Lineamenti di Teologia Cattolica – 11 (Morale III – La legge divina e i primi 3 comandamenti)

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LA LEGGE DIVINA

La legge di Dio è la via che Dio ci indica per condurci alla piena realizzazione di noi stessi e al raggiungimento del fine della nostra vita, che è la feli­cità eterna. La legge di Dio si divide in legge naturale e legge rivelata.

La legge naturale è quella legge scritta nel cuore di ogni uo­mo che impone innanzitutto di fare il bene e di evitare il male. Essa comanda poi di agire sempre secondo ragione per raggiungere i beni fondamentali dell’uomo, cioè la conservazione della propria esistenza, la procreazione e l’edu­cazione dei figli, la ricerca della verità, soprat­tutto la verità su Dio, e la costruzione di una società umana basata sulla giustizia. La legge rivelata, invece, è quella legge promulgata da Dio nell’An­tico e nel Nuovo Testamento.

La legge rivelata aggiunge alla legge naturale essenzialmente i due precetti della carità insegnatici da Gesù:

  1. Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuo­re, con tutta l’anima e con tutte le forze.
  2. Amerai il prossimo tuo come te stesso.

La legge di Dio, sia naturale che rivelata, è sintetizzata nei dieci comandamenti. A ciò vanno aggiunti poi i pre­cetti della Chiesa.

I dieci comandamenti sono:

“Io sono il Signore Dio tuo:

  1. Non avrai altro Dio fuori di me.

  2. Non nominare il nome di Dio invano.

  3. Ricordati di santificare le feste.

  4. Onora il padre e la madre.

  5. Non uccidere.

  6. Non commettere atti impuri.

  7. Non rubare.

  8. Non dire falsa testimonianza.

  9. Non desiderare la donna d’altri.

  10. Non desiderare la roba d’altri.”

I precetti della Chiesa prescrivono la parte­cipazione alla Messa la domenica e le altre fe­ste comandate, la confessione almeno una vol­ta all’anno e la comunione almeno nel periodo pasquale, la pratica penitenziale del venerdì e il digiuno nei giorni prescritti (cioè il mercole­dì delle ceneri e il venerdì santo). Inoltre ci ricordano che dobbiamo venire incontro alle necessità materiali della Chiesa secondo le no­stre possibilità.

In ogni comandamento o precetto dobbia­mo considerare la parte positiva, che ci indica quanto dobbiamo fare, e la parte negativa, che ci indica quanto dobbiamo evitare.

IL PRIMO COMANDAMENTO

Il primo comandamento: “Non avrai altro Dio fuori di me” ci ordina di esercitare le tre virtù teologali, cioè la fede, la speranza e la ca­rità, e in particolare la virtù della religione.

Nei riguardi della fede, il primo comandamento ci ordina di professarla internamente ed esternamente, e di nutrirla e custodirla con prudenza e vigilanza, respingendo tutto ciò che le è contrario. Inoltre, ci proibisce l’incredulità (cioè la noncu­ranza o il rifiuto volontario), l’eresia (cioè la negazione ostinata di qualche verità rivelata), l’apostasia (cioè il ripudio totale della fede cri­stiana) e lo scisma (cioè il rifiuto della sotto­missione al Romano Pontefice).

Nei riguardi della speranza, il primo comandamento ci ordina di custodirla e alimentarla ravvivando la fiducia nelle promesse di Dio e nei meriti di Gesù Salvatore; mentre ci proibisce la disperazione della sal­vezza e la presunzione di salvarci senza merito.

Nei riguardi della carità, il primo comandamento ci ordina di amare Dio sopra ogni cosa crescendo sempre più in questo amore, e di amare il prossimo come noi stessi per amore di Dio. Ci proibisce l’indifferenza, l’ingratitudi­ne, la freddezza volontaria, l’accidia (cioè la pigrizia spirituale), l’odio contro Dio e contro il prossimo.

La virtù di religione è quella virtù, collegata con la giustizia, che ci fa dare a Dio il culto dovuto. E’ infatti per giu­stizia che l’uomo deve scegliere Dio come suo bene supremo: deve adorarlo e accogliere il suo amore, uniformandosi alla sua volontà e rivol­gendosi a lui con fiducia filiale. L’atto principale della virtù della religione è l’adorazione, mediante la quale riconoscia­mo il “nulla” della creatura di fronte all’infini­ta grandezza di Dio. All’adorazione sono collegati la preghiera, il sacrificio, i voti e le promesse.

La preghiera è un’elevazione dell’anima a Dio, o la domanda a Dio di qualche bene. Essa è una condizione indispensabile per ottenere la forza di obbedire ai comandamenti di Dio. Oltre alla preghiera di domanda e di intercessione vi è anche la preghiera di lode, di rin­graziamento o anche di semplice contempla­zione della grandezza e della bellezza di Dio. Tra le principali forme di preghiera vi è la preghiera vocale, cioè quella espres­sa con le parole, ma vi è anche la preghiera mentale, che consiste nell’elevare il proprio pensiero e il proprio affetto a Dio. E la cosid­detta “meditazione”, tanto raccomandata dai maestri spirituali, e che è assolutamente indi­spensabile per chiunque voglia vivere in pro­fondità la sua vita cristiana e progredire spiritualmente. E’ indispensabile dedicare un po’ del nostro tempo soltanto a Dio, seguendo l’esempio di Gesù, che si ritirava spesso in luoghi solitari a pregare. Un buon cristiano non trascura mai, ad esempio, le preghiere del mattino e della sera.

Il sacrificio è l’immolazione di qualcosa a Dio. L’unico sacrificio veramente perfetto è quello che Gesù ha offerto al Padre sulla Cro­ce, e che è reso presente nella Santa Messa. Partecipando alla Messa noi partecipiamo al sacrificio di Gesù, e siamo invitati a unire al suo anche i piccoli o grandi sacrifici della no­stra vita quotidiana.

Il voto è la promessa fatta a Dio di un bene adeguato e possibile. Esso e un atto di devo­zione che rende culto a Dio. Può essere fatto anche per ottenere qualche grazia da Dio. Il voto può essere dispensato dall’autorità competente, che per i voti privati emessi dai semplici fedeli può essere anche il parroco. La Chiesa riconosce un valore esemplare ai voti pubblici di castità, povertà e obbedienza, che caratterizzano lo stato religioso. La loro importanza nasce fatto che con questi voti il cristiano si distacca dai beni terreni e corporali, e anche da se stesso, per consacrarsi totalmente a Dio sommamente amato, il quale diventa cosi non solo il primo, ma l’unico bene. Lo stato religioso imita lo stile di vita di Gesù, che non formò una propria famiglia, ma visse una vita povera e austera in totale obbe­dienza al Padre. In tal modo la vita religiosa costituisce una manifestazione tutta particola­re della santità della Chiesa.

Il primo comandamento proibisce la super­stizione (attribuzione di qualche potere mira­coloso a cose o azioni che ne sono prive), l’i­dolatria (adorazione di qualche realtà creata), la divinazione (indebita ricerca di realtà occul­te), la magia (sfruttamento di potenze occul­te), la stregoneria e lo spiritismo. Inoltre proi­bisce i peccati di irreligione, cioè la tentazione di Dio (sfidare Dio), il sacrilegio (profanazio­ne di cose sacre) e la simonia (compravendita di beni sacri). Tutte le forme di divinazione o di magia, quali il ricorso a Satana o ai demoni, l’evoca­zione dei morti o altre pratiche simili, sono gravemente contrarie alla virtù della religione. Il primo comandamento proibisce in partico­lare anche la fede negli oroscopi, l’astrologia, la chiromanzia, la cartomanzia, l’interpretazio­ne dei presagi e delle sorti, i fenomeni di veg­genza, il ricorso ai medium e le pratiche spiri­tiche di qualsiasi tipo. Tali pratiche sono peccaminose perché con esse si nega a Dio il suo amore di Padre che provvede direttamente ai suoi figli e a cia­scuno personalmente. Inoltre in quelle prati­che si nasconde sempre un ricorso a poteri magici che si oppongono alla volontà di Dio, e spesso si fa ricorso esplicitamente o implicitamente al demonio.

Il culto cristiano delle immagini, invece, non è con­trario al primo comandamento, perché l’onore reso a un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato.

Per il fatto che respinge o rifiuta la fede in Dio, l’ateismo è un grave peccato contro la virtù della religione. La responsabilità di que­sta colpa può tuttavia essere fortemente atte­nuata dalle intenzioni o dalle circostanze. Diverso dall’ateismo è l’agnosticismo. L’agnosticismo è l’atteggiamento di chi non si pronuncia sull’esistenza di Dio, dichiarando che sarebbe impossibile provarla, così come è impossibile negarla. Spesso l’agnosticismo equivale a un ateismo pratico. In ogni caso è in contrasto con la virtù della religione.

Chi osserva fedelmente il primo comanda­mento ottiene la sicurezza di una fede sincera, il conforto della speranza, la gioia della carità, il gusto della preghiera e del culto divino.

 IL SECONDO COMANDAMENTO

Il secondo comandamento: “Non nomina­re il nome di Dio invano” ci prescrive di ri­spettare il nome del Signore, di testimoniarlo professando la nostra fede senza cedere alla paura, e di adempiere i giuramenti e le pro­messe fatte agli altri nel nome di Dio.

Il secondo comandamento ci proibisce in­nanzitutto la bestemmia, che è oggettivamente un peccato gravissimo. Ci proibisce inoltre di pronunciare il santo nome di Dio, come pure quello di Gesù Cristo, della Beata Vergine e dei Santi, nella collera, per scherzo o in altro modo poco riverente.

E’ qui necessario distinguere tra la bestemmia vera e propria e l’imprecazione. La bestemmia è rivol­ta contro Dio, mentre l’imprecazione può es­sere diretta anche contro il prossimo o contro gli avvenimenti a cui ci si ribella.

Il giuramento è quell’atto con cui si chiama Dio come testimone della verità di ciò che si dice o si promette. Con esso viene invocata la veracità divina a testimonianza della propria veracità. Il secondo comandamento proibisce i giuramenti falsi, e anche i giuramenti illeciti, cioè quelli con cui ci si impegna a compiere il male. Ovviamente, non siamo tenuti a compiere azioni ingiuste anche se abbiamo giurato di farlo e commet­teremmo un peccato nell’eseguire quelle azio­ni cattive a cui ci siamo colpevolmente impe­gnati in tale modo. Il linea di massima, è bene cercare di evitare di ricorrere al giuramento e riservarlo ai casi di vera necessità.

Chi osserva fedelmente il secondo comanda­mento ottiene una familiare confidenza con Dio, con la Beata Vergine Maria e con i Santi, la loro speciale protezione e una lode spontanea e gioio­sa della grandezza e dell’onnipotenza divina.

IL TERZO COMANDAMENTO

 Il terzo comandamento: “Ricordati di san­tificare le feste” ci ordina di onorare Dio con opere di culto nei giorni festivi di precetto.

La festa fondamentale e primordiale per noi cristiani è la Pasqua di Risurrezione, la cui celebrazione viene rivissuta ogni settimana nel giorno del Signore, cioè nella domenica.

Oltre alla domenica, attualmen­te in Italia sono giorni festivi di precetto la fe­sta della Santissima Madre di Dio (1 gennaio), l’Epifania (6 gennaio), l’Assunzione (15 ago­sto), Tutti i Santi ( 1 novembre), l’Immacolata Concezione (8 dicembre), il Natale del Signo­re (25 dicembre).

La Chiesa ha specificato il terzo comanda­mento con il precetto della partecipazione alla Santa Messa. Soddisfa a tale precetto chi assiste alla Messa dovunque essa venga celebrata con il rito cattolico, nel giorno stesso della festa o nel pomeriggio del giorno precedente. La Santa Messa festiva fonda e conferma tutto l’agire cristiano, per cui coloro che deli­beratamente e senza un reale impedimento non osservano questo obbligo commettono un peccato mortale. Non è possibile sostituire la Messa con un’altra pratica o con una messa feriale: sia perché la Santa Mes­sa è l’unico atto di culto veramente degno di Dio, sia perché ciò sarebbe apertamente contro il comandamento che prescrive di santificare la festa. E’ poi specialmente alla domenica, memo­riale della Pasqua, che i fedeli si sentono e diventano comunità, Popolo di Dio e Chiesa, uniti dallo Spirito di Cristo morto e risorto.

Il terzo comandamento ci proibisce il lavo­ro festivo. Nei giorni di precetto quindi i fedeli devono astenersi da quei lavori o da quelle at­tività che impediscono il culto dovuto a Dio, la letizia propria del giorno del Signore, la pra­tica delle opere di misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo. Si deve quindi anche evitare di imporre ad altri senza necessità ciò che impedirebbe loro di rispetta­re il giorno del Signore.

Chi osserva fedelmente il terzo comanda­mento si sente parte viva della grande famiglia di Dio, che ha Cristo come capo, gode della presenza dei fratelli nella fede e si sente parteci­pe del riposo di Dio (che il settimo giorno si ri­posò), vivendo quasi un piccolo anticipo del Paradiso.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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