L’Ultimo Sermone di Raymond Diocrès

Era l’anno 1084, secondo una tradizione conservata nell’ordine certosino che doveva fondare, Bruno, ancora laico, assisteva al servizio funebre cantato a Notre-Dame de Paris per un noto dottore, Raymond Diocrès, quando, a queste parole: Responde mihi quantas habeo iniquitates et peccata, il morto si alzò dalla sua birra e pronunciò queste parole: “Sono stato ACCUSATO al giusto giudizio di Dio.” L’Ufficio si è interrotto nell’emozione di tutti, e ha rimandato al giorno successivo, la stessa tradizione riferisce che si è visto Diocres risorgere, ma per dire: “Sono stato GIUDICATO nel giusto giudizio di Dio”. Fino al terzo funerale, la voce dello sfortunato si è fatta sentire contemporaneamente ai primi due giorni, e ha gridato, spaventando la congregazione: “Sono stato CONDANNATO al giusto giudizio di Dio”.
Dom Guéranger, L’Année Liturgique, 2 novembre, t. 6 dopo la Pentecoste, p. 139.

Il corpo era stato deposto nel grande salone della cancelleria, vicino alla chiesa della Madonna, e una folla enorme circondava il letto di parata dove, secondo l’usanza dell’epoca, il morto era esposto, coperto da un semplice velo.
Al momento si è giunti a leggere una delle lezioni dell’Ufficio dei Morti, che inizia così: “Rispondetemi. Quante e tante sono le tue iniquità”, una voce sepolcrale è uscita da sotto il velo funebre, e tutti i presenti hanno sentito queste parole:
“Per un giusto giudizio di Dio sono stato accusato”.
E si affrettarono, sollevarono il telo funebre, e il povero morto se ne stava lì immobile, freddo, morto, morto, perfettamente morto. La cerimonia, che è stata interrotta per un momento, è stata presto ripresa; tutti i presenti erano in stupore e paura.
L’Ufficio è stato ripreso, e la lezione “Rispondimi. “Questa volta, in piena vista di tutti, il morto si alza, e con voce più forte e più accentuata dice: “Per il giusto giudizio di Dio sono stato giudicato”, e poi cade di nuovo giù. Il terrore del pubblico è al culmine.
I dottori vedono di nuovo la morte. Il cadavere era freddo, rigido. Non abbiamo avuto il coraggio di continuare e l’Ufficio è stato rinviato al giorno successivo.
Le autorità ecclesiastiche non sapevano cosa fare. Alcuni hanno detto: “È un reprobo; non è degno delle preghiere della Chiesa. Altri hanno detto: “No, tutto questo è indubbiamente molto spaventoso; ma alla fine, tutti noi, finché lo saremo, non saremo prima accusati e poi giudicati da un giusto giudizio di DIO? “Il vescovo ha accettato, e il giorno dopo il servizio funebre è ricominciato alla stessa ora. Bruno e i suoi compagni erano lì come il giorno prima. Tutta l’università, tutta Parigi, correva a Notre-Dame.
Così l’Ufficio ha ricominciato da capo. Alla stessa lezione, “Rispondimi”, il corpo del dottor Raymond si alza in piedi, e con un accento indescrivibile che spaventa tutti i presenti, esclama: “Per un giusto giudizio di DIO, sono stato condannato”, e cade immobile.
Questa volta non c’era più alcun dubbio. Il terribile prodigio che era stato visto fino all’ovvio non era nemmeno discutibile. Per ordine del vescovo e del Capitolo, il cadavere fu spogliato delle insegne della sua dignità e portato sul ciglio della strada di Montfaucon.
Uscito dalla grande sala della cancelleria, Bruno, allora quarantacinque anni circa, decise irrevocabilmente di lasciare il mondo, e si recò con i suoi compagni nelle solitudini della Grande-Chartreuse, vicino a Grenoble, per cercare un ritiro dove potesse più sicuramente compiere la sua salvezza, e così prepararsi a tempo debito ai giusti giudizi di Dio. Certo, ecco un reprobo che “è tornato dall’inferno”, non per uscirne, ma per essere il testimone più ineccepibile.

Tratto dal libro di Mons. De Segur “L’enfer” Edizioni Hovine



Categorie:Aforismi, Simon de Cyrène

6 replies

  1. Ricorda molto il “Μανή… Θεκέλ… Φάρες…” di Daniele 5.

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  2. C’è un simpatico refuso all’inizio, immagino che « birra » stia per « bara »

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  3. Non ero proprio a conoscenza di questo misterioso episodio, grazie della condivisione.
    Buone vacanze a tutti!

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  4. Mi ricorda tanto le parole « Mene, Tekel, Peres », del libro di Daniele.

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