La Donna: Leader o Divinità?

La leadership svela la divinità

Prima o poi bisognava trattare nella nostra rubrica For Men Only il tema della “Donna” in quanto non ci possiamo concepire umanamente quale persona maschile senza riconoscere e relazionarci propriamente a quest’alterità femminile.

Galeotta fu una domanda postami sommessamente un paio di settimane fa, durante una pausa, da una studentessa alla fine di un mio corso sulla leadership nel quale avevo trattato della Servant Leadership secondo Greenleaf: “Signor Professore, ma Lei crede veramente che le donne siano fatte per essere leaders?”

Lì per lì sono stato sbilanciato da questa domanda talmente al di fuori dal contesto politicamente corretto della nostra società attuale e, per giunta, in un contesto di business school assolutamente laico e alla ribalta della sua specialità e gli risposi solamente che ci avrei riflettuto. La risposta, in quanto tale, non era davvero ovvia in quanto quella domanda avveniva proprio alla fine di una lezione che trattava della leadership intesa come servizio al successo dei seguaci, una visione che è criticata a livello accademico dalle solite femministe ideologhe di turno in quanto, secondo loro, veicolante una concezione femminea, nel senso patriarcale, e quindi espressione dello sfruttamento delle donne dai maschi, del servizio.

Mentre riflettevo alla domanda e alle sue apparenti contraddizioni ebbi una subitanea illuminazione che comunicai immediatamente alla studentessa: “La donna non è fatta per essere Leader, ma per essere una Dea” . Questo articoletto che condivido con voi è giusto un tentativo di meglio stabilire razionalmente questa intuizione anche se non in modo accademico.

Lungo i secoli tanti pensatori si sono chiesti cosa costituiva l’essenza della leadership, se si era leader in modo congenitale o, se si poteva diventarlo, quali ne sono le tecniche efficaci e quale ne sia il valore etico : la letteratura al soggetto è praticamente infinita. Alla fin fine è leader chi è capace di avere la volontà altrui allineata alla propria, totalemente o parzialmente, per il perseguire una visione comune condivisa. L’atto di leadership è quindi un atto che fa appello alla libertà dei seguaci il che ne fà, proprio per definizione, un atto con una carica eminentemente etica: ci sono poi atti di leadership “buoni” che fanno crescere eppoi quelli “cattivi” che, invece, fanno danno.

Vediamo quindi che quel che costituisce il leader in quanto tale è il fatto di avere una visione precisa da una parte, di essere capace di condividerla con altri, di avere la propria volontà in moto per realizzarla concretamente e ottenere il concorso volontario altrui: la visione comune non è lo stesso leader, in quanto lui ne è solamente il messaggero, ma egli sarà tanto più carismatico quanto il messaggio che trasmette è da lui stesso vissuto in modo inequivocabile e riconoscibile.

A questo si aggiunge il fatto che l’autorità si ottiene normalmente assicurandosi della comprensione del seguace dei compiti da eseguire, dell’importanza dell’impatto dei suoi atti sull’obiettivo comune, del beneficio personale che il seguace ne ricava, come ben insegna Bernard Chester.

Un’esercizio che ho l’abitudine di fare, e che si basa su antiche teorie di leadership, è di chiedere ad una metà dei miei studenti quale sia la loro descrizione delle caratteristiche umane del leader “ideale” mettendosi nei panni di seguaci, mentre all’altra metà richiedo la descrizione delle qualità richieste del seguace “ideale” mettendosi nei panni di leaders: il risultato, sempre stupefacente, è che le caratteristiche umane richieste per i leaders e per i seguaci ideali sono, alla fine, esattamente le stesse, come ad esempio entusiasmo, competenza, spirito di decisione, intelligenza, senso sociale e così via di seguito.

Da un punto di vista della riflessione, diremmo così, filosofica, questo implica che non c’è differenza di natura tra un leader e il suo seguace ma solo una differenza di funzione: il primo indica il fine, ne rende evidente l’attrattività, lo condivide e sintonizza le volontà altrui per raggiungerlo; mentre il secondo scopre il fine, ne percepisce l’attrattività, capisce la necessità dello sforzo collettivo e liberamente contribuisce allo sforzo comune. La buona notizia, specialmente per i giovani, è che per diventare un eccellente leader bisogna essere un seguace eccellente nel senso delle caratteristiche citate nel paragrafo immediatamente sopra.

Un leader non è però mai un deo: quel che definisce la divinità in senso proprio o figurato è essere l’espressione della perfezione, l’avere qualità ineguagliabili, essere l’espressione di un’eccellenza. Questo non è mai richiesto ad un leader: a lui si richiede coerenza personale con la propria visione delle cose, fino al punto di identificarsi con essa se desidera essere carismatico, ma non di essere un’epressione di perfezione in quanto tale. I leaders, e ce ne sono regolarmente, che sono tentati di essere riconosciuti come divini, richiedono un abominevole culto della personalità che è sempre un abuso della libertà dei seguaci ed è quindi sempre una richiesta immorale.

Per giunta l’obiettivo del leader è quello di raggiungere assieme ad altri un fine che rimarrebbe inaccessibile ad uno solo: il leader non può mai essere il fine stesso dell’atto di leadership, proprio per definizione stessa di leadership. E visto che niente distingue sul piano della natura umana il leader dal seguace, anche il leader può, anzi deve, essere visto come strumentale al fine da raggiungere.

È qui, nell’esternità dei fini perseguiti, che si definisce proprio la natura maschile: tutto nel maschio è proteso verso l’esterno, nel raggiungimento di obiettivi che non può trovare in esso stesso, nel fatto che, radicalmente, il fine della mascolinità, cioè quel che la realizza, si situa proprio nella radicale alterità. Come conseguenza, l’essere di volta in volta un leader e/o un seguace nel raggiungimento del fine desiderato fa parte della natura umana maschile in modo proprio constitutivo.

Dire cosa sia un maschio vuol dire, per noi cattolici, guardare Cristo Gesù nella Sua umanità: in Cristo vi sono consustanzialmente due nature, quella divina e quella umana. In quella umana Egli esprime cosa sia un maschio visto che Lui è tale. Gesù uomo si comporta da leader e, da leader completo, agisce da servitore, da δοῦλος che lava i piedi dei suoi seguaci, condivide la Sua visione del Regno di Dio, comunica con la Buona Novella, spinge chi è intorno a Lui a seguirLo sempre rispettandone la propria libertà. In quanto Dio Egli richiede la prostrazione durante la Trasfigurazione, l’essere identificato al Padre, diventa Lui Stesso il Fine dei suoi adoratori. Il Gesù maschio rigetta come sataniche le suggestioni di Pietro ma il Gesù divino ne accetta il riconoscimento in quanto Cristo, Figlio del Dio Vivente.

Riflettere sulla leadership del Cristo è riflettere sulla Sua maschia umanità.

AdorarLo è invece atto supremo del nostro culto a Dio, è il riconoscersi inferiore in natura alla divinità, è l’esprimere la propria radicale obbedienza. Intendo qui “radicale” nel senso che è formulata a priori in quanto basata sulla differenza di natura tra il divino e l’umano e non nella triplice dimensione tipico della leadership nel compito da eseguire, nell’importanza del propio gesto nel grande disegno divino e neanche nell’aspettativa di una giusta retribuzione divina, che nulla deve a nessuno. Adorare è lasciarsi come siderare dalla divinità.

Ritorniamo alla Genesi, in quanto credenti, per aiutarci a capire ancora qualcosa su quello che lo Spirito ci insegna sulla natura umana. Vediamo una creazione fatta sorgere da un chaos primordiale e dove tappa dopo tappa un giardino è creato quando finalmente l’uomo, maschio nei suoi attributi, vi appare e riceve una missione particolare che è quella di nominare tutte le cose in un’armonia divinamente regolata. Ad Adamo YHVH da un fine a lui esterno, e questa è la firma stessa dell’essenza della mascolinità, ma Adamo non è soddisfatto, non può raggiungere il proprio fine nella creazione in quanto, anche obbedendo alla missione che Dio gli ha confidato, il suo fine è altro che sé e si situa al di fuori di lui.

Per questo il Signore si decide infine di dargli una compagna in Eva: benché sotto l’aspetto dell’umanità i due condividono la stessa natura di essere fatti all’immagine di Dio, identità di natura garantita dal fatto che Eva sia stata creata dalla costola di Adamo, eppure la loro natura specifica, quel che fa che Eva non sia Adamo, anche espressa fisicamente dalla loro differente morfologia sessuale, ne fà due esseri differenti ontologicamente differenti. Il fine di Adamo non è in lui stesso ma in Eva, e il fine di Eva è di essere il fine di Adamo, e in Eva si trova anche il fine ultimo del Dio Creatore: fatta Eva il tempo del riposo creatore divino si instaura. Mentre Eva per natura è definita come essendo il fine della Creazione in generale e della mascolinità in particolare.

In Eva, e basta guardare alle esclamazioni di gioia di Adamo quando la scopre, vi è espressa una caratteristica propria alla divinità: ella esprime un’eccellenza per il semplice fatto di esistere, e nello specifico quella dell’umanità in quanto ella sola è fine; esprime una perfezione che l’uomo solo non potrebbe mai ottenere e ha qualità ineguagliabli come quella di dare la vita. La donna è naturalmente una metafora concreta della divinità creatrice.

In tante false religioni avrebbero fatto discendere Adamo da Eva, come la Pachamama india in quanto più “conforme” con l’esperienza naturale umana: le Sacre Scritture ci dicono il contrario e questo perché Esse non guardano alla causalità materiale e strumentale delle cose ma alle loro causalità finali. In Esse, Eva è, invece, creata dopo Adamo perché Ella è il Fine della Creazione, prima del peccato originale.

La relazione tra l’uomo e la donna è definita da questa gioiosissima siderazione che Adamo ha alla vista di Eva espressione della divinità: Adamo non segue Eva in quanto leader ma in quanto espressione eccellente del proprio fine, Eva non ha bisogno di dire ad Adamo come deve fare le cose, quale ne sia l’impatto per il bene comune o quali sarebbero i benefici che potrebbe fruire, Egli mangia del frutto vietato senza porre domande, naturalemente, e giustamente, come “incantato” da lei.

Il serpente non parla con Adamo quando volle tentare la coppia, ma con Eva: infatti Eva condivide qualcosa con Dio che Adamo non ha e che, al tempo stesso, è il suo tallone di Achille, l’essere un Fine, essere, sotto questo aspetto, molto conforme al divino. E, infatti, la suggestione del serpente è quella di diventare come Dio mangiando del frutto vietato: questa tentazione non avrebbe avuto nessun impatto con Adamo, per il quale il Fine è sempre fuori di lui, ma lo poteva avere su Eva, in quanto ella godeva di questa connaturalità divina e un passo in più in quella direzione non poteva che essere veramente attraente e conforme al suo essere.

Adamo siderato da Eva mangia dello stesso frutto che questa gli offre e la conseguenza di questa loro comune decisione, fatto nell’ordine delle cose e delle nature coinvolte, è che Adamo dominerà ormai su Eva, il che è certamente una punizione per quest’ultima, ma anche per Adamo il quale ha perso il fine divino che in ella vi era.

E ormai siamo nel creato dopo il peccato originale: abbiamo una mascolinità la cui natura è di essere un leader/seguace proteso verso l’esterno da un lato e una femminilità che esprime in sé una finalità divina, ma ormai sconvolta nel senso che non si può più esprimere in quanto tale ma attraverso la “dominazione” dell’uomo, dominazione che si esprime naturalemente attraverso la sua leadership.

A questo punto è facile concludere che non è nella natura di una donna di essere un leader, ma è nella sua natura quello di essere una divinità: il che non vuol dire che non sia possibile per una donna di essere un leader ma semplicemente che non è nella sua natura e che, quindi, non troverà nell’esercizio della leadership la sua felicità. Al contempo, la leadership del maschio non renderà questi felice finché non sarà conforme al suo fine che è la sua siderazione davanti alla donna: non è nell’esercizio stesso della leadership per sé, come se fosse un fine in sé, che il maschio si realizza, ma proprio nella proiezione del suo essere nell’alterità che è la donna.

In quanto fine ontologico dell’alterità maschile, la felicità della donna si situa nell’essere riconosciuta in quanto questo fine ed è lì che si legano assieme i due destini maschili e femminili per farne un paradiso terrestre, cioè un luogo di felicità: nel dono totale del maschio alla donna che lo realizza, nel pieno assumersi della donna in quanto fine del maschio.

A questo punto, per verificare queste riflessioni, vale la pena di paragonarle con gli scritti del pastore protestante John Eldredge autore tra l’altro di Wild at Heart sull’identità maschile e di sua moglie Stasi Eldredge autrice di Ramsomed Hearth sull’identità femminile: libri che consiglio a tutti i nostri utenti di consultare per verificarne personalmente la portata aldilà della loro chiara colorazione protestante e nord-americana. John e Stasi mandano avanti tutto un movimento che strabocca gli USA e anche il protestantesimo e che aiuta centinaia e migliaia di uomini e donne a ritrovarsi nella realtà dellla loro identità, senza ideologie.

Tre sono, secondo John, i desideri maschili i più ficcanti fin dalla più tenera infanzia: (1) l’essere un combattente eroico per una causa che lo sorpassa; (2) il vivere avventure straordinarie come viaggi incredibili e il conoscere continenti sconosciuti; (3) avere una donna bellissima da salvare.

Quanto alle donne, la moglie Stasi ci fa scoprire che nel segreto dello loro cuore le donne hanno anche tre desideri fondamentali: (1) l’essere scelte, corteggiate e amate; (2) l’essere indispensabili, necessarie ed insostuibili ; (3) vuole essere riconosciute come belle e farsi notare in quanto tali.

Questi tre desideri femminili sembrano corroborare l’intuizione sviluppata in questo articolo: la donna sembra concepirsi proprio come una divinità. L’essere necessario indispensabile e insostituibile è tipicamente una prerogativa divina; l’essere liberamente scelto e amato è quello che Dio stesso vuole per Lui; essere perfetto nella Bellezza, nella Bontà e nella Giustizia è quello che Lo caratterizza. La donna è davvero un’immagine della divinità e a Lui ci porta: non per caso Dante aveva capito il divino che c’è in Beatrice.

Quanto al maschio, egli è strumentale a questa finalità: uscire da sé per lottare, per scorprire nuovi mondi e per difendere a spada tratta la sua bella richiede tutte le competenze umane della leadership ed è nel loro esercizio che egli potrà realizzare il fine alla quale la natura lo ha preposto.

La fotografia di Jack Devant proposta per illustrare questo articolo riassume in uno scatto tutte le parole che mi sono state necessarie per esplicitare questa riflessione sulla relazione tra donna e leadership: il fine della leadership maschile è quella di svelare la divinità nella donna.

In Pace



Categorie:For Men Only, Simon de Cyrène

4 replies

  1. Perfetto. Grazie Simon per questo post che in parte riassume efficacemente quanto ci siamo detti in separata sede e al contempo rilancia in modo chiaro una immagine della complementarietà dei sessi presenti nella realtà umana tanto slegata dal politicamente corretto, quanto (forse perché scorretta politicamente, forse perché reale quanto basta) affascinante.
    In fondo quel che i coniugi Eldridge (e altri) offrono non è che un modello e come tutti i modelli soffre non poco di fronte alla schiacciante enormità imprendibile della realtà soggettiva di ognuno di noi. Ma certamente esso risulta essere un modello con appigli importanti: interiori (ed ognuno qui è libero di sentirsi o meno compreso da questi punti “nodali” propri del proprio sesso), esteriori scientifici (le differenza fra i sessi sono chiaramente indubitabili) nonché teologici e filosofici. Tutto quadra. Qualcosa vorrà dire?

    C’è naturalmente il mondo delle scienze umane che oggi mi pare completamente estraneo a questa modellizazzione della realtà: psicologia, antropologia e scienze affini si affidano a disegni umani molto più adatti al contesto “competitivo” ed utilitaristico della società contemporanea, modelli di autorealizzazione basati su un misunderstanding del concetto di libertà umana, con dualismi assurdi filosoficamente e inefficaci nella pratica (mente-corpo, sesso-genere e cosi via).
    Tutto questo apparato, naturalmente osannato come “vera scienza” solo quando serve (chi e cosa serve bisognerebbe chiedersi), non lascia spiragli accademici, e trovo da un lato bellissimo che questa discorso sia nato in sede accademica, seppur in un dialogo privato e non sulla cattedra, e dall’altro triste nel pensare che tutto questo lì va da essere confinato poiché la “pubblicità” di tali riflessioni verrebbe a scontrarsi inevitabilmente con il “nein” del diktat da pensiero unico relativista contemporaneo.
    In questo senso trovo perfetto il tuo consiglio continuo di “guardare il proprio orticello” e provare ad applicare il modello proposto nella propria vita, senza preconcetti, pregiudizi e affidandosi a Dio e senza pretendere nulla dagli altri. Si consiglia sempre di non ascoltare i consigli, io tendo a consigliare di provare ad ascoltare almeno questo.

    Solo un’ultima notazione, fra le molte che mi sono sovvenute nella lettura (e ora sono volate via, forse perché devono sedimentare nel quotidiano per essere davvero tenute): A chi il Cattolico può rivolgersi quale tramite e avvocato più alto per intercedere e pregare per le nostre intenzioni presso Dio? Pietro? Paolo? Giovanni? Tommaso d’Aquino?
    O Maria?

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    • (1) “Tutto quadra. Qualcosa vorrà dire?”: vorrà dire che c’è almeno un certo grado di verosimiglianza

      (2) L’orticello…. Sì, finché rimane connesso ad altri orticelli per creare un ecosistema che sia accogliente per tutti

      (3) Da cattolico risponderei ovviamente: la S.S. Vergine. Direi poi che gli angeli custodi sono davvero avvocati fantastici, almeno questa è la mia esperienza personale: per giunta tu avendo tre figli, vuol dire che ne hai cinque che sono interessati a prendere cura di te. Infine, ci sono santi per i quali sentiamo una particolare affinità “naturale”: perché non sceglierne uno dal Manual for Men di Mons. T.J.Olmsted (pag.21)?

      In Pace

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  2. Riguardo al finale di commento mi piace ricordare il testo teatrale “O Auto da Compadecida” di Ariano Suassuna, un vero e proprio Inno alla Misericordia di Dio per tramite di Maria Vergine.
    Consiglio!

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  3. Dio, leder, maschio;
    Uomo, fine, femmina:
    creazione, Incarnazione e sacerdozio ministeriale maschile..

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