Rito, unità e necessità: FSSPX discernere senza spezzare

Una meditazione sulle virtù cristiane e confuciane dinanzi alla questione delle consacrazioni episcopali senza mandato romano

La decisione recentemente prospettata dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X di procedere a nuove consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, appellandosi a uno “stato di necessità”, riporta con forza alla coscienza ecclesiale una tensione che non è meramente disciplinare né semplicemente giuridica, ma tocca in realtà il cuore stesso della forma visibile della Chiesa.

Non si tratta infatti soltanto di stabilire se un atto sia canonicamente lecito o illecito, né di opporre una casistica legale a un’altra, perché su questo terreno le argomentazioni tendono inevitabilmente a neutralizzarsi. Da una parte si invoca la sopravvivenza della fede, la tutela del sacerdozio, la necessità di garantire la continuità sacramentale in tempi percepiti come confusi; dall’altra si richiama il dovere dell’obbedienza, la struttura gerarchica voluta da Cristo, la natura visibile e storica della comunione ecclesiale.

Entrambi i discorsi possiedono una loro propria coerenza interna, ma, tuttavia, finché restano sul piano puramente normativo, non riescono a incontrarsi.

Per questa ragione sembra più fecondo spostare la questione ad un livello più profondo, quello del discernimento morale e sapienziale, domandandoci non semplicemente se l’atto sia o non sia permesso, ma di che tipo di atto esso sia, quale ordine di beni presupponga, quale immagine di Chiesa produca e, soprattutto, quali virtù, o quali carenze di virtù, esso manifesti.

È qui che un’etica delle virtù, illuminata congiuntamente dalla tradizione tomista e dalla saggezza confuciana, può offrire una chiarezza sorprendente, sottraendoci tanto dal soggettivismo quanto dal legalismo.

I. La distinzione preliminare: due livelli radicalmente diversi di “rito”

Spesso la confusione nasce, in realtà, da un equivoco linguistico: in questo caso, infatti, si parla continuamente di “rito”, però senza distinguerne piani ontologicamente differenti.

Nella vita della Chiesa, la parola rito designa almeno due realtà che, pur connesse, non appartengono allo stesso ordine.

Da una parte vi è il rito liturgico-sacramentale quotidiano, ossia la forma concreta della celebrazione: lingua, gesti, orientamento, silenzio, musica, architettura simbolica, densità teologica. Questo livello, eminentemente storico e pedagogico, può conoscere epoche di splendore o fasi di oggettivo impoverimento; può essere riformato, talvolta mal riformato, corretto, restaurato. È il livello in cui si situano le differenze tra la liturgia tradizionale latina e le forme più recenti.

Dall’altra parte vi è qualcosa di più profondo, che potremmo chiamare il grande rito costitutivo della Chiesa stessa: il rito mediante il quale la Chiesa non semplicemente prega, ma esiste come corpo visibile nella storia. Esso comprende la successione apostolica, l’ordinazione dei ministri, la comunione gerarchica con il vescovo di Roma, l’unità sacramentale del governo. Non è una modalità celebrativa: è la struttura ontologica della continuità ecclesiale.

Se il primo riguarda come la Chiesa celebra, il secondo riguarda il fatto stesso che la Chiesa sia una, e ambo sono fondati sull’Unico Rito stesso del Sacrificio del Golgotha: il primo può essere più o meno felice, mentre il secondo, se spezzato, compromette la forma stessa del corpo.

Tutta la questione morale dipende dall’ordine tra questi due livelli.

II. La natura dell’atto: non una preferenza liturgica, ma un atto di governo

Una consacrazione episcopale non appartiene al primo livello: non è solamente una scelta estetica né una mera opzione rituale, ma è un atto che interviene direttamente sul secondo livello, quello costitutivo.

Consacrare un vescovo significa inserire un nuovo principio di giurisdizione, creare un centro di autorità, incidere concretamente sulla geografia dell’unità ecclesiale. In termini classici, si tratta di un atto di prudenza politica, cioè di governo del bene comune, ed un atto politico non si giudica soltanto dall’intenzione soggettiva, ma dai suoi effetti strutturali sul corpo sociale.

III. Il discernimento tomista: gerarchia dei beni e virtù cardinali

San Tommaso insegna che il giudizio morale non dipende solo dalla bontà del fine, ma dalla proporzione tra i beni in gioco.

Ora, anche nell’ordine ecclesiale, i beni non sono sullo stesso piano poiché vi è una gerarchia oggettiva:

  1. l’unità visibile del corpo ecclesiale
  2. la validità sacramentale
  3. l’eccellenza pedagogica e simbolica delle forme liturgiche

Come sempre, se si sacrifica un bene superiore per salvarne uno inferiore, si produce disordine morale: orbene, alla luce di questa gerarchia, le virtù cardinali offrono criteri molto concreti.

La prudenza chiede: questa decisione rafforzerà realmente l’unità futura, oppure genererà linee parallele e fedeltà concorrenti?

La giustizia ricorda che l’autorità, anche imperfetta, resta oggettivamente autorità e non può essere sostituita da giudizi privati.

La fortezza invita a sopportare l’ambiguità storica senza fuggire nella separazione.

La carità, infine, pone come bene supremo la comunione visibile, senza la quale l’ortodossia stessa si svuota.

Da questo punto di vista, quindi, moltiplicare consacrazioni autonome appare difficilmente proporzionato: per correggere un male disciplinare si rischia di produrre una frattura ontologica.

IV. La crisi liturgica: realtà, ma di ordine diverso

Tutto ciò non implica minimizzare la crisi liturgica, anzi, sarebbe intellettualmente disonesto farlo, in quanto un rito impoverito forma fedeli impoveriti ed un simbolismo debole genera una fede debole.

Il problema è reale e lo possiamo constatare oggettivamente dall’introduzione del rito paolino in qua: contra facta non est arguendum. Questo problema, però, riguarda il primo livello, quello celebrativo, non quello costitutivo.

Qui si capisce e si empatizza con la posizione dei fedeli legati alla liturgia tradizionale: custodire la TLM, preferire forme più dense, restaurare il senso del sacro, non significa rompere l’unità, invece, significa operare una correzione interna per una riforma organica in una continuità vivente, cioè non si crea un altro corpo ma si irrobustisce quello esistente.

Questa è una distinzione decisiva nel quadro di queste considerazioni: la TLM può essere una medicina; mentre una secessione strutturale è un’amputazione.

V. L’apporto confuciano: il Li come forma costitutiva dell’ordine e la lezione politica del rito

A questo punto, ciò che può sorprendere, ma che tuttavia si rivela straordinariamente fecondo, è che una tradizione apparentemente lontana come quella confuciana offra strumenti concettuali di una precisione quasi chirurgica per comprendere la natura stessa del problema.

Non si tratta, a mio umile parere, di una semplice analogia culturale o di un parallelo suggestivo, ma davvero, piuttosto, di una vera convergenza strutturale.

Confucio, come Tommaso, pensa l’ordine umano non a partire dall’astrazione della legge, ma dalla concretezza delle forme viventi che rendono possibile la coesione di un corpo storico e tra queste forme, la più fondamentale è precisamente il Li (禮), il rito.

Ora, nella mentalità moderna occidentale, il rito è spesso percepito come qualcosa di accessorio: un cerimoniale esteriore, una tradizione decorativa, quasi un abito intercambiabile.
Per Confucio, invece, esso è l’esatto contrario e qui risiede la sua forza concettuale: per lui il rito è la struttura invisibile che rende possibile la convivenza stessa, la grammatica simbolica che permette a una società di riconoscersi come unità.Nel quadro del paradigma confuciano il rito non è un ornamento dell’ordine ma è proprio l’ordine stesso reso visibile; come non è una semplice espressione dell’armonia ma è la condizione stessa dell’armonia.

Per questo motivo, dal suo punto di vista il deterioramento del rito è certamente un male; ma la sua rottura è un male infinitamente più grave: mentre un rito imperfetto può ancora sostenere la comunità, in realtà due riti costitutivi concorrenti la distruggono.

Ed è ovviamente qui che la lezione confuciana diventa sorprendentemente pertinente per la questione ecclesiale che ci interessa.

Se, infatti, traduciamo questi concetti nel linguaggio cattolico, potremmo dire:
il Li corrisponde non soltanto al rito liturgico celebrativo, ma soprattutto a quel grande rito istituzionale mediante il quale il corpo ecclesiale si mantiene uno attraverso la successione, l’obbedienza, la trasmissione ordinata dell’autorità.

Ora, ciò che Confucio teme sopra ogni cosa non è la decadenza estetica del rito, bensì la moltiplicazione di centri rituali indipendenti, perché essa equivale alla nascita di sovranità concorrenti: due riti pubblici significano due legittimità; due legittimità significano due popoli; e due popoli significano, prima o poi, conflitto.

Per questo il saggio, anche quando giudica il rito impoverito, non fonda mai una corte parallela, ma egli resta, corregge, insegna, riforma dall’interno, perché sa che l’unità formale vale più della perfezione formale.

Qui la consonanza con la prudenza tomista è quasi perfetta: come Tommaso non sacrifica l’unità visibile per una deficienza disciplinare, così Confucio non spezza il Li per restaurarne una versione più pura.

Entrambi comprendono che la vita di un corpo storico dipende prima dalla continuità della forma, poi dalla sua eccellenza, in quanto la prima è condizione di esistenza mentre la seconda è condizione di fioritura e senza la prima, la seconda non ha più alcun soggetto che possa riceverla.

In questa prospettiva, la creazione di consacrazioni episcopali autonome appare, non tanto come un atto di riforma, quanto come un gesto che, simbolicamente e politicamente, istituisce un secondo centro di legittimità rituale e per un confuciano questo è precisamente il punto di non ritorno,cioè proprio il momento in cui l’armonia cede il posto alla disgregazione.

Conclusione: Unità, forma e guarigione: ciò che non può essere spezzato

Se ora raccogliamo in uno sguardo unico quanto è stato progressivamente chiarito, cioè la distinzione dei livelli del rito, la gerarchia dei beni nella prudenza tomista, la funzione costitutiva del Li nella sapienza confuciana, e la posizione specifica dei fedeli legati alla liturgia tradizionale, appare con una certa evidenza che gran parte delle tensioni contemporanee nasce non tanto da un conflitto di intenzioni, quanto da una confusione di piani ontologici.

Si sovrappongono beni diversi, li si colloca sullo stesso livello, e si finisce così per proporre rimedi che, pur animati da zelo sincero, risultano sproporzionati rispetto alla natura del male che intendono curare.

Certamente la liturgia non è un involucro neutro: essa plasma la fede, educa l’immaginazione teologica, forma il senso del mistero ed un rito impoverito come quello paolino genera inevitabilmente una coscienza impoverita; come un simbolismo attenuato produce una percezione attenuata e distorta del soprannaturale.

In questo senso, il desiderio di custodire la tradizione liturgica, di mantenere viva la densità sacrale della Messa antica, di trasmettere ai fedeli una forma più alta e più eloquente di preghiera, non solo è legittimo, ma può diventare un doveroso servizio ecclesiale.

Tuttavia ed è qui il punto decisivo: tale questione appartiene all’ordine della qualità della vita del corpo, non all’esistenza stessa del corpo. Si tratta della sua salute, non della sua identità.

Ora, la saggezza morale, tanto in Tommaso quanto in Confucio, insegna che non si può salvare un bene inferiore distruggendone uno superiore, né si può curare un organo amputando il principio vitale che tiene insieme l’organismo.

L’unità visibile della Chiesa, cioè quella continuità concreta della successione apostolica, quella comunione gerarchica che attraversa i secoli come un’unica trama ininterrotta, non è un semplice mezzo organizzativo ma è la forma stessa attraverso cui la Chiesa esiste nella storia.

Se questa forma viene lacerata, non resta più neppure il soggetto che potrebbe beneficiare di una liturgia migliore e così si capisce perché la questione delle consacrazioni episcopali senza mandato romano non possa essere assimilata alla scelta di celebrare secondo una forma liturgica piuttosto che un’altra.

Celebrare la liturgia tradizionale restando nella piena comunione ecclesiale significa operare dall’interno della forma, come chi rafforza una fibra indebolita del tessuto.
Creare linee episcopali autonome significa invece incidere sulla struttura stessa del tessuto, introducendo una frattura che nessuna purezza rituale potrà poi compensare.

Nel primo caso si ha una riforma organica mentre nel secondo si dà una duplicazione del principio di unità ed ogni duplicazione del principio di unità, nella storia dei corpi viventi, è sempre preludio di divisione, cioè di morte.

In termini tomisti, potremmo dire che si confonde il bene dell’ornamento con il bene della sostanza ed in termini confuciani, che si sacrifica il Li fondamentale per restaurarne una variante secondaria, ma in entrambi i linguaggi l’errore è lo stesso: invertire l’ordine dei fini.

La vera prudenza, quella che guarda lontano, sa invece che la continuità viene prima della perfezione, che l’essere viene prima del ben-essere, che l’unità precede ogni riforma, perché solo ciò che rimane unito può essere guarito.

Per questo la via più difficile, ma anche la più feconda, non è né l’abbandono della tradizione né la secessione, bensì quella fedeltà paziente che accetta di restare dentro una storia imperfetta per trasformarla dall’interno, senza cedere, correggendo senza spezzare, custodendo senza isolarsi.

In fondo, è la logica stessa dell’Incarnazione: Dio non salva l’umanità separandosene, ma assumendola.

Allo stesso modo, la riforma autentica della Chiesa non nasce da una fuga verso strutture parallele, bensì da una presenza perseverante nel cuore stesso del corpo ecclesiale: così intesa, la fedeltà alla liturgia tradizionale non è una nostalgia né una protesta, ma una memoria vivente offerta alla Chiesa intera; non un gesto di rottura, ma un atto di carità storica.

Mentre la creazione di centri sacramentali indipendenti, anche quando nasce da intenzioni rette, rischia di produrre esattamente ciò che vorrebbe evitare: una frammentazione permanente del corpo che pretendeva di proteggere.

Si potrebbe allora riassumere l’intero discorso con un’immagine semplice, ma forse definitiva: la Chiesa può sopravvivere a una stagione di povertà liturgica, come un uomo può sopravvivere a una malattia, ma non può sopravvivere alla divisione del suo stesso principio vitale, perché un organismo vivente può guarire dalle ferite,
ma non può vivere se viene tagliato in due.

In Pace



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11 replies

  1. Alla fine non volevo più scrivere ma mi sento obbligato da un saggio e chiarissimo ed illuminante articolo come questo.

    In realtà a fortiori il punto 1 e 2 li fonderei, per giungere così:

    1) vincolo canonico e santi misteri ( che d’altronde riguardano la sacra potestas in sé di cui il papato è la plenitudo ).

    2) la successione, derivata da tale realtà, che deve essere conforme e dunque non irrita né invalida.

    3) le forme che aprono a miriadi di sottoclassi ( nella pratica che nella dottrina che nelle preghiere devozionali, nella forma stessa liturgica od in certe istituzioni giuridiche ).

    Quindi sottolinerei però che l’esigere la fedeltà al deposito ed allo sviluppo in questo caso liturgico, proprio per la stetta co-inerenza fra dogmi ( ossia horoi/canoni stabiliti infallibilmente ) e culto, ci si rimanda al punto 2 e non solo al punto 3.
    Perché l’attentato al magistero infallibile non può essere diverso dall’attentato liturgico.
    Ed il Signore ci ha intimato di strappare da noi l’eretico e che è meglio entrare monchi che con due mani nel Regno.

    Sottolineo questa cosa perché il testimoniare dall’interno ( la grazia divina di Cristo Signore aiuti e conforti chi per il suo ruolo lo fa, soprattutto i santi sacerdoti senza protezioni gruppali ) ha necessità di autoriconoscersi…Ad esempio: asserire che il messale di Pio V è ancora utilizzabile perché statuito dalla Quo Primum Tempore è fallace ( non si abrogano i messali d’alronde, ma le leggi che li regolano, e ciò è accaduto ). Utilizzare un messale più antico può solo basarsi sull’affermazione di fedeltà e testimonianza alla successione stessa, e quindi poi alla realtà intrinseca del punto 1, ossia il principio dell’intangibilità liturgica. La stessa cosa vale per i canoni antichi che nessuno può dismettere, quantunque dal 1917 infondo è così ( guardacaso la biforcazione d’attegiamento eretico, mi assumo la responsabilità della sentenza, è para sia per i modernisti che per i vetustisti, a ridosso del 1900, come emblema dell’attacco dialettico che anche i nostri peccati alimentano ).

    Se quel che ho scritto ha un qualche barlume di realtà, ancora più imperativo è invocare la Sapienza ed implorare la Forza in Cristo, poiché una cattiva disposizione renderebbe la ribellione più incresciosa poiché meglio fondata, e dunque la malattia più nociva.
    Possiamo anche tranquillizzarci poiché di solito si ciancia sul cardinalato da una parte o facezie come la potestà delegata a femmine, od appunto il rito del 62 che alla luce del punto 2 da me espresso è ipso facto da rigettare….giusto per scrivere che non credo si arreverebbe a tanto poiché mancano le capacità intellettuali e direi anche fisiche, di attributi, per farlo. Infondo questi sono discorsi nostri…chi ha occhi per vedere scorge il marketing nella FSSPX, già è tutto troppo nobilitante, senza insistere su cose sinistre, ma torna utile sia per distinguere il gregge fra noi che per educarlo, ed allora ringraziamo il Signore e si ravvedano loro ( anche noi, io, chiaramente per i cattivi modi e peccati, ma la Grazia mi ha preservato da scisma ed eresia ).

    Articolo verace il tuo, di chi ama la santa Chiesa di DIO.

    Buona Quaresima

    • Vorrei poi fare una precisazione ( scusate la digressione: non sono pratico con lo scritto italiaco. Ricordo quando da ragazzo decisi di assumere il romanesco io che nemmanco lo masticavo se non per inflessione, tanto ch mi ritrovo oggi ad usare termini alle volte vezzosi dello stesso tipo pezzo per pistola che oggidì è ferro, e zaccagna per coltello che oggidì è lama, scelta infelice anche se…il romanesco ha la sua metafisica checché ne dica Dante e mi avvalgo del sostegno del papa parolacciaro Benedetto XIV! ).
      La scomunica infondo – certo canonisti e teologi che usano i loro concetti bombastici dissentirebbero – è piena infondo solo quando è problematizza un’insubordinazione ribelle alla gerarchia ed un’eresia conscia.
      Lo scisma tricapitolino infondo era corretto ( Cirillo insomma non era una persona tenera d’altronde, ne sà qualcosa il Crisostomo ) e non aveva alcuna connotazione eretica. Ugualmente eresie per incomprensione o qualsivoglia cosa, che maldestramente per piegarsi ad Aristotele si devono chiamare materiali, non possono implicare una scomunica.
      Questo esattamente non è il caso.
      ——
      Segnalo questo articolo che ha qualche vizio tipico degli scismatici orientali ( che per la maggioranza dei casi o sono ormai paraliberali anch’essi o sono scaduti nella fantomatica neo-patristica preconcetta che esacerba le differenze che ci sono o ne inventa di nuove strumentalmente ) difficilmente esponibili… + mi permetto solo la battuta riguardo le giurisizioni all’estero che riconoscerebbero questi dissidenti da lodare, praticamente cascando nell’etnofiletismo ( per carità, rispetto la ROCA che combatte contro i cripto comunisti e denuncia ancora il sergianismo ) per di più negando che la suprema autorità dei sinodi è…IL Metropolita + :
      https://traditiomarciana.blogspot.com/2026/02/le-ordinazioni-episcopali-della-fsspx.html
      Il punto è cruciale. Lo stesso Vaticano I è del tutto ambiguo ( oltre che un po’ simpatico in certe sue travisazioni della storia fattuale ), e si deve partire da questo per poter guardare con oggettività il CVII e poterlo dunque reinformare come tutti in realtà pretendiamo. E’ reale che le potestà abbiano due distinte e necessarie origini ma dal Cristo stesso ergo nella monocrazia episcopale di il cui il Papa è il vertice, eppure si deve pur ammettere che per tutto il feudalesimo l’episcopato non era sacramento e la materia dell’ordinazione neanche era considerata l’imposizione delle mani, da parte dello stesso Tommaso d’Aquino per scrivere. La distorsione è antica dunque. Ma se la potestà è duplice ma unica, che è l’unica strada, nessuno lo ha saputo spiegare, e forse ormai siamo fuori tempo massimo.

      • Caro Daouda,

        grazie anche per questa ulteriore riflessione, che tocca un punto ancora più delicato cioè quello del rapporto tra potestà, successione e struttura gerarchica della Chiesa.

        Concordo con te sul fatto che non ogni errore materiale o incomprensione teologica implichi automaticamente eresia formale o scomunica piena. La distinzione tra imputabilità soggettiva e oggettività del delitto è classica nella teologia morale e nel diritto canonico ma, tuttavia, occorre distinguere con precisione tra il piano morale e quello giuridico-ecclesiale. La scomunica non è solo una valutazione della coscienza, ma un atto che tutela l’ordine visibile del corpo ecclesiale cioè anche uno scisma privo di intenzione eretica resta una ferita reale dell’unità.

        Quanto alla questione della potestà, è vero che essa ha un’unica origine in Cristo e una duplice modalità di esercizio ma proprio per questo non può essere concepita come due principi paralleli in quanto l’ordine e la giurisdizione non sono due sovranità concorrenti, bensì due dimensioni coordinate di un’unica struttura sacramentale.

        Le discussioni medievali sulla materia dell’ordinazione non implicavano una negazione della sacramentalità dell’episcopato ma, a mia umile conoscenza, una ricerca teologica ancora in via di chiarificazione e la definizione più esplicita è maturata nel tempo, senza che ciò significhi una “distorsione” strutturale.

        Mi sembra che il punto decisivo resti che la crisi attuale non nasce da una carenza ontologica della struttura ecclesiale, ma da difficoltà storiche nell’esercizio e nell’interpretazione della stessa ed è proprio per questo che la risposta non può essere la moltiplicazione di principi autonomi, ma un approfondimento teologico più rigoroso dell’unità della potestà in Cristo.

        Il problema è reale, ma la medicina deve restare proporzionata alla natura del corpo che intendiamo custodire e la riflessione che ho proposto sulle virtù, invece che su principi canonici-moralistici, dovrebe permettere di valutarne gli effetti i più profondi, sempre a mio umilissimo parere.

        Ti ringrazio per il confronto, che obbliga tutti noi a pensare con maggiore precisione.

        Ancora una volta Buona Quaresima!

        In Pace

    • Caro Daouda,

      ti ringrazio per la profondità del tuo intervento, che tocca un punto realmente delicato: il rapporto intrinseco tra sacra potestas, successione apostolica e forma liturgica.
      Sono d’accordo con te su un principio fondamentale: la liturgia non è un elemento accessorio della vita ecclesiale, ma partecipa realmente alla trasmissione del deposito, perché lex orandi e lex credendi sono co-inerenti. Non esiste un culto neutro rispetto alla fede ma ,tuttavia, proprio per salvaguardare questa co-inerenza, mi sembra necessario distinguere con precisione i livelli dell’atto ecclesiale.

      Il magistero infallibile definisce horoi, cioè confini irreformabili del deposito ma la liturgia, invece, pur essendo espressione del deposito, appartiene all’ordine della disciplina sacra, non dell’oggetto definito in modo irreformabile.

      In altre parole: la liturgia può esprimere in modo più o meno adeguato il dogma ma non ogni riforma liturgica, anche se imprudente o impoverente, costituisce per ciò stesso un attentato formale al magistero infallibile perchè, se così fosse, dovremmo concludere che ogni modifica rituale significativa nella storia della Chiesa, da Gregorio Magno a Pio X, avrebbe toccato l’infallibilità stessa, il che non è sostenibile teologicamente. La co-inerenza non implica identità ontologica e, per questo motivo, l’esigenza di fedeltà al deposito, anche in ambito liturgico, rimanda sì alla successione, ma non nel senso che ogni crisi rituale equivalga a una rottura della successione stessa.

      L’indefettibilità della Chiesa riguarda la permanenza del deposito e della successione sacramentale ma essa non garantisce che ogni forma disciplinare sia immune da imprudenza o da impoverimento storico.
      È proprio qui che interviene la prudenza cioè ilcustodire la continuità sostanziale senza assolutizzare le forme accidentali: se trasformassimo l’intangibilità liturgica in principio quasi ontologico, rischieremmo di elevare una disciplina alla dignità di dogma, invertendo l’ordine dei fini.

      Il mio punto resta questo: la crisi liturgica può essere grave ma la risposta deve essere proporzionata al livello ontologico del problema e spezzare la comunione visibile per difendere una forma celebrativa significherebbe trattare un disordine disciplinare come se fosse una corruzione sostanziale del deposito.

      Ed è su questa proporzione che si gioca l’intero discernimento del mio articolo qui sopra

      Ti ringrazio ancora per il confronto serio e fraterno.

      Buona Quaresima

      In Pace

  2. Beh si fai bene a ringraziarmi così ri-espliciti meglio i punti ehheh. Ti rispondo ma io sono io che debbo ringraziare te, anche perché è un testo che ha la dolcezza del Cristo.
    Non mi interessa molto la questione dal piano etico a quello giuridico, quanto dal piano giuridico a quello mistico, ossia dal piano istituzionale a quello sacramentale. Sottolineo questi due e basta giacché la solfa dei carismi è una brutta vulgata, come infondo anche quella dei tria munera calvinisti, e lo scrivo giacché essendo la base la Liturgia assieme a Scrittura e Tradizione, esse sono l’originario. Doni carismatici e Magistero semmai, certo, li si posson correlare, ma che cos’è questo magistero? Talmente frainteso che le leggi vengono dette e trattate come ecclesiastiche more umane, il che è un assurdo logico ed un abominio fattuale, ringraziando il Signore che è lento all’ira perché io mi offenderei più per questo che le miriadi di offese con cui han educato le di molto precedenti generazioni riguardo al peccato che si vince con la Grazia ed il combattimento.
    Il magistero che è successivo, che è anche pratico oltre che dottrinale nella statuizione autorevole ed autoritaria, è l’esplicitazione dell’imperium del Cristo, che d’altronde delimita lo stesso esercizio sacramentale. Non c’è retta neanche tradizione o retta scrittura fuori dalla gerarchia, né retta liturgia, e dunque questo non tocca il problema della validità degli altri, od anche della loro giurisdizione.
    Ma che sia certa la dualità dispositiva dall’unica fonte del Verbo incarnato, la spiegazione è insufficiente ad oggi, e ieri forse non se ne sentiva l’esigenza.
    La rottura della comunione ha delle eccezioni che non collimano, vedi i 3 capitoli ( i tricapitolini avevano ragione d’altronde ).
    Che i medioevali tendenzialmente negassero, anche i papi, la sacramentalità dell’ordine episcopale non ha difatti inciso molto come neanche ha inciso il reputare la consegna degli strumenti la materia sacramentale, visto che il rito/liturgia non è stato toccato. L’intenzione rimasta fedele alla Chiesa, era un mero impantanamento in una deriva germanica ( si è preso del buono da loro come da ogni popolo, sicuramente, come testimoni tu ) ripristinata d’altronde. Ma era così.
    Lo sottolineavo giacché l’attentato liturgico rischia di minare la successione stessa giust’appunto. Forse il punto due e suddivisibile in due sottopunti a cerniera, perché la manipolazione rituale è un segno di mancanza di rispetto e rinnegamento quindi guarderebbe al punto sottostante, ma è cosa più grave e deleteria di quel che tu scrivi. Ma il punto è questo, la critica che si appoggiasse a tal punto, non potrebbe che vertere sul rispetto e la continuità intrinseca del corpo stesso, e sarebb essa stessa da chetarsi per il bene maggiore che tu asserisci, ma per un’altra ragione…ecco però c’è un tipo di manipolazione che realmente è il subpunto 2 che è collegattismo al primo che esponi, e che manderebbe tutto al macero, mi sembra così più serio quel che avevo scritto.
    La dirò brutale come sempre: il rito del 62 se cogli i 4 punti che alla fine ho accalcato, è già una distorsione rispetto all’ultimo, il 69 arriva al punto 3. Ma se leviamo o cambiamo addirittura l’esempio liturgico apocalittico della liturgia celeste come qui si è esposto alla grande, si arriverebbe al 3. E visto che il mio uno comprende il tuo uno e due, tale situazione sarebbe proprio una situazione estrema. Come dire…in 2 minuti in persona Christi hai qualsivoglia sacramento.
    Mi rendo conto che allora i punti sono disordinati, ma non posso credere che noi, eredi di Roma e della Torah, si abbia a così mondana concezione del diritto, che d’altronde sappiamo può invalidare i sacramenti stessi alle volte. E’ però troppo tardi forse per riflettere su tutto questo.
    D’altronde fondere il punto uno e due tuoi nel primo mio èil solo che possa enucleare il subsistit in. Però appunto se si fa così si dev ammettere che ci sia un livello di intangibilità intrinseco ( per gli orientali è più facile tal visione visto che ritengono il « punto » della transustanzazione indeterminabile ).
    Sper accoglierai la mia ulteriore divagazione, e sinceramente non posso che rimettermi al Signore, anche se sarebbe simpatico ecco che gli studiosi ed i giuristi fossero…meno studiosi e meno giuristi…la scrivo così, così non se capisce niente e non ho accusato nessuno essendo infondo una piccata e triste constatazione: perché quel che mi dici anche in campo giuridico-spirituale in sé per sé dovrebbe valere ( col codex no ) giacché moltissimi canoni li contraddiciamo da più di mille anni, tanto « la colpa » è solo de sti ultimi 200 anni.
    Quindi per il resto non saprei dire meglio di te quel che hai esposto e ribadito alla fine inquadrando il dramma ( ma anche l’occasione a cui si è chiamati ) che viviamo. Infondo c’è chi ama la Chiesa e forse ha una posizione più netta o miglior visione, ma sà che almeno in qualsiasi proflusione od azzardo il recinto del Cristo è quello lì, e chi invece no.
    Ed i lefebvriani non sono solo scismatici, sono ormai totalmente eretici.
    Una buona settimana e cerco di portare avanti il digiuno anche da internet, soprattutto in quaresima, un abbraccio nel Signore.

    • Caro Daouda,

      ti ringrazio ancora per la franchezza e per la radicalità delle tue osservazioni. Mi sembra che, al di là delle differenze di accento, la tua preoccupazione sia profondamente seria: non difendere semplicemente una disciplina o un’opinione, ma salvaguardare la natura teandrico-sacramentale dell’istituzione ecclesiale, evitando che il diritto venga ridotto a convenzione umana e che il magistero venga banalizzato in mera opinione autorevole.

      Su questo punto, ti sono molto più vicino di quanto forse appaia. Anch’io rifiuto una concezione mondana del diritto ecclesiale, come se fosse un prodotto sociologico modificabile a piacere; anch’io considero il magistero come esercizio reale dell’imperium Christi nella storia, non come sovrastruttura culturale. La gerarchia non è un dispositivo amministrativo: è partecipazione alla potestà del Verbo incarnato.

      Proprio per questo, però, credo sia necessario precisare ulteriormente la natura ontologica della ritualità stessa. Se è vero che ogni organismo storico è strutturato da ritualità, e questo vale a maggior ragione per la Chiesa, non ogni ritualità possiede lo stesso grado ontologico. La ritualità costitutiva, quella che riguarda la successione apostolica, l’ordinazione valida, la comunione gerarchica e la trasmissione reale della potestas, appartiene alla forma stessa dell’organismo ecclesiale. Qui una rottura non sarebbe semplice disordine disciplinare, ma lesione della forma costitutiva.

      Accanto a questa, tuttavia, esiste una ritualità espressiva e pedagogica, anch’essa strutturante, ma in modo analogicamente diverso. Le forme celebrative, i linguaggi liturgici, le determinazioni storiche del culto, pur incidendo profondamente sulla vita del corpo e sulla qualità della sua coscienza teologica, non coincidono ontologicamente con la forma costitutiva dell’organismo. Esse possono conoscere sviluppi, talvolta anche regressioni, senza che per ciò stesso venga meno l’indefettibilità della successione.

      Se non manteniamo questa distinzione, rischiamo di identificare l’indefettibilità con l’immutabilità assoluta delle forme storiche; ma la storia della Chiesa mostra che tale immutabilità non è mai stata promessa in senso totale. Le discussioni medievali sulla materia dell’ordine, le evoluzioni disciplinari, persino certe incertezze teologiche non hanno dissolto la continuità sostanziale del corpo, proprio perché la forma costitutiva non coincide con ogni determinazione rituale contingente.

      Comprendo il tuo timore: una manipolazione rituale può diventare segno di disprezzo, può rivelare un atteggiamento di dominio arbitrario, può insinuare una frattura simbolica pericolosa. Ma perché tale manipolazione diventi realmente attentato ontologico alla successione, occorre che essa distrugga la forma sacramentale stessa o istituisca stabilmente un contro-principio di unità. In altre parole: che generi un’altra forma ecclesiale concorrente.

      È qui, a mio avviso, che si gioca la differenza tra la custodia della tradizione liturgica all’interno della comunione e la creazione di linee episcopali autonome. La prima è una tensione interna all’organismo, un tentativo di rafforzarne la memoria incarnata; la seconda introduce un principio parallelo di legittimità, e dunque tocca il livello costitutivo.

      Quanto alla parola “eresia”, ti chiederei cautela. L’eresia, in senso tecnico, implica negazione pertinace di una verità definita come tale. Possiamo parlare di errore, di imprudenza, persino di scisma materiale; ma definire “totalmente eretici” coloro che non negano formalmente alcun dogma rischia di eccedere la precisione che vogliamo difendere.

      Mi sembra che la vera sfida, oggi, non sia scegliere tra istituzione e mistica, ma comprendere come la forma visibile sia già mistica in quanto sacramentale, senza tuttavia trasformare ogni crisi storica in collasso ontologico. La Chiesa resta il recinto del Cristo anche quando attraversa stagioni di tensione; e forse la prova che viviamo consiste proprio nel discernere la gravità reale dei mali senza attribuire loro un livello ontologico superiore a quello che effettivamente possiedono.

      Ti ringrazio ancora per il confronto, che obbliga entrambi a pensare con maggiore rigore e maggiore carità.

      Un abbraccio nel Signore.

      In Pace

      • Ma si perché due sono le cose: ogni atto ecclesiale non può che essere oltre che naturale proprio anche azione, illuminazione ed ispirazione del Figlio, dello Spirito Santo e del Padre, il DIO 3 volte santo.
        Certo che non ho approfondimento serio ma rimango costernato dagli arzigogoli o le concessioni mondane in ossequio alla mera natura non nobilitando e re-impostando il tutto, fatta da chi certo articola ed applica con cognizione, ma non sempre suvvia.
        Di certo non che ciò infici, però poi non fa meraviglia il risultato ecclesiale attuale; d’altronde io non ho alcuna responsabilità pubblica e certo come dovrei chetarmi meno mi sarà richiesto come ugualmente meno trappole e problemi ho da affrontare. Sapere che abbiamo alumbrados a sinistra o frankisti a destra non può né esimermi dall’obbedienza e l’impegno appunto, come ricordarmi e raccordarmi alla Divina Provvidenza. Infiltrati, i peccati, l’agire di Satana, non è un dramma che già non fosse enucleato, impelagarvicisi è poca Fede. Alla luce di come esponi aggiungo che quel che può sembrare uno sfregio della statura ecclesiale ( per noi umani più deboli e lontani dal Cristo incarnato ) immersi nella totale deriva di questi tempi in cui si cerca di rinfondere anche la magia assieme al gigantesco progresso tecnologico, ecco certe « defalcazioni » risultano anche necessarie e comprensibili, epperò giust’appunto vista la confusione non si può esser remissivi od intimisti.
        Ti ringrazio per la fiducia che mi accordi, ma ribadito il primo periodo che ho soprascritto dovrebbe risultare fattualmente lapalissiano che non può esistere una contrapposizione fra Chiesa e Stato, come ci è stata raccontata perché la Chiesa è già uno Stato, è già il Regno proprio per la sua costituzione giuridica.
        Non avremmo mai avuto laici con potere giurisdizionale ( abati o chi altri, anche badesse ) ma neanche presbiteri o diaconi per quel che riguarda l’ordine sacro se in sé la Chiesa non avesse questa duplice caratterizzazione.
        Quindi il fulcro rimane certo la monocrazia episcopale che si ha nel collegio e poi nel papato.
        Posso solo puntualizzar questo: non sempre si è stati d’accordo e non per questo lo scisma di per sé era una lacerazione od amputazione. Teofilo e poi anche Cirillo con Crisostomo non sono stati in armonia per niente, e ribadisco la questione dei 3 capitoli, per quel poco che mi è lampante. Forse è come se avessimo un arto più che malato ( giacché tali scontri non eretici sono fatti per rientrare come dire, forse hanno una sorta di funzione di scossa ) immobilizzato, ecco.
        Ma l’eresia è anche intrinsecamente un’abiura giuridica, non perché debba aspettare una sanzione od un processo, ed allora abbiamo la lacerazione.
        Ora anche io seguo Aristotele, come riferimento mediano, ma non si può ridurre tutto a lui. Un abuso giuridico od una rivendicazione in buona fede è come un’eresia materiale diciamo, grave, ma non è abiura né eretica per via di difformità, altrimenti tutta l’opera di Leone non avrebbe avuto senso fra Alessandria ed Antiochia, che appunto parlavano lingue diverse.
        La Tradizione e la Scrittura vengono dalla Liturgia come si diceva nella loro legittimazione rituale e l’Autorità col suo Magistero viene dopo, ed essa stessa le « determina ». Certo che è tutto in contatto e connesso. Ma l’unione è la successione che è sacramentale e giuridica il fulcro secondo il lascito di DIO.
        Il problema però è il ritenere quanto il cambiamento di forma ( interiore od esteriore ) sia nei modi che ineriscono la Liturgia, la Tradizione e la Scrittura ( d’altronde si traduce no? ) un attentato. L’unità difatti è sia nella koinonia sia nell’eucaristia. Gerarchia e sacramenti. Per questo ho sottolineato confusionariamente la successione.
        Ad ogni modo oltre le derive degli uni e le protervie degli altri nello scontro dialettico a tenaglia fra destra e sinistra, non abbiamo attualmente sacrificato « il Li fondamentale per restaurare una variante secondaria » però siamo in bilico verso il sacrilegio/spergiuro ossia un attentato minatorio tralascinado la FSSPX.
        Questo è il senso dell’intangibilità a cui mi rifacevo, che non intendo come inmmutabilità aprioristica ( che d’altronde non c’è mai stata ).
        Questo in seno alla santa Chiesa. Per quanto riguarda invece l’oggetto del tema, non ho alcuna paura né dubbio riguardo al fatto di scrivere l’abiura e l’eresia della FSSPX ( i neocatecumenali anche sono eretici e li abbiamo addirittura fra noi, assieme ad altri, la questione della scomunica rimessa oltretutto era per le consacrazioni illecite d’insubordinazione no? ) e chiunque possa anche solo reputare che siano mai stati in una posizione simile o migliore nel solo scisma dei seguaci di fozio ( dipende però visto che la neo-ortodossia è anch’essa eretica/abiurante ) ora come ora si palesa per un idiota inetto. Non saranno le doti umane né i titoli né il ruolo dei soloni a negare l’evidenza logico-fattuale e di Fede. Proprio in nome di un recupero del tuo punto 3, e del pericolo infingardo che costituiscono contro tutti coloro che non rigettano ma anzi amano ed onorano il nostro passato, indipendentemente se ottenessero un giorno una tanto agognata prelatura personale, risolto il tutto per finta visto quel che serbano nel cuore. Queste sarebbero ipocrisie esiziali che pagheremo care tutti, come altre che già ci sono giust’appunto, e che fondano il pernicioso alibi di tutta questa frangia in cui sono anche cardinali cerchiobottisti, ma mi esimo dal nominarli.
        I magheggi interni che hanno poi ne sono solo la conferma…

        • Caro Daouda,

          comprendo bene la tua inquietudine e, in un certo senso, la condivido nel suo principio: la Chiesa non è una costruzione sociologica, ma un organismo teandrico; il diritto ecclesiale non è mera tecnica normativa, ma partecipazione reale all’imperium del Cristo; la liturgia non è ornamento, ma memoria incarnata della Tradizione.

          Su questo non vi è dissenso tra noi.

          Tuttavia proprio perché ogni atto ecclesiale si svolge nell’orizzonte trinitario, occorre evitare una conseguenza che talvolta si insinua implicitamente: che ogni determinazione storica concreta sia per ciò stesso garantita nella sua prudenza o nella sua perfezione. L’azione di Dio nella Chiesa non elimina la fragilità dell’esercizio umano della potestà, così come la grazia non annulla la libertà.

          La soglia che tu chiami “intangibilità” è reale: esiste un limite oltre il quale la manipolazione rituale diverrebbe attentato alla forma costitutiva. Ma proprio per questo tale soglia non può essere identificata con ogni sviluppo discutibile né con ogni riforma che giudichiamo infelice. Altrimenti dovremmo concludere che la Chiesa abbia già cessato di essere se stessa e questa conclusione sarebbe incompatibile con l’indefettibilità.

          Quanto all’uso della parola “eresia”, ti chiederei ancora una volta sobrietà. L’eresia non è categoria retorica, ma tecnica ed estenderla oltre i suoi confini produce più confusione che chiarezza e rischia di trasformare una diagnosi ecclesiologica in un giudizio escatologico.

          La storia della Chiesa conosce tensioni, scontri, persino errori gravi; ma la sua unità non è fondata sulla perfetta armonia storica, bensì sulla permanenza della forma sacramentale e della comunione visibile (Rito e Liturgia) Lo scisma resta sempre una ferita, anche quando non è accompagnato da eresia formale. E la prudenza consiste nel non moltiplicare le lacerazioni per timore di una possibile deriva.

          Forse il punto più importante, ora, è questo: non lasciarci trascinare dalla logica del bilico permanente tra sacrilegio e complotto. La Provvidenza non è sospesa; la Chiesa non è in procinto di autodistruggersi; e la nostra fedeltà non consiste nel decretare chi sia già caduto fuori, ma nel restare saldi nel recinto visibile che il Signore ha voluto.

          Il tempo storico è sempre imperfetto. La santità della Chiesa non coincide con la brillantezza delle sue stagioni ma è forse proprio nelle stagioni opache che la fede viene purificata dalla tentazione di sostituirsi al giudizio di Dio.

          Ti ringrazio ancora per la passione e per l’amore sincero che traspare dalle tue parole. Custodire la Chiesa significa anche custodire la pace del suo giudizio.

          Un abbraccio nel Signore.

          In Pace

          • Non devo, ma a chi le potrei dire ste cose? Certo è un’autogiustificazione crassa, lo ammetto infondo, ma mai ho pensato la Chiesa non fosse la Chiesa od il papato non debba esser tale. E’ che nun je la faccio che cià’ribborbotto sopra…e parto da qua giust’appunto:
            « L’azione di Dio nella Chiesa non elimina la fragilità dell’esercizio umano della potestà, così come la grazia non annulla la libertà »
            a) Toccherebbe spiegajelo a chi dell’infallibilità nun cià capito gnente
            « Ma proprio per questo tale soglia non può essere identificata con ogni sviluppo discutibile né con ogni riforma che giudichiamo infelice »
            Il problema primordiale difatti del Nuovo messale ( inteso quello più giovane di 7 anni degli altri 3 la cui esistenza era difatti prodromica a questo ) è la mancanza di rispetto quasi totale.
            Ma tale possibile attentato alla forma costitutiva, che non c’è in sé per sé, nel suo disprezzo ci ha però portato a due problemi:
            1) essendo il liturgico l’involucro e l’ambiente in cui si attua il sacramento, si piccona tal protezione.
            2) la grazia ( tenendo conto pur dell’epoca che già rende il tutto più difficile ) pur fatto salvo il sacramento certo e tralasciando il punto 1 è chiaro che « agirà peggio ».
            Sò che mi comprendi.
            Qua non si tratta del latino, che anzi, andava sostituito molto prima. Se qualcuno sostenesse che gli esorcismi del passato in latino funzionavano meglio che quelli di oggi in italiano, veramente si è ribaltato tutto: si ciancia di non seguire le ingunzioni prescritte più ricche del passato in lingua « sacra  » – concetto che ecclesiasticamente è eretico anche questo – quindi non allo stile di vita dei chierici stessi ( digiuno e penitenze, orazioni cantate non lette, elemosina ed ascolto fraterni e via discorrendo ) ed alla loro poca Fede, o non ammettendo che le infestazioni o possessioni sono più forti di per sé per gli abomini dell’epoca.
            Se troverai questo Jonh Salza lo spiega bene che quelli là sono eretici in realtà, ci ero arrivato pure io ma almeno lui è preparato e non una capra come me.
            Ma c’è qualcosa che nessuno vuole affrontare :
            -la nullità delle ordinazioni assolute e comprensione/giustificazione/spiegazione della giurisdizione di chi è scismatico e/o eretico
            -l’assenza di intenzionalità sacramentale interna di chi è simulatore od ostativo visto che praticamente sia fra la sponda modernista che tradizionalista abbiamo gente di tal fatta, anzi, molto probabilmente più tra questi.
            Ora io posso essere un po’ ignorante o ritardato, però sò ad esempio che Stickler fu un manipolatore riguardo ai motivi capziosi addotti per il celibato sacerdotale latino ( che io difendo in conformità con Cartagine, Siricio, Arles e via discorrendo visto che non trattano di quel che tratta lui essendo inerenti il sacrificio quotidiano, giustamente ).
            Sò anche che Bernardino da Siena non ha mai giustificato un’interesse giusto come altri sostengono, portandoci oggi all’usura totale in cui incorriamo tutti, APSA in primis.
            Come fai a parlare co sta gente? Dimmelo santa pupa! Se je porti i canoni antichi che un sacerdote non vergine non dovrebbe più dire messa e se ce casca non deve dirla più se sparano!
            Però quando serve sto mondo è na chiavica no?
            Come fai a parlare di diritto con loro, che poi a peggior ragione reputano ciò meo diritto ecclesiastico, cambiamo tutto bla bla da secoli, mica da mmo…
            La Potenza e la Grazia di DIO e la confusione che Lui infonde nel principato disunito di questo mondo ci fa largo. Vabbè, je rendo conto che se io fossi stato un gerarca di alta levatura, mi sarei suicidato davanti tutto sto schifo ed intrallazzamento sia da una parte che dall’altra probabilmente, o forse nell’avere uno stomaco forte sarei stato un venduto od un tiretellà qualunque, però chissà quanto bene nel male che mi pare io di questi non riconosco…
            Quindi a me non è che interessi molto aver ragione che non sono questioni risolvibili né utili fra l’altro ( forse solo per rammentare che il dietrologismo il più fine si voglia di solito è preordinato da Satana ), ma fatte scrive che sei uno dei pochi di cui mi fido pur non sapendo chi sei.

            • Ad ogni modo come riformulando Flaiano:

              « la situazione è tragicamente seria ma non grave »

              Non è grave perché DIO è DIO, il salmo 2 basta ed avanza. E’ tragicamente seria perché qua il prezzo è salato e la confusione quasi totale.
              La santa Chiesa ad ogni modo non va difesa, và testimoniata, DIO non ha bisogno di difese. Si traduce « o piccolo gregge » quel che stava a significare « Μὴ φοβοῦ τὸ μικρὸν ποίμνιον » ossia : non aver paura per il piccolo gregge.
              E chiunque non sia ingenuo comprende bene perché da sé stesso, dunque è meglio rendere il tutto come un’esortazione consolatoria.

              Se abbandonare la logica ed i fatti, ed in più constatare le rimodulazioni secolo per secolo non tutte utili ed alcune distorcenti del Deposito nella sua integralità, deve però portare a divisione meglio tacersi. Io non ho la tua capacità né espositiva né di sintesi ad ampio raggio, che è un dono dello Spirito oltre che dl tuo lavoro.
              Certo che bisogna studiare ed approfondire, certo che il contadino fiducioso che fa il suo dovere di stato è da ammirare e non su questo si basa la differenza.
              Ma la maggior parte degli studiosi poi diventano ideologhi e i grandi bestemmiatori li hai fra il popolino. I riti esoteristici li hai fra gli aristocratici, l’andare dal fattuchiere o dall’astrologo dal popolino, non è cambiato molto.
              Ed allora la confusione attuale scambia giust’appunto gli ordini di gravità, per ricollegarmi alla frase che ho rimodulato ed al senso del tuo discorso, ed è triste come ci si incespichi in tutto questo…non si fa che seguire la propaganda stessa nel momento stesso in cui si vuol difendere o riscoprire la Fede, a seconda del campo occupato. Dovrei ( in generale intendo ) stare zitto?

              Ma come d’altronde come diceva Poemen: « Giovanni Nano pregò DIO di librarlo da ogni inquietudine e sollecitudine e dopo vario tempo così avvenne. Recandosi da un anziano glielo comunicò, ossia che era giunto alla quiete e che non aveva più passioni con cui lottare. Gli rispose allora questo di pregare DIO affinché ritornasse la lotta per contrarre la situazione di umiltà precedente perché solo nella lotta si progredisce e si è uniti realmente al Signore. Giovanni Nano così fece e quanto giungevano tentazioni e combattimenti pregava solo di avere la Forza e la pazienza di sostenerli »

  3. Non ho capito un gran che di tutte le dotte disquisizioni di lana caprina che he letto sopra: quello che io so è che un sacerdote validamente ordinata può assolvere i peccati e « trasformare » il pane ed il vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo.

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