Lineamenti di Teologia Cattolica – 12 (Morale IV – Conclusione)

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Con il presente lungo articolo si conclude la pubblicazione dei nostri “Lineamenti di Teologia”.  Le pubblicazioni diverranno a breve  una nuova pubblicazione gratuita per la collana IperUrania, reperibile nei consueti canali: direttamente, passando dalla nostra biblioteca, oppure sfruttando le potenzialità di lettura offerte dal portale issuu.com. Buona lettura!

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IL QUARTO COMANDAMENTO

Il quarto comandamento: “Onora il padre e la madre” ci ordina di rispettare, dopo Dio, i nostri genitori, e anche tutti coloro che Dio, per il nostro bene, ha rivestito di una qualche autorità.

Il quarto comandamento si rivolge anzitutto ai figli, ma implicitamente riguarda chiunque è sottomesso a ogni legittima autorità. Inoltre esso implica e sottintende i doveri dei genitori, tutori, docenti, capi, magistrati, governanti e di tutti coloro che esercitano un’autorità su altri o su una comunità di persone.

I figli devono esercitare nei riguardi dei genitori la virtù della pietà filiale, che compor­ta il rispetto, la riconoscenza, l’obbedienza e l’aiuto nelle necessità, soprattutto durante la vecchiaia. I genitori, dal canto loro, sono i primi responsabili dell’e­ducazione dei loro figli alla fede, alla preghie­ra e a tutte le virtù. Essi hanno il dovere di provvedere, nella misura del possibile, ai biso­gni materiali e spirituali dei loro figli.

La famiglia è la società naturale in cui l’uo­mo e la donna sono chiamati al dono recipro­co di sé nell’amore aperto alla vita. Essa è la cellula originaria della vita sociale. L’esempio più bello delle virtù familiari e domestiche lo troviamo nella Santa Famiglia di Nazaret, dove Gesù visse sottomesso a Maria Santissima e a S. Giuseppe fino a quando ini­ziò la sua missione pubblica annunziando il Regno di Dio.

La società civile è l’unione di molte famiglie radunate sotto un’unica autorità al fine di con­seguire con l’aiuto reciproco il proprio perfe­zionamento e il bene di tutta la comunità. L’autorità civile deve rispettare la famiglia come società naturale che precede la costituzione stessa dello Stato, per cui deve tutelarla e assi­curare l’esercizio dei suoi diritti fondamentali. Tutti coloro che sono sottomessi all’autorità civile devono rispettarla e obbedire alle leggi che essa promulga. Qualora però tale autorità prescrivesse qualcosa di contrario all’ordine morale o all’insegnamento del Vangelo, il citta­dino deve rifiutare l’obbedienza. I cittadini devono da parte loro contribuire a far sì che la società civile sia virtuosa, pacifica, ordinata e prospera, e ciò per il bene di tutti. Devono per esempio pagare le tasse prescritte. Se obiettivamente le considerassero ingiuste, si impegnino a pagare un poco di più di quanto in coscienza ritengono doveroso, e inoltre siano generosi con le istituzioni caritative.

Chi osserva fedelmente il quarto comanda­mento gode di una particolare benedizione del Signore, che garantisce la concordia familiare e un amore premuroso e appagante. Possiede inoltre il pregio dell’ottimismo e della serenità interiore, che nascono dalla consapevolezza di collaborare attivamente alla costituzione del bene comune, che è il bene terreno “più gran­de e più divino” (S. Tommaso d’Aquino).

IL QUINTO COMANDAMENTO

Il quinto comandamento: “Non uccidere” ci ordina di rispettare ogni vita umana inno­cente, dal momento del concepimento fino a quello della morte.

E’ necessario rispettare la vita umana, perché ogni persona umana è stata voluta per se stessa a immagine e somiglianza del Dio vivente e santo e, dotata di un’anima spirituale e immortale, è chiamata a partecipare nell’eter­nità alla vita stessa di Dio.

Il quinto comandamento ci proibisce di ucci­dere, ferire o percuotere il prossimo; di danneg­giare in qualsiasi altro modo la sua vita corpora­le o spirituale, e anche di offenderlo con parole ingiuriose o di volergli del male. Ci proibisce inoltre di danneggiare la nostra stessa vita, e soprattutto di sopprimerla con il suicidio.

I casi in cui è lecito uccidere sono limitati alla legittima difesa personale o anche del bene comune della socie­tà civile, supposto però che non vi sia alcun altro modo per ottenere il risultato voluto.

L’aborto diretto, essendo la soppressione di una vita umana innocente, è in se stesso un abominevole delitto. La Chiesa condanna con la scomunica questo gravissimo peccato. Dal momento che deve essere trattato come persona fin dal momento del concepimento, l’embrione deve essere difeso nella sua integri­tà. curato e guarito come ogni essere umano. Non bisogna mai dimenticare poi che ogni es­sere umano ha diritto a nascere in una famiglia “normale”, e ad avere un padre e una madre naturali. La diagnosi prenatale è lecita se rispetta la vita concepita ed è orientata alla sua salvaguar­dia. È invece illecita se contempla l’eventualità di provocare un aborto: una diagnosi non deve mai equivalere a una sentenza di morte.

L’eutanasia, cioè ogni comportamento avente lo scopo di mettere fine alla vita di per­sone handicappate, ammalate o in stato termi­nale, costituisce un omicidio, e quindi è sem­pre gravemente illecita. Chi la chiede per se stesso si rende colpevole di suicidio.

Nel Nuovo Testamento parla spesso dello “scandalo”. Che cos’è lo scandalo?

Lo scandalo è un atteggiamento o compor­tamento che induce altri a compiere il male. Può essere un peccato particolarmente grave, perché attenta alla vita della grazia nel prossi­mo, mettendo in pericolo la sua salvezza eterna. Chi ha danneggiato il prossimo nel corpo o nell’anima non basta che si confessi, ma deve riparare il male arrecato risarcendo i danni, ritrattando gli errori insegnati e dando il buon esempio. Tutto ciò è richiesto dalla virtù della giustizia.

Il quinto comandamento si collega anche alla virtù della temperanza, in quanto prescrive la giusta misura nella cura del corpo, e proibisce, ad esempio, l’abuso dei cibi, dell’alcool, del tabacco e so­prattutto della droga. Tutto ciò è richiesto dal­la virtù della temperanza.

Chi osserva il quinto comandamento, ottiene l’amicizia, che è il premio dei buo­ni. Il dono dell’amicizia favorisce una grande felicità, poiché nella prosperità non infastidisce e nelle avversità non abbandona. Con l’ami­cizia sopraggiunge anche la gioia di vivere e di agire per il bene. Inoltre vede istintivamente nel prossimo Gesù stesso, il quale ha detto: “Ogni volta che avete fatto (o non avete fatto) queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, le avete fatte (o non le avete fatte) a me” (Mt 25, 40 – 45). Quindi rispetta il prossimo nella sua iden­tità culturale, religiosa e sociale, e viene incon­tro secondo le sue possibilità alle altrui neces­sità spirituali e materiali con generosità disinte­ressata.

IL SESTO COMANDAMENTO

Il sesto comandamento: “Non commettere atti impuri” ci prescrive la pratica della virtù della castità secondo i vari stati di vita.

La castità è quella parte della virtù della temperanza che regola l’uso della sessualità secondo il dettame della retta ragione. La retta ragione ci dice che la sessualità ha due finalità indissolubili: l’amore reciproco e la generazione. Perciò non vi dovrà essere rap­porto sessuale senza apertura alla generazione. Co­sì la sessualità potrà essere esercitata lecita­mente solo nel matrimonio legittimo, e inoltre in tale matrimonio la soddisfazione sessuale completa potrà essere ricercata solo nel rap­porto coniugale secondo natura e aperto alla vita. In questa norma è riassunta tutta la mora­le sessuale.

Questa norma si fonda sulla natura stessa della sessualità, che ha lo scopo di unire l’uo­mo e la donna in un rapporto di amore indis­solubile (matrimonio) che per sua natura è fe­condo e aperto al dono della vita. La sessualità ha in se stessa qualcosa di sacro per l’intrinse­co legame che ha con il mistero della vita, legame che l’uomo non può spezzare di sua ini­ziativa.

Il sesto comandamento proibisce per ogni categoria di persone qualsiasi uso deliberato della sessualità al di fuori della norma di cui abbiamo parlato. Essa proibisce quindi la ricerca solitaria del piacere sessuale, la fornica­zione (unione sessuale fra uomo e donna al di fuori del matrimonio), l’adulterio (rapporto di una persona coniugata con una persona che non è il proprio coniuge), l’omosessualità (rap­porti sessuali tra persone dello stesso sesso), la bestialità (rapporti sessuali con animali) e le al­tre possibili depravazioni sessuali. Naturalmen­te sono proibite anche altre mancanze più par­ticolari, quali ad es. la prostituzione e lo stupro. Ogni comportamento che, o in previsione dell’atto coniugale, o nel suo compimento, o nello sviluppo delle sue conseguenze naturali si proponga, come scopo o come mezzo, di impe­dire la procreazione, è sempre illecito. Se praticata per seri motivi la continenza periodica è lecita, perché non compromette la natura intrinseca dell’atto coniugale.

Oltre all’adulterio, sono gravemente lesivi del­la dignità del matrimonio il divorzio, la poligamia, 1’incesto e le unioni libere. I divorziati risposati, a differenza di quelli non risposati che vivono nella continenza, si tro­vano in una situazione oggettiva di peccato, nella quale vogliono liberamente rimanere. Quindi non possono ricevere l’assoluzione e accostarsi alla comunione eucaristica per la mancanza del pentimento e del proposito.

La Chiesa insegna che l’ordine umano della sessualità tocca valori così alti per cui ogni vio­lazione diretta di quest’ordine è oggettivamen­te grave.

Strettamente collegata con la castità, quasi a sua salvaguardia, è la virtù della pudicizia, o modestia, che regola quegli atti che possono facilmente causare una soddisfazione o un pia­cere di natura sessuale, quali gli sguardi, i toc­camenti, i baci e gli abbracci. Fuori dal matrimonio, infatti, tali atti possono esse­re più o meno peccaminosi a seconda dell’in­tenzione di chi li pone, del loro influsso sul pia­cere sessuale e del pericolo più o meno grande di acconsentire a tale soddisfazione o piacere. Il pudore protegge l’intimità. Esso regola gli sguardi, le azioni e i gesti in conformità alla dignità della persona. Ispira la scelta dell’abbi­gliamento e resiste, se necessario, a eventuali sollecitazioni della moda. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è suscitare in essi il rispetto della persona umana.

La castità impreziosisce ed eleva qualsiasi stato di vita, sia quello giovanile che quello matrimoniale e quello vedovile, ma la sua for­ma più elevata è costituita dalla verginità scel­ta per il Regno dei cieli, cioè per seguire Gesù più da vicino. La verginità consacrata da un voto è poi un elemento fondamentale e carat­terizzante dello stato religioso.

Il sesto comandamento ci insegna il rispet­to del corpo, proprio e altrui, sede di un’ani­ma spirituale e immortale destinata a essere tempio vivo dello Spirito Santo. Ci insegna inoltre l’ascesi, la rinuncia, lo spirito di sacrifi­cio per sconfiggere il nostro egoismo e poter amare Dio, noi stessi e il prossimo senza riser­ve e con tutte le nostre forze.

Chi osserva fedelmente il sesto comanda­mento mantiene intatta la sua bellezza e la sua forza interiore, rendendosi capace di un amore e di una donazione totali, senza schiavitù e sen­za secondi fini. Così l’uomo e la donna si incon­trano nel matrimonio per camminare insieme gioiosamente sulla via della perfezione cri­stiana, amandosi fedelmente e aiutandosi “co­me compagni di viaggio” (A. Manzoni). Chi ha scelto invece la via della verginità vive in pienezza la libertà dei figli di Dio, quasi anticipan­do la condizione beata dei risorti (Lc 20, 35).

IL SETTIMO COMANDAMENTO

Il settimo comandamento: “Non rubare” prescrive la giustizia e la carità nella gestione dei beni materiali e dei frutti del lavoro uma­no. Esso esige, in vista del bene comune, il rispetto della destinazione universale dei beni e del diritto di proprietà privata.

Il diritto alla proprietà privata, acquisita con il lavoro, o ricevuta in eredità oppure in dono, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità, per cui la desti­nazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio.

Al settimo comandamento si collega in primo luogo la virtù della giustizia, la quale fa sì che vengano rispettati i diritti del prossimo e gli venga dato ciò che gli è dovuto, e in secondo luogo la virtù della solidarietà sociale.

Il settimo comandamento ci proibisce il furto e ogni modo di sottrarre o conservare ingiustamente i beni del prossimo o della col­lettività, come trattenere deliberatamente cose avute in prestito o oggetti smarriti, commette­re frodi nel commercio, pagare salari ingiusti, alzare i prezzi speculando sull’ignoranza o sul bisogno altrui, non compiere il proprio dovere durante le ore di lavoro o sottrarsi indebita­mente o con l’inganno alle proprie mansioni. Tali mancanze sono da considerarsi gravi quando il danno arrecato al prossimo è rilevante.

Chi ha danneggiato in qualsiasi modo il prossimo nei suoi beni non basta che si penta e si confessi, ma deve anche risarcire il maltol­to e riparare i danni arrecati.

Il dominio accordato da Dio all’uomo sulle risorse minerali, vegetali e animali dell’univer­so non può essere disgiunto dal rispetto degli obblighi morali, compresi quelli che riguarda­no le generazioni future.

La Chiesa può e deve dare un giudizio in materia economica e sociale quando sono in gioco i diritti fondamentali della persona e la salvezza delle anime. Essa si interessa del bene comune temporale degli uomini in quanto è ordinato al Bene supremo che è Dio.

La virtù della giustizia è assolutamente necessaria, ma non è sufficiente. Oltre ad essa bisogna esercitare, secondo le proprie possibi­lità e le necessità del prossimo, anche la carità e le opere di misericordia spirituali e corporali. Le principali opere di misericordia spiri­tuale sono: istruire gli ignoranti, ammonire i peccatori, consigliare i dubbiosi, consolare e confortare gli afflitti, perdonare le offese e sopportare con pazienza le persone moleste o fastidiose. Le principali opere di misericordia corpo­rale sono: nutrire gli affamati e dar da bere agli assetati, ospitare i senza tetto, vestire chi ne ha bisogno, visitare gli ammalati e i carcera­ti, seppellire i morti. Gesù considererà fatto a Lui stesso ciò che avremo fatto al più piccolo dei nostri fratelli.

Chi rispetta il settimo comandamento, ottiene la libertà interiore rispetto ai beni materiali. Non sperimenta quindi più l’asservi­mento che abbrutisce, ma la liberalità che in­nalza, sperimentando che “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (At 20, 35). Così l’uomo generoso (munifico), dispensatore di doni, as­somiglia sempre più al suo Signore, che senza chiedere nulla in cambio veste i gigli del cam­po, nutre gli uccelli del cielo e fa sorgere il so­le per la felicità di tutte le creature.

L’OTTAVO COMANDAMENTO

L’ottavo comandamento: “Non dire falsa testimonianza” ci prescrive la veracità, o since­rità, cioè quella virtù che consiste nel mostrar­si veri nelle azioni e nelle parole, rifuggendo dalla doppiezza, dalla simulazione e dall’ipo­crisia.

In quanto cristiani dobbiamo rendere testi­monianza al Vangelo con gli atti e con le parole.

La testimonianza suprema resa alla verità della fede è il martirio, che è anche l’atto su­premo della virtù della fortezza.

L’ottavo comandamento ci proibisce la bu­gia, la maldicenza e la calunnia, i giudizi e i so­spetti temerari (o infondati).

La bugia o menzogna consiste nel dire il falso con l’intenzione di ingannare. Essa è per sua natura sempre illecita, anche se normal­mente diventa grave solo quando lede in modo considerevole la giustizia o la carità. Non è comunque sempre necessario dire la verità, anzi, talvolta è col­pevole il dire tutta la verità, per esempio nel caso in cui siamo tenuti al segreto.

La maldicenza, o diffamazione, consiste nel mettere in pubblico senza un valido motivo le mancanze vere, ma non conosciute, del prossi­mo, la calunnia invece nel riferire notizie false lesive del suo buon nome. La calunnia è certamente più grave della semplice maldicenza. Nell’un caso e nell’altro comunque la gravità deve essere misurata dell’entità del danno arrecato al buon nome del prossimo, tenendo presente che tale buon nome vale ancora di più dei beni materiali. Come in tutti i peccati contrari alla giustizia, chi ha diffamato o calunniato non basta che si penta e si confessi, ma deve riparare i danni arrecati al buon nome del prossimo.

Si ha rispettivamente il sospetto o il giudi­zio temerario quando senza un motivo ragio­nevole si sospetta o si giudica che il prossimo abbia commesso una qualche colpa morale. Si ha comunque peccato grave solo quando si attribui­sce al prossimo con certezza e senza fonda­mento una grave mancanza.

Per ciò che concerne i compiti dell’autorità civile rispetto all’ottavo comandamento, questa deve garantire una pubbli­ca informazione fondata sulla verità, sulla libertà e sulla giustizia, e provvedere che attra­verso l’uso dei mezzi di comunicazione sociale non derivino danni alla moralità pubblica o lesioni dei diritti personali dei cittadini.

Chi osserva fedelmente l’ottavo comanda­mento prende possesso del ruolo che gli com­pete in quanto creatura dotata di un’anima spirituale. Come dunque Dio governa il creato non soggiogandolo, ma attirandolo con il suo splendore, così l’uomo veritiero partecipa del privilegio di guidare se stesso e gli altri non con l’asservimento, ma con la luce e la forza che promana dalla verità.

IL NONO COMANDAMENTO

Il nono comandamento: “Non desiderare la donna d’altri” ci ordina di essere casti e puri anche interiormente, cioè nella mente e nel cuore.

Il nono comandamento proibisce espressa­mente ogni desiderio contrario alla fedeltà coniugale, e in generale ogni pensiero o desi­derio contrario alla castità. Si ha un pensiero contrario alla castità quan­do ci si rappresenta nella mente un’azione con­traria alla castità e ci si compiace di essa.

Chi osserva il nono comandamento ottiene la capacità di esercitare facilmente e gioiosamente il pieno dominio sulla sua sen­sibilità, sentendosi appagato e libero. Condu­ce un’esistenza semplice ed è capace di con­templare e di incantarsi, poiché scorge negli esseri umani la grandezza e la bellezza del suo Signore.

IL DECIMO COMANDAMENTO

Il decimo comandamento: “Non desiderare la roba d’altri” ci chiede il distacco dalle ric­chezze e dai beni terreni.

Il decimo comandamento ci proibisce l’avi­dità dei beni terreni, la brama sregolata, l’invi­dia e il desiderio di appropriarsi ingiustamente dei beni del prossimo.

L’invidia è la tristezza o il rammarico di fronte al bene altrui. Può diventare un peccato grave se arriva a desiderare seriamente un ma­le grave del prossimo.

A chi è distaccato dalle ricchezze terrene, cioè è povero nello spirito, è promesso il Re­gno dei cieli (Mt 5.3).

Chi osserva fedelmente il decimo comanda­mento viene ricolmato della virtù dei grandi, che è la magnanimità. Desidera solo il bene, dona con sovrabbondanza, elargisce misericor­dia e riversa benevolenza. Inoltre è beneficato di una grazia insolita: quella di desiderare di possedere Dio, che è il Sommo Bene.

I PRECETTI DELLA CHIESA

La Chiesa, Madre e Maestra, ci dà dei pre­cetti per garantire ai fedeli il minimo indispen­sabile per quanto riguarda lo spirito di pre­ghiera e l’impegno morale e ascetico. Noi dob­biamo ascoltarla perché Gesù ha detto ai suoi Apostoli e ai loro successori: “Chi ascolta voi ascolta me” (Lc 10, 16).

I precetti della Chiesa ci prescrivono la partecipazione alla Messa nelle domeniche e nelle altre feste di precetto, la confessione almeno una volta all’anno e la comunione nel periodo pasquale, infine l’astinenza dalle carni al venerdì e il digiuno al mercoledì delle cene­ri e al venerdì santo.

Il digiuno prescritto dalla Chiesa consiste nel fare un solo pasto normale e ridurre gli altri due pasti al minimo indispensabile. Esso obbliga chi è maggiorenne e non ha ancora compiuto il 59° anno di età (mentre il precetto dell’astinenza obbliga chiunque abbia compiu­to il 14° anno).

In Italia è permesso sostituire l’astinenza delle carni con un’altra opera di penitenza, ma solo fuori del tempo di quaresima.

Per loro natura i precetti della Chiesa ob­bligano gravemente, però la trasgressione del precetto dell’astinenza e del digiuno diventa grave solo quando è abituale e ripetuta.

Chi osserva fedelmente tali precetti è com­pensato da un vivo sentimento di amore verso la Chiesa, sua Madre, per cui volentieri dedica ad essa il suo tempo e il suo impegno, e addi­rittura la sua vita a imitazione di Cristo Signo­re (Ef 5, 25 ).

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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