Metafisica per la Meccanica Quantistica: Perché il Collasso non è un Evento Magico, ma Logico

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La frattura concettuale tra la fisica contemporanea e la metafisica tradizionale è spesso presentata come definitiva, insanabile, filosoficamente sterile. Da un lato, il linguaggio rigoroso della misura e della probabilità; dall’altro, categorie ritenute superate come forma, atto e potenza. Eppure esistono momenti — rari, ma decisivi — in cui le scoperte più destabilizzanti della scienza non richiedono una nuova metafisica, ma esigono il ritorno a quelle che abbiamo troppo in fretta accantonato.

Questo studio nasce precisamente in uno di questi momenti.

Il collasso della funzione d’onda quantistica — la cui realtà è confermata sperimentalmente ma il cui significato ontologico resta opaco — ci invita a interrogare l’architettura stessa dell’essere. Quando una parte di un sistema entangled riflette istantaneamente una misura effettuata sull’altra, a prescindere dalla distanza, le fondamenta del realismo geometrico si sgretolano. Lo spazio, in tali condizioni, non sembra separare. Il tempo, nel senso classico, non sembra ordinare. L’universo, così come emerge da questi paradossi, non è una catena ordinata di cause locali, ma qualcosa di più enigmatico: una simultaneità di disposizioni, che si attualizzano non per imposizione, ma per coerenza interna.

Non è la fisica a fallire. È il quadro interpretativo che forse risulta metafisicamente impoverito.

Nel mio recente lavoro — disponibile integralmente su Zenodo — propongo di affrontare questi nodi attraverso la duplice lente di Aristotele e Tommaso d’Aquino, le cui dottrine dell’atto e della potenza, della forma e della materia, restano insuperate per rendere intelligibile il passaggio dal possibile all’attuale. Ma non basta reintrodurre categorie abbandonate: occorre interrogare la logica stessa che le sorregge.

La metafisica tomista classica opera spesso secondo la struttura del sillogismo Barbara — una forma deduttiva gerarchica e transitiva: Tutti i B sono A; tutti i C sono B; dunque tutti i C sono A. Questo modello è solido in contesti di causalità ordinata, come il moto celeste o la causalità sacramentale. Ma si rivela insufficiente in un mondo in cui l’attualizzazione avviene senza catena di trasmissione — dove le correlazioni appaiono simultanee, dove gli accidenti non si aggiungono semplicemente alla sostanza, ma sembrano emergere dalle condizioni stesse dell’osservazione.

Serve allora non un rifiuto della logica, ma una sua rieducazione ontologica. Il sillogismo antico noto come DaraptiTutti gli A sono C; tutti i B sono C; dunque alcuni A sono B — fornisce una logica della partecipazione anziché della derivazione. Permette a due ordini distinti (ad esempio, interazioni di misura e potenzialità quantistiche) di co-implicarsi in un terzo (il campo formale strutturato), senza che uno debba procedere causalmente dall’altro. Non si tratta di un artificio: è forse l’unico modo per rendere conto del collasso come co-attualizzazione — una risonanza tra sistema e contesto, non governata dal tempo lineare, bensì dalla disponibilità formale.

Questa riconfigurazione logica conduce naturalmente a un’innovazione ontologica — o meglio, a un recupero. Tra la materia indeterminata (materia prima) e la corporeità individuata (materia signata quantitate), propongo una categoria dimenticata: materia sub forma non signata — materia già informata dalla forma sostanziale, ma non ancora localizzata, quantificata o attualizzata negli accidenti. Nel linguaggio tomista, essa esiste in actu quanto all’essenza, ma resta in potentia rispetto alle sue determinazioni accidentali.

Questa è esattamente la condizione di un sistema quantistico prima della misura. La funzione d’onda non è una finzione né un velo dell’ignoranza: è un campo di potenze strutturate, in attesa di attualizzazione accidentale. Il collasso, dunque, non è altro che il passaggio dalla potenza all’atto — non nell’ordine della sostanza, già determinata, ma in quello degli accidenti, che articolano il modo dell’apparire dell’essere.

C’è chi potrebbe obiettare che un tale linguaggio metafisico non fa che rivestire d’antico ciò che resta un enigma irrisolto. Ma la proposta non è una fuga dal dato empirico: è il suo radicamento in un’ontologia abbastanza ampia da contenerlo. Ridurre l’attualizzazione metafisica a una mera interpretazione statistica — sia nella versione copenaghese, sia in quella decoerente o multiversale — non spiega l’ordine dell’essere né la intelligibilità delle sue transizioni. Rimanda semplicemente la questione. E nessuna conferma sperimentale, per quanto precisa, può colmare il vuoto di significato.

Al contrario, una metafisica che considera gli accidenti come reali ma non sostanziali, attualizzati attraverso partecipazione strutturale piuttosto che per imposizione esterna, ci consente di descrivere il collasso in termini coerenti sia con i dati empirici sia con i princìpi classici dell’intelligibilità. Nessuna magia, nessuna soggettività: solo forma che si articola in potenza, secondo contesto.

Le implicazioni travalicano il piano fisico. In chiave teologica, tale modello apre a una dottrina non interventista dell’azione divina: Dio non agisce imponendo dall’esterno, ma costituendo dall’interno. La causalità divina non viene negata, ma reinterpretata come principio formale pre-ordinante, non come comando estrinseco.

In questa luce, il tanto discusso “osservatore” quantistico cessa di essere una coscienza privilegiata o un artefice del collasso: è qualunque contesto capace di soddisfare le condizioni formali per l’attualizzazione accidentale. Non occorre soggettività, né proliferazione di mondi. Solo la logica della forma che incontra la forma.

È questo, in ultima analisi, il cuore della tesi. Non si tratta di risolvere tutti i paradossi, né di sostituire la fisica con la metafisica, ma di proporre che la possibilità stessa di intendere i fenomeni quantistici dipenda dal recupero di un lessico dell’essere che abbiamo dimenticato. La logica, l’ontologia e la teologia non sono orpelli della scienza: sono ciò che le permette di avere significato.

Se queste idee risuonano — o se disturbano — vi invito a leggere la versione integrale, disponibile gratuitamente in preprint:

👉 Leggi l’articolo completo su Zenodo

Titolo: Metaphysics For Quantum Mechanics

Perché talvolta, il passo più audace verso il futuro è un ritorno a ciò che avevamo dimenticato.

In Pace



Categories: Filosofia, teologia e apologetica

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15 replies

  1. Spettacolo! Devo capire meglio questa idea della materia sub forma non signata, in quanto in termini quantistici la fanno « collassare » l’altra materia una volta misurata, ma per quanto riguarda la materia che noi « misuriamo » con noi stessi è il nostro « sguardo » a farla collassare a tuo avviso? O meglio, è il nostro esserci? Il nostro cogliere l’altro? Mi sembra si ritorni al « che rumore fa un albero che cade che non viene sentito da nessuno? », o sbaglio?
    Grazie ancora, complimenti per questi articoli!

  2. Il “collasso” della funzione d’onda, letto attraverso la metafisica tomista, non è legato all’“osservazione” in senso psicologico o soggettivo (come a volte si dice in modo impreciso), ma piuttosto all’atto di misura, inteso come un’interazione reale e formale che porta una potenza determinata (ma non ancora “accidentata”) a manifestarsi secondo una configurazione attuale concreta.

    Ecco perché la materia sub forma non signata — come cerco di definirla nel testo — è già formata secondo la sua essenza, ma non ancora determinata nelle sue proprietà spaziali o temporali. In termini tomisti, ha ricevuto la forma sostanziale ma non ancora gli accidenti. È, in un certo senso, “pronta per accadere”.

    La misura, allora, non è un atto dello sguardo interiore o dell’intenzionalità cosciente, ma una relazione concreta in cui una forma potenziale incontra le condizioni strutturali che le permettono di esprimersi in atto. Non è tanto il nostro “sguardo” a far collassare, ma il nostro esserci in relazione — direi meglio: il nostro partecipare a una configurazione ontologica comune.

    Il paragone con l’albero che cade nella foresta e “non viene sentito” è più che azzeccato… ma con una sfumatura importante: non è l’atto del sentire psicologico che fa accadere il suono, ma è il contesto relazionale (inclusa la misura, cioè la possibilità strutturata dell’evento) a determinare se e come quel suono può esprimersi. Nel mondo quantistico, come in quello metafisico, l’essere non si dà mai da solo, ma sempre in un ordine formale di attuazione.

    In breve: non è “il nostro sguardo” che crea la realtà — e nemmeno un “io penso dunque sei” aggiornato in chiave quantistica — ma è il fatto che la realtà è ordinata alla misura (come atto accidentale) che permette alla potenza di diventare visibile, concreta, accaduta. In questo senso, sì: la misura è un’epifania del possibile, non un’imposizione dall’esterno.
    In Pace

  3. Non mi sono dimenticato di rispondere esponendo le mie tesi sul matrimonio di Maria e sull’incarnazione: ci sto lavorando un po’ lentamente per motivi di salute e per di cercare di essere il più chiaro possibile.
    Nel frattempo vorrei affermare che il concetto di « materia sub forma non signata » e della « dottrina non interventista dell’azione divina », risponde appieno al mio pensiero sull’Incarnazione: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”.

    • Se gli albari cadendo nella foresta non fossero sentiti dal terreno e dall’aria circostanza oltre a vibrar nel vicino ruscello, avrebbe un senso, come avrebbe senso scrivere che il collasso modale nell’ontica di Godel può accadere solo se essere è esistere.
      Una sostanza non localizzata e temporalizzata « è » sostanza inaccidentata ed inoccasionata ma non perché rifugiata nell’essenza. Se fosse, neanche sarebbe una sostanza sinolica il che comporta una formalità non materica a contrario che risolverebbe l’ilemorfismo universale di certo, ma spiegando ed abolendo la fantomatica « materia spiritualis ».

      E se si usa la dicotomia comando estrinseco succedaneo vs intrinseca costituzione suscitata, non si fa un bel servizio a Colui che è fuori e dentro né fuori né dentro ed Oltre ed Altro tali facezie, se non si voglia attendere la fusione degli elementi per vederlo con i propri occhi.
      E si cessa di parlare delle Persone per l’Unico Uno. Mi pare…

      • Non ho capito nulla della tua risposta!!!

        • Grazie anzitutto per la tua presenza e per la delicatezza con cui hai introdotto un tema teologicamente decisivo come quello dell’Incarnazione, collegandolo alla nozione di *materia sub forma non signata* e all’idea di un’agire divino non interventista.

          Mi sembra che tu stia toccando, con grande finezza, quel punto in cui la realtà del creato diventa **ospitalità ontologica** per la grazia: quando “venne la pienezza del tempo”, non fu un’irruzione violenta, ma un compimento, un’apertura dall’interno della creazione stessa. In questo senso, l’Incarnazione non è magia, ma *logica profonda dell’essere*, una logica che si lascia cogliere solo se si pensa la materia non come inerte, ma come *disponibilità strutturale alla forma*.

          In mezzo a questo scambio, ecco giungere — come spesso accade — la voce enigmatica e provocatoria di Daouda. Lo so, lo sappiamo: non sempre si capisce al primo colpo. Ma proprio per questo, forse, vale la pena *fermarci un momento e ascoltare*.

          Dietro la sua immagine dell’albero che cade nella foresta (e che “vibra” anche se nessuno lo ascolta), io leggo un invito a non ridurre l’evento quantistico — e a maggior ragione l’evento cristologico — a qualcosa che dipende dalla coscienza umana. La realtà, dice Daouda, **è già in risonanza con se stessa**, anche senza un testimone: l’essere è relazione, non proiezione.

          E poi c’è quella sua insistenza sull’*ilemorfismo universale*, cioè sull’idea che tutto ciò che è — anche lo spirituale — abbia una struttura forma/materia. Daouda ci mette in guardia contro il rischio di pensare lo spirito come qualcosa di completamente disincarnato, una sorta di “materia spiritualis” che sfugge ad ogni articolazione formale. Io non condivido questa espressione *in toto*, ma riconosco in essa un’intuizione importante: **anche lo spirituale deve avere una struttura**, se vogliamo che resti intelligibile.

          Infine, e qui mi sento di aggiungere qualcosa dal mio punto di vista: è vero che Dio è *fuori e dentro*, è vero che *trascende* ogni dualismo. Ma è proprio per questo che dobbiamo fare attenzione a non dissolvere la distinzione tra **azione divina come comando** e **azione divina come suscitazione**. Nel mio lavoro, tendo a privilegiare la seconda — quella che fa fiorire dal basso l’ordine nascosto, come in un collasso quantistico che *non è un taglio violento*, ma l’attuarsi armonico di una potenzialità.

          È questa — secondo me — la bellezza della logica aristotelica riletta in chiave quantistica: mostra che il reale non è determinato da una causa meccanica esterna, ma da una *struttura interna di mediazione*, quella del **termine medio** che collega, orienta, ordina.

          Così anche l’Incarnazione non è *imposizione* ma *compimento*: non è un miracolo nel senso volgare del termine, ma una logica, una forma, un atto perfetto dell’essere nella sua struttura più profonda.

          Ringrazio davvero entrambi e, come sempre, invito chi legge a non lasciarsi spaventare dalle formulazioni più ostiche nei link propsoti più sopra, ma a vedere in esse un’occasione per esercitare proprio quella forma di pensiero meditativo che, oggi più che mai, può restituirci un accesso meno superficiale al reale.

          In Pace

          • Beh. Un’ospitlità ontica è un’allichilazione squarciante altrimenti attoniti non saremmo mai DIO, nell’epykstasis gregoriana, per grazia alla Eckhart.
            Solo che se volete continuare a parlare del Theos in quanto Holos e poi fate l’eloggi a la madonna der Belli.
            Forse su internet per quanto lo stile sia deposto e detratto, magari ce sta de più. E’ comunque così. Lasciamo perde l’Essere e viviamo spiritualmente, e non sarebbe cogente se non lo sottolineassi intellettivamente, Hyle sta a Cratos come Logos sta a Sophia, dell’anonimo TuttoSanto Spirito lo sappia chi ci sia.

            • Raccogliendo il cuore del tuo intervento, mi pare che tu ci stia ricordando, con Gregorio di Nissa ed Eckhart alla mano, che Dio non entra nell’essere come un ospite mite, ma come un fuoco che consuma e trasfigura. L’epéktasis non è solo elevazione, è passaggio attraverso l’annichilimento. E questo, lo riconosco, è qualcosa che le mie categorie — ancora metafisiche, ancora logiche, ancora ordinate — a volte rischiano di sfiorare ma non toccare davvero.

              Ma permettimi anche una piccola difesa: quando parlo di ospitalità ontologica, non penso a una docilità passiva, né a una forma ridotta della presenza divina. Penso a una struttura dell’essere che è già, in se stessa, aperta alla trascendenza. Penso alla materia sub forma non signata come a un grembo formale dove l’atto puro può davvero entrare senza violenza, perché vi è già iscritto come fine.

              Quanto all’elogio della Vergine — e so bene che qui le sensibilità divergono — non si tratta per me di una devozione estetica o sentimentale, ma della contemplazione di una forma assoluta di accoglienza spirituale: Maria non è alternativa a Dio, ma è segno concreto che l’ordine creato in quanto Causa finalis nell’ordine del Creato, e, se puro, può diventare trasparenza perfetta allo Spirito.

              Infine, il tuo accenno alla coppia Hyle–Cratos e Logos–Sophia è intenso: chissà, forse davvero ogni articolazione ontologica — ogni potenza, forma, logos, sapienza — non può reggere se non è ricondotta all’anonimato dello Spirito, a quella dimensione che elude le definizioni, e che però tutto sostiene.

              Perciò sì, continuiamo pure a parlare dell’Essere se ogni parola filosofica, ogni forma logica, resta aperta — non chiusa — alla sorpresa dell’incontro.

              In Pace

            • Un Dio che non è Amore che si annichilisce per l’Amato non è il mio Dio: che poi l’Amato arda d’amore per Dio è un altro conto.

  4. No Lorenzo non si vuole scrivere di annichilazione ma ribadire che la troppa metafisica ontica distoglie dalla personalità della Trinità ed infondo da Maria santissima stessa che assurge a simbolo dell femminile che appartiene a DIO stesso ( yhwh è un termine anche femmineo che non ha bisogno di paredre per dire ).
    Essere DIO non è un problema, è la propria persona e le persone divine il nocciolo che ci separa da tutte le altre religioni naturali

  5. Fai come non avessi scritto ed approvo ed ho trovato giovamento dal tuo articolo.
    Ma l’umano è il solo a cui DIO infuse lo spirito e dopo divenne nefesh.
    Tralasciando che sono un ilemorfico universalista, e reputo il de ente ed essentia un’opera erronea ed ignorante nella sua coerente congruenza la prima cosa verso cui stare attenti è la negazione subdola della resurrezione ( la nostra ) e per necessità di cieli e terra nuovi ( per averla ) che ci riporta dritti dritti al problema riguardante il corpus, ch è la tricotomia soma-psiche-nous, rispetto alla cosiddetta « anima » che è e non saprei come poterla esprimere diversamente, la nostra coscienza attentiva ed intenzionale.
    La seconda è, a mio parere, indulgere nel reputare che quel che chiami suscitazione intrinseca come espressione dell’ordine armonico di DIO, la qual cosa è ugualmente indispensabile, rimane del tutto subordinata e del tutto accantonabile rispetto alla comprensione del Tutto come Trinitariamente personalista.
    Ed il problema risiede tutto qua. Non è l’Essere il problema, ma la fantomatica materia prima con cui io ho giust’appunto accostato il Logos e la Sophia, Il Paraclito e l’Energhia, il Cratos e l’Hyle.
    DIO conosce i singolari perché « vive » già in e di noi noi, a maggior ragione per come scrivi tu, ma per capirci utilizzo tale provocazione esagerativa per spiegare la conoscenza dei singolari altrimenti dovresti vietare.
    Inoltre non meravigliandomi del perché Maria Santissima sia stata l’incentivo e l’esemplarità per avere un kosmo che a DIO non aggiunge nulla ( agli gnostici si invece, perché pur se illusorio inerisce la tuttità delle possibilità perfette del non duale ). Hai Maria? Non puoi che avere il Padre ed il Figlio ed il Santo Spirito per l’umano, ergo maschilismo e femminismo mi rimbalzano addosso come tutte le apologetiche fittizzie che ci siam portati dietro ed anch’esse un pochino ci han portato allo squilibrio inquieto attuale magari per reazione.
    D’altronde lei che è la sola Vergine Vestale, è ben più virile di qualsiasi umano possa impegnarsi ad essere ( come giust’appunto Yhwh ha in sé anche una formulazione femminile ) e mi pare sia stata la sola a cui il cuore fu trafitto assieme al Cristo, e la sola a cui Egli obbedì ormai al di fuori delle responsabilità di stato, qui in terra a Cana di Galilea, guardacaso inizio della sua sequela vittoriosa a cui ci rimettiamo.
    Un saluto.
    p.s. non sono corredentorista né duomediatorista.

    • « materia sub forma non signata come a un grembo formale dove l’atto puro può davvero entrare senza violenza, perché vi è già iscritto come fine »
      Anche come inizio ed esagerando creazione continua. Il che inoltre però non rende de Chardin così stronzo, ci devi stare.
      Sappiamo poi che il finalismo è sia in principio che in termine essendo di per sé accompagnatore nel cammino e la sequela di ogni realtà congiunturale.
      « L’epéktasis non è solo elevazione, è passaggio attraverso l’annichilimento »
      rimoduliamo infondo. Il giubilo e la goduria senza resa sono sia completi che no, ed il discorso ineresce noi come spiriti non le 3 Persone in sé.
      Essere DIO non è un problema, ma io lo sarò come tutti i beati in quanto me, e non avrò nient’altro da fare che dire grazie e stare bene visto che la « stabilità » sarà solo nelle 3 Persone che…infondo…contemplano noi…mentre ci hanno rotto le palle con l’esigenza di contemplare DIO, invece di interrelazionarsi con le persone divine.
      Conoscere DIO è una stronzata, conoscere è inferiore ad esserLo. Le 3 Persone mi riconosceranno a me ed a te ed a noi, se ci si lavora e ci si affidi, e tanto basta. Basterebbe leggerlo il Vangelo e prenderlo un po’ più sul serio.
      Ma d’altronde nonostante Boezio sia un esempio di uomo che non fu più ammissibile nella degenerazione feudale, la sua definizione di Persona di per sé è anti-trinitaria giacché giust’appunto non si è Persona se non in relazionalità, ed il mondo esiste non per eccedenza o per completezza della perfezione possibilizzata, ma in via della relazione in DIO stesso.

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