Vergogna E Ateismo

Viviamo in un mondo alla rovescia: non solo nel quadro della società civile ma anche in quello ecclesiastico.

Come questo è stato reso possibile? Vi proponiamo una pista di riflessione che è un poco come l’uovo di Colombo una volta messa in evidenza.

Lo abbiamo visto nei nostri varî articoli precedenti: lo Stato e adesso anche la Chiesa in quanto istituzione umana lasciano andare via tutto e nessuno si assume più la responsabilità di assicurarsi della felicità dei propri concittadini o dei propri fedeli.

Ognuno se la veda da solo con Dio, l’Unico che potrebbe giudicare, e chi sarebbe chicchessia per giudicare i comportamenti altrui? Lasciamo questo al foro interno, per sua natura imperscrutabile, di ciascuno: lasciamo ognuno, solo, di fronte a Dio e che se la sbrighi con Lui.

Questo individualismo forsennato non è di solo oggi, potremmo farlo risalire a Occam, o a Cartesio, o a Rousseau, o a Lutero e Calvino: ognuno faccia la propria scelta secondo dove si vuole porre il cursore.

Guardiamo un poco quel che succedeva ai tempi di Gesù nella Palestina dei Suoi tempi o ancora oggi nei paesi musulmani di stretta obbedienza: quando vi si commette adulterio, se scoperti, i due colpevoli sono condannati a morte a sassate impartite dalla loro comunità. La ragione profonda, teologica, è antropologica e politica nel senso proprio del termine, cioè concerne la “Polis”: i due colpevoli vivono in società fondate sulla fede in Dio e nei suoi precetti; perché condannarli a morte? In realtà la condanna a morte non è tanto dovuta a causa dell’adulterio in quanto tale, ma perché questo esprime in modo ancora più vivido che in altri comportamenti socialmente errati un atteggiamento radicalmente ateo. I due colpevoli quando commettono l’adulterio sono convinti che “nessuno” li vede e se “nessuno” li vede questo implica che neanche Dio li vede, ma questo è possibile solo se, in fondo in fondo a sé stessi, si è convinti che Dio, l’Onnipresente, non esiste. Ma affermare che Dio non esiste nel proprio comportamento concreto, agire da ateo, vuol dire veramente sovvertire l’ordinamento societale e questo merita quindi l’esclusione definitiva dalla comunità la quale è la condanna a morte.

Interessante anche tornare all’episodio di Adamo ed Eva subito dopo il peccato originale e/o quello di Caino dopo il suo fratricidio: tutti questi protagonisti si nascondono da Dio, cioè fanno come se Dio non esistesse, non potesse vederli lì dove si sono messi, cioè decidono, contro ogni evidenza che offre l’oggettiva realtà, che sono atei.

Tutti i comportamenti societali, statali, individuali che si mettono in una situazione di dover agire come se Dio non esistesse, in realtà si pongono in un contesto di ateismo che li impedisce, radicalmente, di connettersi con l’oggettiva divinità.

La vergogna che prova il peccatore a fronte del proprio vizio o peccato è cosa cattivissima in sé: essa esprime la profonda disapprovazione dei propri atti, la misura del divario tra quel che si vorrebbe essere ai propri occhi e a quelli altrui e quel che si è oggettivamente e la conseguenza che ne risulta è che si cerca di nascondersi dalla divinità, la cui purezza è percepita come una sottolineatura della propria bassa incapacità.

Per questo provare vergogna è in sé e di per sé un peccato e una forma aggravata del peccato di orgoglio che, lungi dall’essere una circostanza attenuante, diventa un’aggravante che pone oggettivamente infinite distanze tra la creatura ed il suo Dio.

Tipicamente un cristiano rifugge con tutte le proprie forze ogni sentimento di vergogna per incamminarsi lungo un umilissimo cammino di accettazione di sé in quanto peccatore guidato dallo Spirito Santo e, quindi, cammino di penitenza intriso di giustizia che ricerca la soddisfazione del proprio peccato ed il genuino perdono di Dio.

La vergogna è premessa di ateismo, in quanto auto-giudizio che vuole sottrarsi dallo sguardo scrutatore della divinità anche, e soprattutto, se la si sa amante: se Dio esiste, Egli già sa tutto, non c’è posto per la vergogna, c’è posto solo per la contrizione, la conversione concreta sola espressione onesta di un vero pentimento, la soddisfazione reale e concreta dell’ingiustizia causata.

L’ateismo si prolunga fin nel modo stesso di considerare la propria relazione al peccato: quante volte sentiamo persone affermare l’errato proposito di voler tutto lasciare al giudizio del foro interno anche nei peggiori casi di comportamenti pubblici lasciando intendere che non si sa mai oggettivamente se uno è su una via di dannazione personale, anche contro l’evidenza dei fatti e questo a causa della falsa assunzione che non saremmo capaci in modo obiettivo di valutare la portata etica di tali atti nella relazione con Dio.

In realtà voler fare uscire Dio fuori dalle considerazioni di osservazioni oggettive e voler relegarLo alla sola relazione privata e soggettiva, è, specularmente, esattamente lo stesso peccato di ateismo che quello descritto precedentemente, ma, mentre negli esempi quassù riportati, ci si rifugia da Dio fuggendo l’oggettività della Sua presenza per estraniarsi nella propria soggettività che si spera a-tea, senza presenza di Dio, ormai si tenta di far uscire Dio dall’oggettività della realtà per rinchiuderLo in una soggettività inconoscibile, per definizione, da altrui.

Ogni volta che diciamo che non sappiamo come Dio giudicherebbe una situazione data, un comportamento preciso, affermando che è un affare tra la persona in causa e la sua divinità, in realtà compiamo un atto di ateismo facendo uscire Dio dall’oggettività della Sua Presenza e riducendolo ad una faccenda privata nella quale, in fin dei conti, il peccatore può trovare tutte le proprie scusanti e circostanze attenuanti: in questo contesto di ateismo pratico, la vergogna di sé stessi diventa il solo modo salutare di farsi perdonare da una divinità inoperante in quanto estraniata dalla realtà oggettiva del proprio peccato.

Ed è così che quel che sono aggravanti oggettive, come l’ignoranza non combattuta, come l’intenzione distorta che crederebbe “erratamente” di fare il bene, il “dover” obbedire a disposizioni inique di un’autorità perversa, la presenza di vizi incancreniti che indeboliscono la volontà diventano, magicamente, scusanti: il fatto di vivere da anni in una situazione di adulterio, che è oggettivamente un’aggravante, si trasforma in una circostanza attenuante a livello personale, e Dio tirato via dall’oggettività della Sua Realtà e relegato a sola esperienza personalistica non potrà che essere “misericordioso” per chi si vergogna di se stesso in tale situazione ma che soprattutto non cambia niente alla sua situazione maritale oggettiva.

Infine, anche alla Chiesa è ritirato il diritto divino di giudicare situazioni oggettive e la si rinchiude anch’Essa nell’ambito della sola relazione privata per inesorabilmente finire anch’Essa totalmente espulsa da ambe le realtà, oggettiva e soggettiva, in quanto, si sa fin da Lutero e Calvino, che non c’è bisogno di intermediari come la Chiesa ed i Suoi Santi, tra l’intimo di una persona e la sua divinità.

In questa compagine non resta più all’istituzione “Chiesa” che un’azione soggettiva, inquadrata dal pensiero culturale dominante del momento, e sempre “positiva” che ben si guarda di riportare oggettivamente Dio nelle faccende umane: è il ministero della Vergogna, è l’Ateismo, esso sì, divenuto fatto oggettivo.

In Pace



Categorie:Attualità cattolica, Cortile dei Gentili, For Men Only, Simon de Cyrène

13 replies

  1. « Per questo provare vergogna è in sé e di per sé un peccato e una forma aggravata del peccato di orgoglio »

    Grazie infinite per avere messo il dito su questa piaga. Ho avuto i brividi; proprio quello che avevo bisogno che mi venisse ricordato.

    Per quel che riguarda il giudicare una situazione data, ogni volta che lo feci mi sono sentito cacciare in gola la solfa che « non potevo giudicare », ma non sono mai riuscito a ribattere a questa stupidaggine con l’efficienza e la sintesi dispiegata nell’articolo, perciò grazie pure per questo.

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    • Il giudizio non è vietato ma non bisogna mai dimenticare che con lo stesso metro con il quale giudichiamo saremo giudicati.
      Di fronte ad un fatto certo ed oggettivo non è sbagliato prendere atto e comunicare ad una persona, nel giusto modo che un certo comportamento è un peccato.
      Bisogna però avere la saggezza di farlo solo quando siamo certissimi che il peccato sia avvenuto e che il comportamento giudicato peccaminoso lo sia anche per la Chiesa e per il catechismo , aggiungendo un dose di umiltà e di prudenza ed astenendosi quando si ha il minimo dubbio. Indicare al peccatore che pecca non è un atto fine a se stesso o orientato a sentirsi migliori, ma deve essere un aiuto per il peccatore , detto e fatto in modo che egli capisca e ne sia colpito e stimolato. Se invece non si è in grado di utilizzare tutti questi parametri è meglio semmai tacere , perché tutti sappiamo che quando si parla senza misericordia e senza empatia si ottiene l’effetto contrario , e cioè la reazione e chiusura dell’altro, sicché la nostra presunzione finirà con l’impedire ad un altro , magari più ispirato di noi, di intervenire con maggior efficacia.
      La “correzione” è una cosa molto seria e molto delicata che andrebbe fatta solo da chi ha contezza delle conseguenze , e non per propria “soddisfazione” personale.
      Nel dubbio meglio parlare con i comportamenti personali e l’esempio che con parole , sopratutto quando non sollecitate.

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  2. Devo ammettere che la deprecazione della vergogna mi ha spiazzato. Fino a cinque minuti fa, pensavo fosse una sorta di preambolo al pentimento, una specie di senso di colpa emotivo. Penso ad alcuni modi di dire come “sei proprio senza vergogna”, indirizzati non certo per eccesso di “spontaneità”. Certo, provare vergogna e non pentirsi mi sembra proprio un’aggravante, specie se con la ripetizione svanisce la vergogna ed il senso di colpa viene occultato così in profondità da non essere più avvertito, trasformandoci in una sorta di Gollum.

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    • La vergogna impedisce il passaggio alla contrizione, vi si oppone: è una situazione intrinsecamente peccaminosa.
      Ci vuole la grazia di Dio per accedere alla contrizione.
      La differenza tra le due è radicale: la prima si vuole nascondere dallo sguardo (e la presenza) di Dio (e degli altri inclusi se stessi se fosse possibile), mentre la contrizione accetta tale Presenza e tale Sguardo e vi si conforma. Il passaggio da vergogna a contrizione è tutto l’atto di conversione.
      Il figliol prodigo finché si vergognava non si muoveva dal suo porcile: ha dovuto vincere questa chiusura e lo ha fatto non più guardando il proprio peccato ma le bontà della casa paterna, cioè entrando in contrizione.
      In Pace

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      • Comprendo il punto, eppure faccio ancora fatica a considerare la vergogna una situazione *intrisecamente* peccaminosa, la vergogna di per sè non mi appare come un peccato.
        Pensa che ho addirittura trovato un articolo dell’OR titolato « La grazia della vergogna »https://www.vatican.va/content/francesco/it/cotidie/2017/documents/papa-francesco-cotidie_20170321_la-grazia-della-vergogna.html
        Chissà se ispirato da Siracide 4.21 « C’è una vergogna che porta al peccato
        e c’è una vergogna che è onore e grazia. »
        Mi è invece chiaro il passaggio « da vergogna a contrizione ».
        Rimanere fermi nella vergogna e quasi come un disperare del perdono o al contrario un cedere alla superbia (ben rappresentata da « non muoversi dal suo porcile »).

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      • Proviamo a vedere un esempio pratico. Un prete che , di nascosto, usa i soldi della parrocchia per comprare droga e organizzare festini a luci rosse. Finche’ non e’ scoperto va avanti cosi, poi d’ improvviso le sue azioni vengono esposte alla luce spietata dei riflettori mediatici. Quello che prima faceva nelle tenebre ora viene alla luce. Certo il prete povera’ vergogna , una vergogna cocente ( a meno che non sia un pazzo) e il desiderio di nascondersi .
        Diverso sarebbe stato se il prete, senza essere scoperto, un giorno avesse sentito dentro di se un senso di rimorso e di contrizione per quello che stava facendo. Se lui stesso, pentito, avesse restituito i soldi e prostratevi ai piedi del vescovo avesse confessato tutto.
        Nel primo caso la vergogna e’ dovuta all’ essere scoperto, nel secondo il rimorso e la contrizione nascono dal cuore senza che nessuno all’ esterno lo abbia scoperto.
        Sono due casi diversi. Anche un adultero puo’ pentirsi prima di essere scoperto e cambiare vita, se invece solo dopo che e’ scoperto si vergogna e’ un altro discorso.

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        • Ok chiaro. Dunque « vergogna » provata solo *dopo* essere stati scoperti. Chiaro. Grazie

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        • La vergogna teme la scoperta, per questo si nasconde prima che questa avvenga.
          In Pace

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          • Credo che si stia un po’ forzando il significato del termine “vergogna”‘ che in realtà si presta a molte interpretazioni.
            La vergogna che si prova dopo aver fatto un atto peccaminoso e si è stati scoperti non è vergogna per l’atto ma vergogna per la pessima figura fatta di fronte ad altri.
            Ma vi è una altra vergogna che, per esempio , ti trattiene ad andare ad un matrimonio vestito in modo sciatto . In quel caso è una vergogna di tipo diverso. (Ho vergogna ad andare vestito cosi). Quindi positiva in un certo senso
            C’è poi la vergogna che è un sincero dispiacere per aver danneggiato un altro (parcheggio al posto dei disabili e poi mi rendo conto di aver danneggiato un invalido che non sa come tornare a casa . In quel caso ” mi vergogno di me stesso ” )
            Direi che il termine è abusato ma in genere si prova vergogna per le conseguenze di un atto (su di sé o su altri) e , invece, contrizione per l’atto in se stesso.

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  3. E in effetti, non possiamo immaginare che il moto dell’anima del dannato davanti a Dio non sia forse quello di gettarsi all’inferno per sfuggire alla vergogna? Credo di aver letto, anni fa, qualcosa a riguardo anche se non ricordo i dettagli.

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  4. Nell’animo umano vi può essere il “senso di colpa”, per un’azione malvagia compiuta, cosa ben diversa dal “senso del peccato”.
    Il primo è un sentimento che, con il tempo, tende ad attenuarsi e magari a scomparire, cercando attenuanti, contesti, ecc.
    Il secondo nasce dal riconoscere la creaturalita’ ferita dalla Colpa originale che chiede perdono a Dio, riconoscendo umilmente, ma fermamente, di aver peccato “contro gli uomini e contro Dio”. Bisogna ‘vestirsi’ del proprio peccato per essere riconosciuti, umilmente, da Dio, per avere il Suo perdono. Attraverso la Chiesa. Che non risponde quasi più…
    Grazie per queste riflessioni.

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