo paese e quindi con cifre molto modeste (la nascita di 89.000 bimbi, nel 2015, viene definita un “baby boom”). La Svizzera si pone insomma nella virtuosa posizione di quei paesi che non conoscono implosioni demografiche, ma neppure espansioni incontrollate. Per intenderci, in Svizzera il tasso di natalità è calcolato intorno all’11 per mille; in Italia, Germania, Spagna intorno al 9, in Giappone all’8, in Francia e Gran Bretagna, ma anche in Australia o in Cina, al 12. Il dito puntato di chi sostiene la necessità di contenere l’”effervescenza demografica” non riguarda certo la Svizzera, che sotto l’aspetto demografico è anzi un buon modello. Non riguarda nemmeno paesi come l’India o Riguarda semmai paesi come il Brasile o il Cile, con il loro 14 per mille, o l’India con il suo 19. Riguarda piuttosto paesi come Niger, il Mali, l’Angola, lo Zambia, l’Uganda, con il loro 44 per mille (il quadruplo della Svizzera), l’Afghanistan con il suo 38.

            Si tratta, come ho già scritto, di trovare il giusto equilibrio. Del resto il mandato di Dio non è un invito al “prolificazionismo” incontrollato, come sembra lasciare intendere il commentatore Simon de Cyrène. Dio non è un Baal qualunque che si pasce di ecatombi umane come quelle che vediamo in Africa e in certe parti del Sudamerica e dell’Asia. Dio è il Dio della Vita, e la Vita ha una sua ragionevole espansione, un suo sano equilibrio, una sua intelligente fioritura.

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            • Adelino, onestamente no so bene di cosa tu stia parando nè quale sia la tua agenda con questo tuo tipo di intervento un po’ confuso nei piani che tratta.

              Il caso della Svizzera è simile a quello di paesi di taglia media, grande o gigantesca: quando la demografia cresce l’economia cresce. Non conosco nessun caso storico di una economia che non sia in crescita quando la sua demografia cresce su lunghi periodi, mentre invece moltepici sono i casi di economia rapidamente decrescente quando la demografia decresce.

              E la ragione concettuale è molto sempice, il PIL è definito come la somma delle spese di tutti consumatori di un paese dato……

              Il tuo acclamare che una crescita demografica abbia da essere “ragionevole” non ha nessun rscontro in teoria economica: anzi più la popolazione cresce rapidatemente, più il consumo cresce rapidamente e qundi il PIL.

              Quindi questa tua convinzione di “ragionevolezza” è meta-economica e ha radici altrove, probabilmente in’educazione maltusiana subita senza neanche rendertene conto: devi davvero separare i due discorsi , quello economico e quello della tua ideologia.

              In Pace

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              • C’è da dire comunque Simon che esistono paesi che crescono economicamente e che decrescono demograficamente, pertanto ci deve essere una spiegazione economica a questo fatto che non preclude la tesi centrale che tu qui hai richiamato. Non credi? Forse ritieni che tali crescite non siano strutturali, ma contingenti e di breve durata? A tale riguardo ti potrei anche seguire, ma il discorso non potrebbe essere rigorosissimo poichè la scienza economica oltre ad essere una scienza abbastanza giovane, non è certo una scienza dura, anzi…

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                • Non conosco nessun caso di decrescita demografica che sul corto, medio e lungo termine non implichi decrescita economica.
                  In Pace

                  P.S. Mi ricorda il caso di un tizio che fece fortuna come consigliere economico nel suo paese: la sua teoria era la seguente: quel che conta è il PIL pro capita, il modo più rapido di farlo crescere e raddoppiarlo è di genocizzare per ragioni etniche il 50% della popolazione. Ascoltarono i suoi saggi consigli economci e metà della popolazione fu trucidata. Quanto al PIL pro capita divenne molto più basso che all’inizio…..

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  6. Ripropongo la mia risposta a Simon de Cyrène (non so perché non abbia passato il check della moderazione, ma se c’è qualche fondato motivo per cui la si è ritenuta non conforme agli standard del blog, prego il moderatore di mettermene a conoscenza).

    Scrivi, Simon de Cyrène, “no so bene di cosa tu stia parando”
    Ne ho proprio l’impressione, ma non è il caso di risentirsi fino a torturare l’ortografia della lingua italiana. Confido tutta via che altri utenti di questo sito abbiano invece capito, indipendentemente dal grado di adesione che essi ritengano di accordare alle idee da me esposte.
    Il rilievo sui “condizionamenti di un’educazione subita senza rendersene conto” è sciocco, oltre che controindirizzabile. E non è necessario. Non me ne vorrai, se ti ricordo che si può interloquire senza insinuare o insolentire.
    L’idea che esista una “ragionevolezza” demografica e che tale non sia quella dell’Africa profonda mi sembra di averla argomentata, per quanto si può fare in un blog, a sufficienza. Ma colgo l’occasione per ripetere che la questione demografica non si può in alcun modo circoscrivere alla dimensione economica e per aggiungere che in una nazione (cioè in un complesso di tradizioni, credenze, usi e costumi che costituisce un’identità autodeterminata ed autoregolata) la demografia non è soltanto una questione quantitativa, ma in non minor misura una questione qualitativa, ossia di composizione della compagine demografica (età, sesso, etnia, religione, ecc.).
    Ad ogni buon conto i dati sono da più fonti reperibili, e sulla base di essi, oltre che dell’esperienza diretta che nel corso della vita la quotidianità pone innanzi, ognuno può formarsi una precisa opinione di come stiano realmente le cose.
    Spiegami infine se ritieni che in qualche passaggio di quanto ho scritto fin qui ti sembra che io abbia commendato la via del genocidio etnico del 50% della popolazione. Perché se così fosse, cadrebbe, fra te e me, il presupposto per un pacato e civile confronto.
    In Pace (ma sul serio)

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    • La colpa della mancata approvazione del commento è mia, banalmente perché mi sono dimenticato di approvare subito e poi una cosa tira l’altra e…
      Personalmente mi dispiacerebbe vedere concludersi una possibile disputa al riguardo, a tale proposito chiedo ad entrambi la tranquillità di discussione propria di chi preventivamente ritiene l’altro sia in grado di dirci qualcosa di nuovo ed interessante sull’argomento oltre che comprendere la nostra posizione. Con questa premessa siamo a cavallo. Tralascerei Se possibile anche piccole frecciatine che non aiutano , sia da una parte che dall’altra. Naturalmente non mi Ergo a moderatore in quanto esperto come o più di voi, ma in quanto autore di questa sbobinatura E contemporaneamente persona molto interessata a comprendere meglio queste complesse dinamiche. Grazie a tutti e due 🙂

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  7. Ricevuto, Minstrel. Grazie. È bello sapere che un confronto può svolgersi senza censure ideologiche (salva sempre la censura, previo cartellino giallo, nei riguardi di chi offende e aggredisce).

    A questo punto sarebbe bello sentire le opinioni di altri commentatori, dato che su questo argomento nessuno è maestro di nessuno. Se ve ne saranno, le leggerò con attenzione.

    Un saluto a te e a Simon de Cyrène (e, perché no, anche a Gotti Tedeschi) 😉

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  8. Salve a tutti.
    Ho provato a seguire il discorso sulla connessione tra economia e crescita (o decrescita) demografica sia nell’articolo di Gotti Tedeschi che nei commenti successivi, e mi sembra che tra gli argomenti trattati ne manchi qualcuno.
    In particolare non mi sembra che si sia approfondito il tema dei consumi e delle risorse limitate.
    Cerco di spiegarmi meglio, se mai ci riuscirò.

    E’ fuor di dubbio che nella visione umana sul futuro vi siano almeno 3 scenari :
    1) coloro, come i cristiani (ma non solo), che credono in un progetto in qualche modo divino che va assecondato con un comportamento umano che segua le indicazioni divine che lo spingono verso il meglio per l’uomo.
    2) coloro che concretamente non hanno questa visione , si sentono invece investiti in modo in qualche modo diretto del futuro dell’umanità e del pianeta.
    3) coloro che se ne fregano sia del punto 1 che del 2 tanto non gli interessa sapendo che moriranno prima,

    La prima domanda che mi pongo è quindi se tra questi 3 gruppi possa essere trovata una mediazione, posto che apparentemente non hanno obiettivi comuni.
    La seconda domanda , più concreta, è se quanto meno su questo blog si riesce a concordare sul fatto che, ragionando in modo esclusivamente fattuale (diciamo “ateo”), la terra (intesa come pianeta) ha una quantità limitata di risorse che vengono consumate dall’uomo in modo molto più che proporzionale alle sue effettive esigenze, secondo un modello di sviluppo che porta verso consumi globali sempre più alti, sia in funzione assoluta che proporzionale rispetto alla popolazione. E’ noto che un occidentale americano consuma energia e materia più o meno doppia di uno svizzero, e uno svizzero tripla o quadrupla rispetto ad un africano. E così via. Si può quindi concordare , almeno qui, che a livello logico tutte queste risorse , quanto meno quelle non sostituibili, prima o poi finiranno.
    Ci sono molte discussioni , abbastanza retoriche , sulla quantità di persone che possa sfamare il pianeta. C’è chi dice 50 miliardi, c’è chi dice 100, e così via. In realtà qualsiasi cifra è inutile.
    Infatti qualsiasi sia la soglia, la vera domanda da farsi è : una volta che questa soglia fosse raggiunta, come dobbiamo comportarci in termini di natalità ?
    Sarebbe etico applicare quelle stesse teorie neomalthusiane che oggi vengono considerate anticristiane ed anche antieconomiche ? Parlo sempre in modo molto “laico”. Diciamo la visione dell’uomo di tipo “2” che ho descritto prima. Questo perchè se si vuol dare una logica economica alla demografia, essa non può essere mischiata ad una visione religiosa che comporta inevitabilmente una regia divina e quindi non umanamente razionale.
    Per quanto concerne l’aspetto economico, che è trattato da Gotti, manca secondo me una riflessione complessiva.
    E’ infatti fuor di dubbio che paesi come la Cina e sopratutto l’india siano riusciti ad accrescere la loro popolazione abbassando largamente la percentuale complessiva di poveri. Ma la crescita demografica di India , Cina e Bangladesh (che peraltro è in forte rallentamento) è stata limitata a quelle aree del mondo e totalmente bilanciata dalla decrescita del mondo occidentale.
    Cosa sarebbe accaduto se nel medesimo periodo in cui l’ìndia è passata da 300 milioni e 1,3 miliardi di persone, anche l’europa fosse passata da 300 milioni a 1,3 miliardi di europei (a consumi europei) e gli americani da 300 milioni a 1,3 miliardi di americani (a consumi americani) ?
    Come potrebbero nazioni con esigenze cosi diverse non divergere tra loro ?
    Come può un modello economico come l’attuale, che si basa su produzioni a basso costo fatta da gente che guadagna poco, reggere all’infinito quando non ci saranno più popolazioni disposte a guadagnare poco?
    Si può presumere che l’aumento incontrollato e contemporaneo della popolazione di tutte le aree del mondo getterebbe le basi future per una di queste ipotesi ? :
    A) la necessità di un governo mondiale che gestisca la produzione e distribuzione del reddito, gestisca le risorse limitate impedendo che la nazione “X” approfitti di risorse uniche che possiede ai danni della nazione “Z”, e limiti nel contempo la natalità.
    B) una guerra mondiale
    Vi è una ipotesi C) di “equilibrio” che possa essere considerata eterna e bilanciata ?
    L’apparente nichilismo occidentale non è forse una parte integrante e necessaria dell’ipotesi C) di equilibrio, sicchè invece di essere parte del problema è parte della soluzione ??
    Ho messo forse troppa carne al fuoco, ed anche in modo confuso…..
    Buona Domenica.

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    • “Sarebbe etico applicare quelle stesse teorie neomalthusiane che oggi vengono considerate anticristiane ed anche antieconomiche ?”

      Tieni conto che Malthus era un conservatore, e a lui rispose Paolo VI dicendo che ” voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa dell’umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite, che sarebbe irrazionale, per diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita.”

      http://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1965/documents/hf_p-vi_spe_19651004_united-nations.html

      La caritas in veritate è molto più ampia in ogni caso delle idee di Gotti Tedeschi e val sempre la pena di leggerla tutta. (e’ una delle mie preferite).

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      • Grazie Angela.
        Avevo però premesso che il mio ragionamento non vuole tener conto degli aspetti religiosi e teologici , che per un Cristiano includono anche la provvidenza. Gotti ha fatto un ragionamento esclusivamente economico, e volevo insistere su aspetti semplicemente fattuali ed umani, proprio per capire fino a dove la logica e la visione esclusivamente umana ci porta.
        Buon domenica!

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        • Secondo me la frase di Paolo VI può essere declinata anche in senso “ateo”, oggi i ricchi hanno molti figli, (alcuni ricorrono anche all’utero in affitto pur di avere il terzo o quarto, vedi Ronaldo & co.) mentre i poveri generalmente si devono accontentare di uno o massimo due.
          Quindi si può tranquillamente dire che il controllo demografico, preso da solo, senza politiche che portino ad una vera ridistribuzione della ricchezza, sia una misura volta a tutelare gli interessi di una sola ed esclusiva parte della società. Quella che può permettersi di avere i figli che vuole, consumare le ricchezze che vuole e togliere agli altri anche questa ricchezza (il termine proletariato fa riferimento alla prole proprio come l’unico bene)

          Detto ciò c’è il problema della sostenibilità c’è ma lo si risolve con un uso più accorto delle stesse, con un miglioramento della tecnologia, con una migliore distribuzione ecc. ecc. ecc.

          Con questo non avvallo del tutto le tesi di Gotti Tedeschi, del resto si parla giustamente di maternità e paternità responsabile, volevo solo dire che il pensiero di Malthus si limita a dire ai poveri di non fare figli senza toccare tutto il resto per questo la Chiesa non lo accetta.

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          • Aggiungo che Malthus non era ateo ma al contrario un pastore presbiteriano, Il suo pensiero era affine a quello calvinista per cui la povertà è una colpa e la ricchezza un segno del favore divino.

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            • Grazie Angela. Comunque io non intendevo il pensiero Malthusiano, ma quello che oggi chiamano “neo-malthusiano”, cioè tutte quelle pratiche che direttamente o indirettamente producono la denatalità.
              Anzi…per essere preciso…sono fermamente convinto che siano molto più efficaci le pratiche che la producono in modo indiretto, cambiando il modo di pensare delle persone e consentendo liberamente l’uso di contraccettivi e lo stimolo ad una maternità responsabile di tipo “ateo”, cioè non nel senso della HV.
              Di fatto siamo di fronte, almeno nei paesi occidentali, ad un neo-malthusianesimo inconsapevole, sia da parte dei cittadini che delle autorità. Talmente inconsapevole da non riuscire , anche volendo, ad invertire il trend perchè ormai la mentalità contraccettiva è entrata nelle persone e la paura economica fa il resto. Comunque grazie, spero che anche altri contribuiscano a rispondere alle mie domande del primo post.

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              • Ti aggiungo questo come esempio di critica laica a Malthus

                https://www.huffingtonpost.it/edoardo-ronchi/contro-il-malthusianesimo_a_23393272/

                Riguardo al resto come ho scritto sopra in realtà questo neomalthusianesimo vale solo per i ceti medi che per garantire ai propri figli il tenore di vita che l’occidente moderno richiede trovano come unica soluzione quella di limitarsi ad uno massimo due figli.
                Per i ricchi (da Montezemolo a Beckham) questo problema non si pone il che mi fa pensare che non esista una vera mentalità contraccettiva quando hai la possibilità di mantenere tutti.

                p.s. io ho un figlio solo.

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    • Caro Mentelibera,

      infatt non si è parlato dei consumi e delle risorse llimitate, semplicemente perchè, oggi come oggi, considerarle illimitate è una buona approssimazione al modello (l’energia ad esempio può essere estratta dal sole, dal vento, dalle maree, dalla fusione nucleare, etc etc) ed in secondo luogo anche perchè quando sai che (di memoria) il 2% della popolazione umana (160 Milioni) detengono l’85% delle ricchezze, e il 98% (8.35 Miliardi) il rimanente 15%, allora vedi che (teoricamente) senza nessuna produzione supplementare possiamo senza problema mantenere una popolazione di 50 miliardi di persone.

      In secondo luogo quel che EGT ha dimostrato e che la Storia dimostra compreso fino ai giorni nostri è che i problemi finora sono sempre e solo sorti quando v è decrescita di popolazione e mai quando vi è crescita: la questione quindi del crescere “troppo” non ha nessun fondamento fattuale, mentre quello del non crescere “abbastanza” ha tutta a sua pregnanza, come si consta oggigiorno in molti paesi occidentali.

      Per questo si può tranquillamente dire che chi sbandiera forme varie di malthusianesimo, in fn dei conti è un ideologo che ha poco contatto con la realtà e che, nei fatti, propone un’agenda anti-umana.

      Quanto all’Africa citata da certuni, malgrado sia un contresempio di buona gestione politica e economica, è passata da 470 Milioni di abitanti 38 anni fa a 1.2 Miliardi oggigiorno, e dovrebbe arrivare a 2.5 miliardi tra 30 anni, ma dal 1960 ad oggi la crescita annuale del suo PIL è sempre stata dell’ordine del 5% e avrà in quegli anni una forza di lavoro, quindi di produzione di valore aggiunto, più giovane e più grande della Cina o dell’India.

      Il vero e solo problema è la giustiza sociale e non è togliendo alle fasce medio e basse della popolazione la ricchezza umana, sociale ed economica che costituisce un network ricchissimo di familiari, discendenti e parenti, che la si migliorerà, ma anzi le si fragilizzano al massimo, come si consta intorno a noi.

      In Pace

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      • Ho visionato altre conferenze e Gotti Tedeschi ha approfondito l idea che qui propone (meno popolazione, meno PIL) e dichiara che oramai è accettata da tutti gli economisti con due ma:
        – se l’analisi è sul lungo periodo
        – se l’analisi è fatta su economie mature
        Con queste premesse dichiara che nessuno ora può dire il contrario e se qualcuno ci riuscirà sicuramente piglierà il nobel per l’economia. Ma finora il tutto pare pressochè impossibile a meno di gestioni economiche suicide con bolle virtuali come quelle che finora sono state seguite e che lui ha qui tratteggiato.

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      • Forse non sono riuscito a trasmettere il punto.
        Indipendentemente dalla quantità di esseri umani teorica (10 miliardi, 100 miliardi , 1000 miliardi ? ), il pianeta terra è certamente una entità finita (la terra fisica, oltre che la terra coltivabile, oltre che la terra in zone climaticamente temperate, etc etc). Solo l’energia forse sarà rinnovabile, ma lo spazio ed il territorio no.
        Quindi un limite di persone sfamabili e che possano vivere in una situazione vivibile (non come polli in batteria) esiste certamente dal punto di vista meramente logico, anche se magari è molto complicato calcolarlo oggi. Ed è un limite non soltanto relativo allo spazio, ma anche alla possibilità effettiva di convivenza antropologica tra miliardi di persone vicine senza spazi liberi, con possibilità di spostamento ovviamente limitate .
        La mia domanda è : “cosa dovrebbe fare l’uomo una volta che tale limite fosse raggiunto” ?. Ovviamente parlo dell’uomo in senso lato, non dell’uomo “cattolico”, che sa che il limite lo decide Dio, e di questo non si occupa.
        Inoltre, e questo è molto più pratico, oggi non esiste una “Nazione Pianeta Terra” con un governo unico che possa equilibrare le esigenze di tutti o tanti.
        Esistono al contrario molte nazioni con dimensioni diverse, densità di popolazione diverse e ricchezze diverse e nessun desiderio di farsi invadere dall’eccedenza di popolazione della nazione vicina.
        Anzi….il cosiddetto “sovranismo” odierno respinge alla base questo travaso di migranti in senso assoluto, e vuol far consolidare sempre di più i poteri delle singole nazioni rispetto ai poteri di eventuali organismi sovranazionali. Come è compatibile questo con la possibilità di gestire in modo soddisfacente le esigenze di vita del maggior numero di persone a livello mondiale ?
        Un’india di 5 miliardi di persone, tra 50 anni, dovrebbe forse “sforare” nella vicina e semi desertica Russia! Ma siamo sicuri che questo possa avvenire in modo pacifico? Credo che siano conti fatti senza l’oste.
        Quindi tutte le simulazioni circa aumenti demografici indiscriminati della nazione A piuttosto che della B, che non tengano conto che oggi come oggi il territorio mondiale è controllato fisicamente (e militarmente) da singole entità nazionali che dovrebbero cedere parte del loro territorio a chi ne ha più bisogno, sono simulazioni teoriche che nulla hanno a che vedere con la vita reale, che molto più praticamente risolverebbe il problema tramite una guerra o simili.
        Inoltre non si può presumere di consumare tutto il territorio in abitazioni, perchè poi non ci sarebbe territorio coltivabile. Tutte queste elucubrazioni portano a modelli di società distopici, nel medio/lungo periodo.
        Direi che limitare il problema demografico al solo PIL è come imbottire di antibiotici una persona per guarirla da una malattia , ignorando che prima o poi gli verrà una intossicazione e morirà di una altra malattia.
        Ovvio che limitandoci ad un breve periodo ed a una serie di nazioni limitata , il discorso cambia e quello che sostiene Gotti torna corretto. Ma non in assoluto e non per sempre (secondo me).

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        • Quella delle risorse è una questione tutta a sé, che investe solo in parte il tema del rapporto crescita del PIL (definiamolo però correttamente questo PIL: non è “la somma delle spese di tutti consumatori di un paese dato”, bensì l’esito complessivo dell’attività produttiva dei residenti di un paese in un dato periodo, ovvero il valore di mercato di tutti i beni e servizi prodotti in un paese in un dato periodo).

          Questo premesso, allo stato dell’arte della nostra conoscenza, la Terra appare indubbiamente un sistema chiuso, cioè dotato di un bacino di risorse limitato. Non solo: nel lunghissimo termine appare dotata di un’esistenza a termine.

          Che ci si ponga la domanda su che cosa avverrà quando le risorse saranno esaurite, è abbastanza logico, anche se ci obbliga a un certo sforzo di immaginazione, perché, nonostante il gran battage propagandistico di certo ambientalismo, l’esaurimento delle risorse non sembra proprio dietro l’angolo.

          E dal momento che questo interrogativo fa appello alla nostra fantasia, nulla ci vieta di esercitarla a fondo anche per darvi risposta: per esempio immaginando che l’uomo, nel corso del tempo, riesca a individuare modalità di approvvigionamento che contino su risorse interamente rinnovabili, di trovare soluzioni tecnologiche in grado di rigenerare ad libitum le risorse, ecc. SI può anche immaginare un’opera di colonizzazione dello spazio da parte del genere umano, ovvero l’individuazione di vie di sussistenza o di prosperità anche al di là del sistema finito Terra.

          Un ulteriore tema è quello della distribuzione attuale delle risorse. Ed è un tema che può essere affrontato da molteplici prospettive. Ci si può, ad esempio, domandare: quando asseriamo che l’africano medio beneficia di una piccola frazione delle risorse disponibili, cosa intendiamo? Vogliamo forse dire che non vive all’occidentale? Cioè che non dispone appieno di quel complesso di beni e servizi che lo stile di vita euroamericano offre agli abitanti dei cosiddetti paesi sviluppati, ovvero dei paesi che vengono accusati di essere finiti irrimediabilmente nella spirale del cieco materialismo consumista, edonista, nichilista, antispiritualista? Pensiamo forse che nelle mani degli africani o di chi per loro questo sistema non si avviterebbe nella medesima spirale? Vi sono basi per ritenere che il nigeriano, l’afghano o lo haitiano saprebbero evitare la caduta in questo meccanismo pur impadronendosi dei mezzi e delle modalità che nel lungo termine tendono a produrlo? A quel che è dato constatare in Occidente, e non solo, si direbbe piuttosto il contrario, si direbbe cioè che la condivisione delle risorse tenda a sviluppare un po’ ovunque modelli socioeconomici e socioculturali del tutto analoghi a quelli espressi dagli stadi avanzati della società dei consumi.

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        • Restringendo invece l’orizzonte a questioni di nostra più immediata pertinenza: siamo sicuri, si domanda, che l’assorbimento di un’espansione demografica abbandonata a sé possa avvenire in modo pacifico, con o senza una gestione sovranazionale? La risposta ce la fornisce, tanto per cambiare, la Storia. Ed è una risposta negativa. Nono solo abbiamo motivo di non essere sicuri che tali aggiustamenti possano avere luogo in modo pacifico, ma abbiamo motivo di ritenere l’esatto contrario. Nei millenni la Storia si è incaricata senza troppi complimenti di risolvere questo tipo di problema con calmieri tutt’altro che indolori (la guerra e il suo inevitabile corteggio di pestilenze, miseria, carestie). Né a molto sono serviti gli organismi sovranazionali, anche quando hanno potuto accentrare a sé il più concreto controllo delle caratteristiche funzioni degli Stati.

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  9. In attesa, e qui chiudo, di poter celebrare le magnifiche sorti e progressive del continente africano, osservo che accanto alle proiezioni basate su elementi squisitamente economici, occorre prendere in considerazione quelle che si possono produrre sulla base di altre variabili, quali il retaggio storico, la lingua (cioè le possibilità concrete di pensiero), la cultura (inclusa la religione), l’ambito territoriale (le caratteristiche geomorfiche, climatiche ecc.), tanto per ricordarne qualcuno. Il riduzionismo economico, tanto caro al marxismo, finisce, temo, sempre per deludere le aspettative.

    A tutti quanti cordialità

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  10. Secondo me una cosa è certa, parlando da cattolico (stavolta) : Humane Vitae e “Sovranismo” sfrenato e protettivo verso il proprio territorio sono in contrasto tra di loro
    E non capisco come molti cattolici non se ne rendano conto quando attaccano la Chiesa su alcune indicazioni circa i migranti, ed allo stesso esaltano l’enciclica di Paolo VI.
    Fate figli, ma guai se entrano da noi…..

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    • Sostituisci la parola territorio con la parola cultura, a mio avviso Gotti Tedeschi a quel punto sarebbe anche d’accordo e quindi smentirebbe il tuo parallelo di contrasto fra HV e sovranismo. Ma ovviamente non posso mettermi nella sua testa, solo interpretare le sue quattro/cinque conferenze che mi sono ascoltato.

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      • Se per proteggere la propria cultura si protegge il proprio territorio , ovviamente le cose coincidono. Bisogna vedere se è più importante l’apertura alla vita secondo HV, o la paura della contaminazione culturale esterna.
        Una religione e una cultura che hanno timore delle contaminazioni esterne vuol dire che non sono consapevoli della loro superiorità.
        Si tratta di capire la priorità di Dio più che la nostra. Forse abbiamo dei valori rovesciati rispetto all’idea divina.

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        • Per essere precisi :
          Molti temono che con le migrazioni arrivi l’invasione della cultura islamica.
          Non sento nessuno vedere nelle migrazioni una occasione di evangelizzazione cattolica verso i migrati.
          Domanda: Perchè ? Siamo così poco convinti della nostra fede ?
          Salve.

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        • “Bisogna vedere se è più importante l’apertura alla vita secondo HV, o la paura della contaminazione culturale esterna.”

          In realtà nella HV (al n 23) c’è un riferimento alla Populorum Progressio, ai metodi di controlli che l’occidente vuole usare proprio nei confronti dei paesi in via di sviluppo e quindi si può dire che sia pensata anche per tutelare la loro libertà di pianificare autonomamente la propria vita famigliare senza dover subire i condizionamenti esterni.
          Sinceramente non ci sono contrasti tra HV e immigrazione.

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        • “Una religione e una cultura che hanno timore delle contaminazioni esterne vuol dire che non sono consapevoli della loro superiorità.
          Si tratta di capire la priorità di Dio più che la nostra. Forse abbiamo dei valori rovesciati rispetto all’idea divina.”

          Guarda che qui Dio c’entra ben poco, come ha rilevato lucidamente il Vescovo Athanasius Schneiderhttps://www.lalucedimaria.it/monsignor-schneider-limmigrazione-e-un-piano-orchestrato-per-indebolire-la-cristianita/

          La cosa che spaventa di più è vedere quanti cattolici oggi siano a favore di movimenti e fenomeni che di Cristiano non hanno nulla e che di certo non sono positivi ma che sono stati creati per fini ben precisi. Ancora peggio è sentire dei cattolici parlare da mondialisti.

          Per convertire quelle masse servirebbe una popolazione europea fortemente cristiana e una Chiesa Cattolica fortemente Cattolica, con stati cristiani e non laici. Pensare di far entrare milioni di persone con una cultura diametralmente opposta alla nostra e di convertirle in massa quando l’europeo medio non sa nemmeno mettere in fila le prime cinque parole del Credo vuol dire essere completamente scollegati dal reale. Pensare che si possano convertire in Massa -senza una Chiesa Cattolica di un certo tipo e senza popoli europei fondati sul cristianesimo- gente convinta della propria religione fino al fanatismo e di pochissimo disposta ad integrarsi (ci sono persone in Italia da dieci anni che l’italiano lo parlano pochissimo, proprio perché non hanno nè la possibilità nè la volontà di integrarsi con gli autoctoni) è follia suicida, e propagandarla come rimedio taumaturgico è da allocchi completi.

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  11. Le nazioni, prima ancora che i Paesi, sono unità organiche e si comportano come qualsiasi organismo: sono in grado di incorporare una certa quantità di agenti esterni, pronte a riceverene eventualmente qualche modifica migliorativa, ma quando la quantità incorporabile viene superata, gli agenti esterni vengono percepiti come antigeni, come elementi patogeni, e si innesca l’azione di contrasto del sistema immunitario. Piaccia o non piaccia, le cose vanno così e opporvisi, in nome di qualsivoglia opzione ideologica, serve a poco.

    Circa l’opposizione fra la dottrina cattolica e la difesa di identità, cultura e territorio, posso solo partecipare qualche personalissima impressione. La prima è che in passato la Chiesa cattolica abbia contribuito in modo fondamentale sia alla costruzione sia alla tutela dell’identità italiana, francese, inglese, spagnola, ecc., e alla più ampia base europea in generale. La seconda è che nei tempi più recenti, e in particolare sotto l’attuale pontificato, la parte preponderante della Chiesa cattolica, almeno in Europa, si sia effettivamente posta in conflitto con la difesa di cui sopra. Mi sembra pertanto comprensibile che gli organismi nazionali (non parlo dei governi, ma delle popolazioni) rilevino la Chiesa attuale come un fattore di disgregazione della loro integrità. Le conseguenze di questa mutata percezione sono facilmente intuibili. Diciamo, per esempio, che se dovessi fare un pronostico sull’andamento dell’8 per mille alla Chiesa cattolica in Italia scommetterei su una sua contrazione.

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