
Un invito a ritornare, con passo lento e sguardo lucido, sulla soglia delle grandi domande cosmologiche
Vi sono momenti, nella lenta e talvolta impercettibile evoluzione del pensiero scientifico, in cui anche le teorie più salde e funzionali, pur continuando ad assicurare una notevole potenza predittiva e una rassicurante aderenza ai dati, iniziano tuttavia a mostrare, sotto la superficie compatta della loro costruzione, i segni discreti ma inconfondibili di una tensione crescente tra la forza esplicativa che le aveva animate e l’onere ontologico che esse progressivamente si trovano a sostenere; e così accade oggi per il modello ΛCDM, che continua a dominare la cosmologia contemporanea grazie alla sua versatilità descrittiva, ma al prezzo di una moltiplicazione di elementi teorici mai osservati direttamente — materia ed energia oscura, campi inflatonici, fluttuazioni del vuoto dai valori sproporzionati — i quali, pur servendo a mantenere in equilibrio il sistema, rischiano di compromettere quella sobrietà concettuale che fu, un tempo, l’anima stessa della relatività einsteiniana.
È in tale contesto che il nome di Einstein–Cartan, da tempo quasi dimenticato nei manuali più diffusi, torna a farsi udire, non come alternativa provocatoria o marginale, né come un tentativo tardivo di salvare l’insalvabile, bensì come proposta di ritorno alla struttura stessa dello spaziotempo, rivisitata in profondità e non semplicemente ritoccata nei bordi, una proposta che non pretende di rovesciare l’impianto della relatività generale, ma di prolungarne con coerenza l’intuizione, laddove si riconosce che la materia reale non è fatta solo di massa e energia, ma anche di spin — e che lo spin, come la massa curva lo spazio, lo torce.
Chi desidera comprendere la portata di tale svolta non solo sul piano fisico, ma anche nella sua valenza epistemologica più ampia, potrà trovare nel recente studio [Cantale-Miège 2025] una ricostruzione ragionata, che non si limita a presentare la teoria EC come variante formale di un’equazione, ma ne esplora il potenziale attraverso una lente filosofica che ne mette in luce la natura di programma di ricerca progressivo, nel senso più alto che si possa attribuire a tale espressione.
Una torsione dimenticata, un filo che ricuce
Nel formalismo canonico della relatività, la connessione che regola il trasporto parallelo è simmetrica: ciò significa che lo spazio può incurvarsi, ma non torcersi, e che le figure geometriche elementari, tracciate con infinitesimali, chiudono sempre su sé stesse. Questa scelta, accettabile finché si pensa la materia come fluido continuo, perde tuttavia fondamento non appena si riconosce che la materia elementare, nella sua realtà quantistica, possiede uno spin intrinseco che non si lascia ridurre a semplice moto orbitale, ma chiede una rappresentazione geometrica all’altezza della sua natura.
Già negli anni Venti del secolo scorso, Élie Cartan aveva intuito questa esigenza, introducendo la torsione come elemento geometrico complementare alla curvatura; ma fu solo a partire dagli anni Sessanta che, con Sciama, Kibble e poi Hehl, quella intuizione si trasformò in una teoria gravitazionale compiuta, nella quale lo spin genera torsione così come la massa genera curvatura. In tal modo, la materia non solo piega lo spazio, ma lo avvita, e lo fa in modo organico, senza che vi sia bisogno di forzature esterne.
Un rimbalzo cosmico al posto della singolarità
Se la relatività generale conduce inevitabilmente a scenari di singolarità — tanto al principio dell’universo quanto nel cuore dei buchi neri — la teoria Einstein–Cartan, invece, mostra che la torsione, in condizioni di densità estrema, agisce come forza repulsiva, capace di arrestare il collasso gravitazionale prima che la coerenza fisica si dissolva nell’assurdo matematico. Ne risulta una dinamica nuova, in cui l’universo non emerge da un nulla instabile, ma da un rimbalzo ordinato e strutturato, una fase di contrazione seguita da una ripresa espansiva.
Nikodem Popławski ha articolato questa visione con rigore crescente, mostrando come, in certi modelli EC, il nostro universo possa avere avuto origine all’interno di un buco nero appartenente a un universo preesistente. Obukhov e Shapiro, con modelli a fluido di Weyssenhoff, confermano che la torsione può regolarizzare la geometria del collasso. E persino i modelli quantistici di Bojowald, pur fondati su presupposti diversi, convergono verso la medesima intuizione: che ciò che chiamiamo “inizio” potrebbe essere un passaggio, non una rottura.
Oltre le entità oscure, verso una struttura più sobria
Nel momento in cui il paradigma ΛCDM diventa sempre più gravoso di ipotesi ad hoc, la proposta EC si distingue per un atteggiamento opposto: non introduce nuovi enti, ma attribuisce nuove funzioni a ciò che già esiste — lo spin, la torsione, la struttura affina dello spazio. Invece di moltiplicare entità, EC riscrive l’equazione stessa dell’universo con meno ingredienti, ma più profondamente intrecciati.
Una tale prospettiva non chiede adesione immediata, ma suscita quella forma rara di attenzione che nasce quando la semplicità si rivela essere l’effetto della profondità, e non della rinuncia.
Una chiamata filosofica
Il cuore di questa proposta, come emerge chiaramente dallo studio completo, non è tecnico ma filosofico. In assenza di discriminazioni empiriche decisive, la scelta fra teorie non può che rifarsi a virtù epistemiche — coerenza, eleganza, falsificabilità, parsimonia — che fungono da bussole, non da gabbie. E qui, la filosofia non è un’aggiunta posticcia, ma una parte essenziale del lavoro scientifico: illumina, chiarifica, distingue, senza pretendere di decidere in anticipo.
Chi desidera seguire queste riflessioni in tutta la loro ampiezza — confrontando i modelli, valutando le virtù epistemiche, misurando il grado di unificazione concettuale possibile — potrà trovare nell’articolo pubblicato su Zenodo una trattazione argomentata e corredata di apparati scientifici:
->Leggi l’articolo completo
Se invece si preferisce esplorare l’aspetto più letterario e meditativo di questa proposta, in dialogo con una visione più ampia della conoscenza scientifica come esercizio di discernimento e di sguardo, può essere utile sostare presso il mio blog di riflessione epistemologica:
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Perché, come sempre, non è solo questione di nuove risposte, ma di nuove domande — e di come si sceglie di ascoltarle.
Categories: Filosofia, teologia e apologetica, Simon de Cyrène

Quando leggo che “il nostro universo possa avere avuto origine all’interno di un buco nero appartenente a UN UNIVERSO PREESISTENTE”, mi sembra di risentire, ovviamente con parole adattate alle conoscenze scientifiche del nostro tempo, la storiella che il mondo poggia sul guscio di una tartaruga che poggia sul guscio di un’altra tartaruga, che poggia sul guscio di un’altra tartaruga….
La tua osservazione è brillante e colpisce nel segno. In effetti, molte ipotesi cosmologiche contemporanee – compresa quella dell’universo generato in un buco nero di un altro universo – pur proponendo modelli affascinanti, spostano semplicemente la domanda dell’origine, anziché risolverla.
Come giustamente fai notare, si rischia di cadere nella trappola di una regressione infinita: ogni universo generato da un altro, all’infinito… È come dire: “è tutto causato da qualcos’altro”, senza mai arrivare a una causa prima. E così, alla fine, ci si trova con un problema mascherato da soluzione.
La filosofia classica (e anche una sana teologia) ha sempre ritenuto che per spiegare davvero il perché di tutto, occorra un principio non causato, che non riceve l’essere da altro: un atto puro, direbbe Aristotele; o, per la fede, un Creatore che dona l’essere per amore, e non per necessità.
Quindi sì: se l’universo è nato da un buco nero, la domanda resta intatta… chi ha fatto il buco nero? E da dove viene quell’universo precedente? Le tartarughe, da qualche parte, devono pur finire.
In Pace