TICenter – potete vedere quel che vedono i miei occhi?

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Sono le tre del mattino. Mi sono svegliato circa un’ora fa e ho capito che non c’è più verso di tornare a dormire. Tanto vale mangiare qualcosa di salutare e dedicarmi a cose più utili. Ho tagliato una mela a pezzettini, l’ho ricoperta di yogurt e ho condito il tutto con cereali di varia forma e natura. Adesso sto mangiando lentamente questa prelibatezza mattutina mentre scrivo al computer. A tratti, contemplo le infinite forme e colori che si creano nella ciotola mentre col cucchiaino pesco qui e lì i pezzetti di mela e i cereali (naturalmente, facendo sì che ogni cucchiaiata abbia le debite proporzioni di entrambi).

Anche se scrivessi un intero libro su questa ciotola e su quello che c’è dentro non riuscirei mai ad esaurire le immagini che si susseguono dinanzi ai miei occhi. Nessun libro, per quanto lungo e dettagliato, potrà mai trasferire quelle immagini a voi. Una fotografia ben fatta potrebbe forse rendere giustizia a uno degli attimi della mia visione. Di certo anche voi avrete mangiato yogurt qualche volta, magari anche con i cereali e le mele. Quantomeno li avrete visti e sapete di cosa sto parlando. Nelle vostre menti, leggendo le mie righe, si staranno susseguendo immagini simili a quelle che vedono i miei occhi, quindi mi capite. Eppure, non potrete mai vedere quello che sto vendendo io.

Il mondo di oggi è così complesso e assordante che a volte ci sfuggono le cose più ovvie mentre altre estremamente complesse ci appaiono scontate. Molti di voi non avranno difficoltà alcuna ad utilizzare ed inquadrare mentalmente i concetti di buco nero o di computer, anche se probabilmente non riuscireste ad offrirne una definizione appropriata. Anche se non siete esperti del settore, la semantica che vi circonda nell’epoca della comunicazione globale rende quei concetti trasparenti alla vostra intelligenza. Altre cose invece che dovrebbero essere molto più alla portata risultano oscure e difficili da visualizzare.

Il mondo lento e silenzioso degli antichi aveva dei vantaggi. E a volte ci serve qualche notte insonne, qualche isola tropicale o qualche fattoria lontana dalle metropoli per riprendere contatto con alcune verità quotidiane che ci toccano da vicino. Una di queste verità è che nella nostra esistenza ci sono due ordini di conoscenza. La prima è la conoscenza sensibile, quella che passa dai nostri sensi esterni: il tatto, l’udito, la vista, l’olfatto e il gusto. L’altra è la conoscenza intellettuale che abbiamo delle cose quando le pensiamo e ne parliamo: cioè, quando le conosciamo come esseri intelligenti.

Su questi ordini di conoscenza si dovrebbero dire e spiegare tante cose ma c’è un modo molto interessante e intuitivo per capirne la differenza essenziale: concentrarsi sul mio yogurt con mele e cereali. La conoscenza sensibile è quella che, come tale, non si può trasmettere agli altri.

Rifletteteci. Adesso ho finito i cereali, ho messo la ciotola in cucina tra le cose sporche e mi sono appena sfregato le mani mentre pensavo alla prossima frase da scrivere. Sì, proprio questa. Non la più interessante chiaramente. Dagli occhi sono passato alle mani e alle orecchie. Come faccio a farvi sperimentare quello che le mie mani sperimentano al tatto o a farvi sentire il silenzio di questa notte insonne spezzato solamente dal rumore dei tasti del computer? Come con la fotografia, potrei provare a riprodurre lo stesso suono, o a farvi venire accanto a me per mettere la vostra mano su ciò che stavo toccando e farvi porgere l’orecchio al rumore della mia tastiera. Ammesso e non concesso che siate abbastanza vicini per farlo, la verità è che non tocchereste o ascoltereste mai sul serio quello che stavo toccando o ascoltando io. Sperimentereste qualcosa di simile, certo, e sempre che il vostro corpo sia disposto allo stesso modo verso quelle cose, perché se aveste la febbre o il raffreddore o un difetto uditivo, o se la cosa nel frattempo avesse cambiato la sua consistenza o il rumore che produceva, allora non potreste neppure per similitudine dire che stavate toccando o ascoltando quello che toccavo o ascoltavo io.

Se non avessimo la mente costantemente frastornata dai rumori e dalla frenesia della società di oggi, pur con i suoi innumerevoli vantaggi, capiremmo al volo che la conoscenza sensibile è un contatto. La mia mano conosce quando tocca e non conosce più se smette di toccare. L’unico modo per farvi toccare quello che tocco io sarebbe condividere per magia la mia mano con voi. La conoscenza della mia mano implica una simultanea presenza ad essa della cosa toccata. Allo stesso modo, il mio orecchio sente quando ascolta, e il mio naso avverte un odore quando lo sta odorando. Senza queste presenze o contatti simultanei io, al livello sensibile, non conosco nulla. Certo, posso poi ricordarmi di quello che stavo toccando, odorando o ascoltando, ma il ricordo non è più la conoscenza delle mie mani, del mio naso o delle mie orecchie. Il ricordo è un passo successivo, un’altra esperienza interiore che dipende da altre facoltà.

L’atto di conoscenza dei miei sensi esterni in quanto tale non è trasmissibile per il semplice motivo che è particolare e che implica una simultanea presenza nella mia mano, nel mio orecchio o nei miei occhi di un’oggetto particolare. La conoscenza sensibile, proprio perché dipende dal contatto, è limitata da me e dal mio qui e ora. Per un motivo simile, anche le immagini che poi ricorderò e con cui giocherò nella mia immaginazione non sono trasmissibili come tali perché sono anch’esse legate a quella particolare cosa che stavo toccando, odorando, guardando, ecc. Se vi parlo del mio cane voi penserete e riprenderete nella vostra memoria le immagini di cani con cui siete venuti a contatto voi nelle vostre vite.

La conoscenza intellettuale invece è quella che io propriamente vi trasmetto quando parlo di quello che tocca la mia mano o assapora il mio palato. Posso dirvi per esempio che in questo momento sto toccando qualcosa di morbido, e in qualche modo soffice, che è il mio dito. Ve lo posso raccontare e voi mi capirete. Perché? Perché la mia conoscenza intellettuale, che è veicolata dal linguaggio, e che veicola concetti come “mano”, “dita” o “soffice”, è astratta e ha un oggetto che non è particolare ma universale. Quando scrivo “soffice”, questo termine non indica solamente quello che la mia mano stava sperimentando in un particolare momento, ma indica in generale il concetto di quel che tutte le mani in condizioni simili sperimentano. È per questo che potete capirmi quando vi parlo delle mie esperienze sensibili di questa notte insonne. Vi trasmetto col linguaggio concetti astratti e universali che si riferiscono a cose particolari che anche voi avete sperimentato più o meno come le ho sperimentate io. Ma mentre il concetto può essere lo stesso per tutti, le immagini ed esperienze sensibili sono per definizione diverse: analoghe ma diverse. Io ho le mie e voi le vostre.

Rispetto alla conoscenza sensibile, che è schiava del contatto con le cose, la conoscenza intellettuale apre una dimensione interamente nuova che astrae dal particolare, diventa universale e in questo suo nuovo modo di esistere è passibile di essere trasferita da mio al vostro intelletto.

Quanto possono essere interessanti le notti insonni. Da oggi, sia io che voi guarderemo con occhi diversi le ciotole di yogurt e di cereali.

Fulvio di Blasi

Articolo originale in inglese sul sito del TICenter

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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14 replies

  1. Molto interessante.

    Anche “Notti insonni” di Herman Esse esprime lo stesso concetto:

    (non so che blog sia, non mi assumo resposabilità)

    http://blog.libero.it/budmoon/3934619.html

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  2. La conoscenza sensibile e suo figlio, il dato sperimentale, sono per natura apodittici, unici e irripetibili: non c’è nessuna altra autorità che il fatto stesso di apparire che ne testimonia la realtà.

    Non c’è verso di dichiararli impossibili e, al contempo, non c’è verso di compartirli.

    In Pace

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    • Per chi fosse tentato da uno scetticismo radicale in seguito a queste osservazioni di buon senso, vorrei sottolineare che, però, la struttura logica del reale, cioè il modo con il quale tutte queste esperienze sensibili si relazionano tra di loro è compartibile e coerente, come lo si può verificare facilmente.

      In parole povere se non è sicuro che la sensazione di quel che chiamiamo “giallo” sia per me il giallo di Pietro ma piuttosto le sensazioni che lui prova quando io osservo il verde e che la sensazione che io ho nel vedere e gustare un’arancia non sia quella che Pietro ha vedendo e gustando un’arancia ma quello che io provo vedendo e gustando una mela, la relazione tra “giallo” e “arancia” è però la stessa nei due casi indipendentemente dalle sensazioni provate , è conoscibile ed è compartibile e su questo si può costruire induttivamente una conoscenza certa.

      In Pace

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  3. Articolo molto interessante, che abbiamo trattato anche noi in più di un’occasione. La radice humiana del problema viene qui a galla, ma non bisogna aver paura dell’esperienza, delle cose, anzi. Le notti insonni portano sempre ad esperienze di un certo tipo, e potrei affermare con certezza che nelle notti insonni Dio vuole fare due chiacchiere con noi. Hume è ancora più radicale di te, caro Fulvio, quando dice che anche quel che noi chiamiamo “universali” o “idee astratte” altro non sono se non “percezioni” o “impressioni” derivate da tutto ciò che tocchiamo, vediamo e sentiamo. Approfondire i sensi che il Signore ci ha dato è un’attività che va coltivata. Non di sola anima siam fatti. E l’equilibrio di questa col corpo porta ad ottimi risultati, se coltivato ogni giorno.

    Saluti

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  4. Ciao minstrel, capisco cosa intendi… io nelle mie notti insonni mi dedico al modellismo invece che allo yogurt con mele, ma le sensazioni sono simili a ciò che descrivi 🙂

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    • Magari l’avessi scritta io! Questo scritto è di Fulvio di Blasi, filosofo tomista amico di Croce-via. 🙂
      La comprova sta nel fatto che se mi svegliassi io alle 3 di notte temo mi ritroveresti a mangiare pasta aglio olio e peperoncino, non uno yogurt… ahahahah 😀
      Ma ti ringrazio per questo tuo commento, mi fa capire che forse è meglio creare un utente ad hoc per questi articoli della Thomas International Center 🙂

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  5. Personalmente non sono convinto che si possa parlare di “conoscenza sensibile”, mi troverei più a mio agio con l’affermazione: “conoscenza attraverso il sensibile”. Ritengo che la conoscenza avvenga, e sia, del tutto nella persona e si accompagni sempre, necessariamente, con la comprensione. Chi conosce il gusto dello yogurt, il sapore del sapere, son io non la mia lingua 🙂

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    • Capisco quel che vuoi dire: secondo me dipende da cosa chiamiamo conoscenza.
      Se un flusso di dati sensibili è trattato correttamente da un organismo per generare una reazione, questo vuol dire che questi dati sono stati integrati in un contesto e da lì sono diventati informazione.
      La coscienza di avere questa informazione è ad un altro livello: non è già più dell’ordine materiale.
      Gli animali “conoscono” il loro ambiente e sono capaci addirittura anche di forme di immaginazione sensibili che permettono loro di sviluppare certe specifiche strategie per ottenere , ad esempio, il cibo: anche se non ne sono “coscienti”
      In Pace

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      • Mi riferivo alla “conoscenza sensibile” di cui si parla nell’articolo riferendola alla mano.
        La mia mano quando tocca una superficie ruvida non compie atti di “conoscenza”, piuttosto direi che permette a me di conoscere la ruvidità.

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        • Ma la nozione di ruvidità è una conoscenza che necessita un capacità riflessiva, cioè spirituale: se invece il fatto di risentire qualcosa di ruvido nel senso di esperienza sgradevole ritirerai la mano ancor prima averci riflettuto, questa è un’esperienza cognitiva ma non riflessa, che permette at tuo corpo di reagire. È informazione reale che è paragonata dal tuo corpo con altra informazione simile nella propria memoria sensibile e che lo induce a certi tipi di reazione.
          Ma forse non ci siamo capiti.
          In Pace

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          • Per me la conoscenza della ruvidità è una cosa, i concetti che possiamo formare a partire dalla conoscenza essenziale della ruvidità è un’altra cosa. Io mi riferisco alla conoscenza essenziale della ruvidità. E’ pacifico che il mio corpo reagisca a delle condizioni ma per me è altrettanto pacifico che reagire non implica conoscenza (intesa come conoscenza essenziale), d’altronde il mio corpo “sa” meglio di me qual’è la temperatura esterna e si regola, tuttavia questo non è a mio avviso un “conoscere” ma un attuarsi di potenzialità che non richiedono facoltà cognitive altrimenti dovremmo dire che la tastiera che sto usando “sa” cosa stro scrivendo.

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