Lineamenti di Teologia Cattolica – 10 (Morale II – i Sacramenti)

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I SACRAMENTI

I sacramenti sono dei segni e strumenti della grazia istituiti da Gesù Cristo per santifi­carci. La morale tratta dei sacramenti in quanto insegna in che modo riceverli degnamente e con frutto. Infatti la grazia che i sacramenti conferiscono è data in proporzione alle buone disposizioni di chi li riceve.

I sacramenti sono sette: Battesimo, Cresi­ma, Eucaristia, Penitenza, Unzione degli infer­mi, Ordine e Matrimonio.

I sacramenti di cui si occu­pa soprattutto la morale sono l’Eucaristia e la Penitenza, in quanto questi due sacramenti vengono ricevuti con frequenza e sono i mezzi privilegiati per progredire nella vita cristiana. Tuttavia è necessario conoscere qualcosa anche dell’aspetto mo­rale degli altri sacramenti.

Il Battesimo.

Il Battesimo è il sacramento che ci fa nasce­re alla vita della grazia e ci rende cristiani. Esso ci conferisce anche un segno inde­lebile, detto “carattere”, che permette di poter ricevere validamente tutti gli altri sacramenti. Il Battesimo si conferisce versando dell’ac­qua sul capo del battezzando e pronunciando le parole: “Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”.

Normalmente chi battezza è il Presbitero o il Diacono. Tuttavia in caso di necessità chiun­que, persino un non cristiano, può e deve bat­tezzare, purché abbia l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa. Questi Battesimi di urgenza si verificano soprattutto nel caso di bambini in pericolo di morte. Un adulto che riceve il Battesimo deve avere l’intenzione di ricevere il sacramento, la fede e il pentimento, almeno imperfetto, dei propri peccati perché il suo Battesimo sia valido.

Quando i battezzati sono dei bambini, come accade il più delle volte, i genitori si assumono il compito di conferire loro un’educazione cristiana. Essi devono con la parola e con l’esempio contribuire alla crescita spiri­tuale dei loro figli. La Chiesa non concede il Battesimo senza la garanzia di questo impe­gno, perché il Battesimo segna solo l’inizio della vita cristiana, la quale per sua natura de­ve crescere e svilupparsi. La Chiesa, inoltre, all’atto del Battesimo affianca ai genitori dei padrini, i quali è conferito il compito di aiutare i primi nel loro impe­gno di educazione cristiana.

La Cresima.

La Cresima, o Confermazione, è il sacra­mento, conferito dal Vescovo o da un suo delegato, che ci rende perfetti cristiani, cioè cristiani adulti nella fede e capaci di rendere pubblica testimonianza a Gesù Cristo, Nostro Dio e Signore morto e risorto per la nostra sal­vezza. E’ la forza dello Spirito Santo donata in questo sacramento che ci permette di testimo­niare e diffondere la nostra fede superando ogni vergogna o timore.

Chi riceve la Cresima, oltre a essere in gra­zia di Dio, deve conoscere le principali verità della fede cristiana e accostarsi al sacra­mento con devozione. Il padrino, o la madrina, della Cresima de­ve con la parola e con l’esempio istruire e aiu­tare il cresimato nell’impegno della vita cristia­na. Per sottolineare l’unità con il Battesimo è preferibile che il padrino o la madrina della Cresima siano gli stessi del Battesimo.

L’Eucaristia.

L’Eucaristia è il sacramento che sotto le specie o apparenze del pane e del vino contie­ne realmente il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo per il nutrimento spirituale delle anime. La Santissima Eucaristia conserva e accresce la grazia santificante, cancella i peccati veniali e preserva dai mortali, ci unisce sempre più a Gesù Cristo, capo del Corpo mistico, e alle sue membra, infonde consolazione spirituale, sostiene le nostre forze lungo il pellegrinaggio di questa vita, ci fa desiderare la vita eterna e già ci unisce alla Chiesa del Cielo, alla Beata Vergine Maria e a tutti i Santi.

Per fare degnamente la Santa Comunione si richiedono tre cose: essere in grazia di Dio, sapere e pensare Chi si va a ricevere, es­sere digiuni da almeno un’ora (eccezione fatta per l’acqua e le medicine e per i soggetti anziani o infermi). Chi è consapevole di essere in peccato mor­tale, per quanto sia pentito, deve confessarsi prima di ricevere l’Eucaristia, salvo casi ecce­zionali (grave motivo per accedere alla comunione unito all’impossibilità di confessarsi). Chi riceve l’Eucaristia in peccato mortale commette un grave sacrilegio, in quanto profa­na ciò che vi è di più sacro in mezzo a noi, cioè il Corpo santissimo di Cristo.

L’obbligo di ascoltare la Messa nei giorni festivi è però distinto da quello della comunione. Chi non è nelle condizioni di comunicarsi deve ascoltare comunque la Messa e rimandare la comunione.

La comunione è obbligatoria ogni anno nel periodo pasquale, e inoltre in pericolo di mor­te (viatico). Chi non si è comunicato entro il periodo pasquale deve farlo al più presto.

La Penitenza.

Il sacramento della Penitenza, o Riconcilia­zione, o Confessione, è il sacramento istituito da Nostro Signore Gesù Cristo per cancellare i peccati commessi dopo il Battesimo. E’ dun­que il sacramento della nostra guarigione spi­rituale, chiamato anche sacramento della con­versione, poiché realizza sacramentalmente il nostro ritorno fra le braccia del Padre dopo che ce ne siamo allontanati con il peccato. Dopo il Battesimo, non è possibile ottenere il perdono dei peccati mortali senza la Con­fessione, anche se è possibile anticipare il per­dono con la contrizione perfetta accompagna­ta dal proposito di confessarsi.

Per fare una buona Confessione occorre: fare un accurato esame di coscienza, avere il dolore per i peccati commessi e il fermo pro­posito di non commetterli più in avvenire (contrizione o attrizione), manifestare i propri peccati al Presbitero (accusa o confessione), eseguire la penitenza (soddisfazione).

L’esame di coscienza è la diligente ricerca dei peccati commessi dopo l’ultima Confes­sione ben fatta. Dei peccati gravi o mortali bisogna ricercare anche il numero, perché ogni singolo pecca­to mortale va accusato nella Confessione.

Il dolore dei peccati è il sincero rammarico e la detestazione dei peccati commessi. Il dolore è di due tipi: dolore perfetto (o contrizione) e dolore imperfetto (o attrizione). Si ha il dolore perfetto o contrizione quan­do ci si pente dei propri peccati perché si è offeso Dio, infinitamente buono e degno di essere amato sopra ogni cosa, tradendo il suo amore: cioè quando il dolore nasce dall’amore disinteressato verso Dio, vale a dire dalla carità. Si ha il dolore imperfetto o attrizione quan­do il pentimento, per quanto sempre ispirato dalla fede, ha motivazioni meno nobili: p. es. quando nasce dalla considerazione del disordi­ne causato dal peccato, o dal timore della dannazione eterna (Inferno) e delle altre pene che il peccatore vede incombere su di sé. Il dolore perfetto unito al proposito di confessarsi ottiene subito il perdono; il dolore imperfetto lo ottiene invece solo nella confessione sacramentale.

Per la validità della confessione è sufficiente pentirsi di tutti i peccati mortali, ma per il pro­gresso spirituale è necessario pentirsi anche dei peccati veniali.

Il pentimento riguarda sostanzialmente il passa­to, ma implica necessariamente un impegno per il futuro con la ferma volontà di non commettere mai più il peccato. La previsione del peccato futuro non impe­disce che vi sia il proposito sincero di non più commetterlo, perché il proposito dipende dalla volontà, mentre la previsione dipende solo dalla conoscenza che noi abbiamo della nostra debolezza.

L’accusa, o confessione, è la manifestazione umile e sincera dei propri peccati al sacerdote confessore. Siamo obbligati a confessare tutti i singoli peccati gravi, o mortali, commessi dopo l’ulti­ma confessione ben fatta.

Le mancanze oggettivamente mortali più frequenti sono (seguendo l’ordine dei coman­damenti): praticare in qualsiasi modo la ma­gia; bestemmiare; perdere la Messa alla dome­nica o nelle feste di precetto senza un grave motivo; trattare male in maniera grave i propri genitori o superiori; uccidere o ferire gravemente una persona innocente; procurare di­rettamente l’aborto; cercare il piacere sessuale da soli o con altre persone che non siano il proprio coniuge; per i coniugi impedire il con­cepimento nell’atto coniugale; rubare una somma rilevante, anche sottraendosi al pro­prio lavoro; sparlare in modo grave del prossi­mo o calunniarlo; coltivare volontariamente pensieri o desideri impuri: mancare gravemen­te al proprio dovere; non accostarsi alla Santa Comunione nel periodo pasquale; accostarsi alla Santa Comunione in stato di peccato mor­tale; tacere volontariamente un peccato grave nella confessione.

Se uno dimentica di confessare un peccato mortale ottie­ne ugualmente il perdono, però nella Confes­sione seguente deve confessare il peccato dimenticato. Se uno, per vergogna o per altri motivi, tace un peccato mortale non solo non ottiene alcun perdono, ma commette un nuovo peccato di sacrilegio, cioè di profanazione di una realtà sacra.

La confessione dei peccati veniali non è necessaria, ma è molto utile per il progresso della vita cristiana.

Il confessore è sempre tenuto a dare l’asso­luzione se il penitente è ben disposto, cioè è sinceramente pentito di tutti i suoi peccati mortali. Se invece il penitente non è ben disposto, non avendo il dolore o il proponi­mento, allora il confessore non può e non ve dare l’assoluzione.

Il penitente dopo l’assoluzione deve com­piere la penitenza che gli è stata imposta e ripa­rare i danni che i suoi peccati avessero even­tualmente arrecato al prossimo (p. es. deve re­stituire la roba rubata).

Gli effetti del sacramento della Penitenza sono la riconciliazione con Dio e con la Chiesa, il recupero della grazia santificante, l’accrescimento delle forze spirituali per camminare verso la perfezione, la pace e la serenità della coscienza con una vivissima con­solazione dello spirito.

Chi ha difficoltà a confessarsi deve consi­derare che il sacramento della Penitenza è un dono meraviglioso che il Signore ci ha fatto. Nel “tribunale” della Penitenza il colpevole non viene mai condannato, ma solo assolto. Chi si confessa poi non si incontra con un semplice uomo, ma con Gesù il quale, presen­te nel suo ministro, come fece un tempo con il lebbroso del Vangelo (Mc 1, 40 ss.) ancora oggi ci tocca e ci guarisce; e come fece con la fanciulla che giaceva morta ci prende per ma­no ripetendo quelle sue parole: “Talita kum, fanciulla, io ti dico, alzati!” (Mc 5, 41).

La Confessione è un mezzo straordinaria­mente efficace per progredire nella via della perfezione. Oltre infatti a darci la grazia “me­dicinale” propria del sacramento, essa ci fa esercitare le virtù fondamentali della nostra vi­ta cristiana. L’umiltà innanzitutto, che è la base di tutto l’edificio spirituale, poi la fede in Gesù Salvatore e nei suoi meriti infiniti, la speranza del perdono e della vita eterna, l’amore verso Dio e verso il prossimo, l’apertura del nostro cuore alla riconciliazione con chi ci ha offeso. Infine la sincerità, il distacco dal peccato e il desiderio sincero di progredire spiritualmente.

L’Unzione degli infermi.

L’Unzione degli infermi, detta anche Olio santo, è il sacramento, amministrato dal Presbitero, che conferisce una grazia speciale al cri­stiano provato da qualche grave malattia o dalla vecchiaia.

Per ricevere degnamente l’Unzione degli infermi è necessario essere in stato di grazia, confidare nella virtù del sacramento e nella divina misericordia, e infine abbandonar­si alla volontà di Dio.

E’ sommamente raccomandabile ricevere l’Unzione degli infermi quando si è ancora nel pieno possesso delle proprie facoltà, perché questo sacramento, come tutti gli altri sacra­menti, aumenta la grazia in proporzione alle buone disposizioni e al fervore di chi lo riceve. In chi la riceve con fede e devozione l’Un­zione degli infermi produce l’unione con la passione di Gesù Cristo, per il bene del mala­to e di tutta la Chiesa, dona conforto e pace, dà il perdono dei peccati qualora il malato non avesse potuto ottenerlo col sacramento della Penitenza, conferisce anche la salute fisi­ca se questa giova alla salvezza spirituale dell’infermo, prepara l’eventuale passaggio alla vita eterna.

La carità cristiana richiede che non si prov­veda soltanto al corpo, ma anche all’anima dei malati e degli anziani. Chi assiste i malati è quindi impegnato a far sì che non manchino i conforti della fede a colo­ro che si trovano vicini al momento che deci­derà della loro salvezza eterna.

L’Ordine sacro.

L’Ordine sacro è il sacramento, ammini­strato dal Vescovo, che conferisce i tre gradi del ministero gerarchico della Chiesa, che cioè consacra i Vescovi, i Presbiteri e i Diaconi. E’ assolutamente necessario, per esplicita volontà del suo fondatore, che nella Chiesa vi siano dei ministri ordinati, attraverso i quali il Signore risorto continua a operare la salvezza in mezzo a noi. Se non ci fossero i Vescovi e i Presbiteri verrebbe a mancare il sacramento della Confessione e noi resteremmo nei nostri peccati, non verrebbe più celebrata la Santa Messa e non potremmo più ricevere l’Eucari­stia. Verrebbe cioè compromessa tutta l’esi­stenza cristiana.

I cristiani devono ai loro ministri rispetto e ubbidienza, ricordando le parole di Gesù: “Chi ascolta voi, ascolta me, chi disprezza voi disprezza me” (Lc 10, 16). Inoltre devono cooperare con loro nelle opere di apostolato e impegnarsi nel promuovere le vocazioni. Chi si sente chiamato, poi, deve sempre ricordare che non vi è cosa più bella che consacrare la propria vita al Signore.

I cristiani devono provvedere, secondo le loro possibilità e seguendo le vie predisposte anche dalla legge civile, al sostentamento eco­nomico di coloro che si dedicano totalmente al nostro bene spirituale.

Il Matrimonio.

Il Matrimonio è il sacramento istituito da Gesù Cristo che stabilisce un’unione santa e indissolubile tra l’uomo e la donna, dando loro la grazia di amarsi fedelmente e di educa­re cristianamente i loro figli. Per contrarre validamente il Matrimonio è necessario essere liberi da eventuali impedi­menti e prestare liberamente il proprio con­senso dinanzi all’assistente designato (abitual­mente un Presbitero) e a due testimoni. Occorre inoltre essere sufficientemente istruiti sulle ve­rità della fede e della morale, in particolare su quelle che sono le proprietà essenziali del ma­trimonio.

Le proprietà essenziali del Matrimonio sono l’unità, che esclude la poligamia, l’in­dissolubilità, che esclude il divorzio, e l’aper­tura alla fecondità, che esclude la volontà di non generare. Questo significa che se uno non intende esclude­re la bigamia o la poligamia, oppure non è deciso a rimanere per sempre fedele al suo coniuge, escludendo cioè il divorzio, oppure se non vuole in alcun modo avere figli, non contrae validamente il Matrimonio.

Perché il matrimonio, oltre che valido, sia anche spiritualmente proficuo si richiede che i contraenti siano in stato di grazia e ricevano il sacramento con fede e devozione.

Per legge divina e naturale ogni unione di tipo sessuale è lecita soltanto nel matrimonio legittimo fra uomo e donna. Per i bat­tezzati poi non esiste alcun matrimonio valido che non sia anche sacramento.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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