Lineamenti di Teologia Cattolica – 09 (Morale I)

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LA MORALE

La morale è la norma che regola i costumi umani ed esprime l’attuazione delle esigenze indispensabili per esercitare bene il “mestiere” di uomo. Ecco quindi che possiamo definire la morale cattolica come quella norma che regola i costumi del cristiano (cattolico) e che esprime le esigenze indispensabili per esercitare il mestiere di cristiano (cattolico).

La morale non è un gabbia o una prigione che toglie la libertà. Al contrario, l’insieme delle regole di comportamento che essa propone serve proprio a custodire la libertà, perché l’uomo possa raggiungere, sia a livello individuale che comunitario, la sua piena realizzazione. Così come le regole della buona salute hanno lo scopo di garantire il benessere fisico dell’uomo, così le norme morali sono le condizioni necessarie per permettergli di raggiungere il pieno sviluppo delle sue capacità di conoscenza e di amore.

E’ possibile riassumere tutto il contenuto della morale cattolica in poche parole dicendo che la cosa più importante per ciascuno è vivere, crescere e perseverare nella grazia di Dio, osservando i comandamenti ed evitando il peccato, meritando così la felicità eterna. La morale cattolica è esigente ed impegnativa, poiché si propone un ideale altissimo, quello di vivere come figli di Dio. Per raggiungere tale ideale di vita, però, noi siamo aiutati dagli esempi di Nostro Signore Gesù Cristo, della Vergine Maria, dei Santi e soprattutto dalla grazia dello Spirito Santo che ci viene data per tramite dei sacramenti e che possiamo chiedere nella preghiera.

LE AZIONI UMANE

La morale si occupa delle azioni umane, vale a dire di quelle azioni che sono compiute da ognuno di noi con coscienza e deliberazione, e che quindi impegnano la nostra libertà e la nostra responsabilità. Dove per libertà si intende il potere, radicato nella ragione e nella volontà, che l’uomo ha di comandare se stesso, di agire o di non agire, di fare una cosa o di non farla.

Vi sono dei fattori che possono intaccare la libertà e la responsabilità dell’uomo. Questi sono l’ignoranza, la violenza, il timore e tutti i vari condizionamenti psichici e sociali a cui tutti noi siamo sottoposti. L’ignoranza, in alcuni casi, può persino annullare la colpa, nella misura in cui essa stessa è incolpevole. Le passioni, vale a dire quelle emozioni o moti della sensibilità che spingono ad agire o a reagire in modo istintivo, diminuiscono la responsabilità nella misura in cui sono subite involontariamente, mentre l’acuiscono nella misura in cui sono volontariamente alimentate. Anche le abitudini possono diminuire o aumentare la responsabilità a seconda che siano subite involontariamente o coltivate volontariamente.

In base a che cosa possiamo dire che un’azione umana è buona o cattiva?

In base a tre fattori: l’oggetto, le circostanze ed il fine. L’oggetto, o contenuto, è il bene, vero o presunto, su cui si porta direttamente l’azione. Le circostanze sono le varie situazioni che si aggiungono all’oggetto e ne modificano in qualche modo il valore morale. Il fine (o intenzione) è ciò a cui si tende nel compiere una determinata azione. Perché un’azione sia moralmente buona devono essere buoni tutti e tre questi fattori. In morale, il fine non giustifica mai i mezzi, una buona intenzione non può rendere buono ciò che è in sé stesso cattivo. Ad esempio, l’uccisione di un innocente non è una cosa buona, ecco perché non ci è mai moralmente lecito uccidere un innocente, sia anche per salvare la vita di un altro innocente (come nel caso dell’aborto “terapeutico”).

Fondamentale è, in morale, la nozione di coscienza. La coscienza, infatti, è il giudizio della ragione mediante il quale la persona valuta se l’azione che sta per compiere, o che ha già compiuta, è buona o cattiva. Di conseguenza, è sempre peccato andare contro la propria coscienza. La coscienza può essere vera (retta) o falsa (erronea). La coscienza sarà vera o falsa a seconda che il suo giudizio concordi o meno con l’obbiettiva legge morale. Nel caso in cui si segua la propria coscienza (si sia quindi in buona fede), ma si compiono di fatto azioni cattive perché la propria coscienza è erronea, si commette peccato nella misura in cui si è colpevoli della propria ignoranza e quindi dell’erroneità della propria coscienza (cosa che accade, purtroppo, molto spesso, perché non tutti si adoperano ad istruirsi ed educare la propria coscienza in maniera retta). Nel caso qualcuno sia nel dubbio se un’azione sia moralmente lecita o illecita (dubbio di coscienza), prima di agire ha il dovere di chiarire questo suo dubbio, poiché è peccato compiere un’azione pensando che questa possa essere peccaminosa.

E’ possibile educare la propria coscienza seguendo l’insegnamento della Chiesa, che è nostra Madre nella fede e che è stata incaricata da Nostro Signore di istruire tutti i suoi figli nella verità.

IL PECCATO

Il peccato è la trasgressione della legge di Dio e il rifiuto del vero bene dell’uomo. Chi pecca respinge l’amore divino, si oppone alla propria dignità di uomo chiamato ad essere figlio di Dio e ferisce la bellezza della Chiesa, di cui ogni cristiano deve essere pietra viva. E’ possibile peccare con i pensieri (compiacendosi del male), con i desideri (desiderando il male), con le parole, con le opere e con le omissioni (non facendo il bene che si può e si deve fare).

Non tutti i peccati hanno la medesima gravità: vi sono infatti i peccati veniali (perdonabili) ed i peccati mortali. Il peccato mortale è una trasgressione della legge di Dio in materia grave, fatta con piena avvertenza (consapevolmente) e con deliberato consenso (volontariamente). “Materia grave” vuol dire che l’oggetto o contenuto dell’azione costituisce una trasgressione rilevante della legge morale. Il peccato veniale, invece, è una trasgressione della legge di Dio in cui manchi la gravità della materia, la pienezza dell’avvertenza o il deliberato consenso. Il peccato è detto mortale perché separa da Dio facendo perdere la grazia santificante, che è la vita dell’anima. Inoltre, il peccato mortale distrugge la carità nel nostro cuore e ci distoglie da Dio, sommo Bene e nostra beatitudine. Se non è sanato mediante il sacramento della Penitenza provoca l’esclusione dal Paradiso e la morte eterna dell’anima (l’Inferno), priva dei meriti acquisisti e impedisce ogni crescita spirituale rendendoci schiavi del male. Non c’è pertanto nulla di più grave e di più dannoso del peccato mortale, il quale ci separa da Gesù, nostro unico Salvatore. Il peccato veniale, invece, non è tale da separarci da Dio e non uccide in noi la vita della grazia. Nonostante questo, però, esso raffredda il fervore della vita cristiana, ostacola il cammino di perfezionamento, merita il Purgatorio nell’altra vita e può disporre al peccato mortale.

Il vizio è ciò che rende l’animo cattivo. Si tratta di un’affezione spirituale che rende incostante ed incoerente tutta la vita. I vizi sono disposizioni permanenti da cui procedono gli atti cattivi (i peccati). Si distinguono tradizionalmente sette vizi o peccati capitali: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’ira, la gola, l’invidia e l’accidia.

La superbia è il disordinato desiderio di onori e di superiorità; è grave quando porta l’uomo a non sottomettersi neppure a Dio; è veniale quando la persona, pur sottomettendosi all’autorità, conserva uno sregolato desiderio di distinzione. Questo può divenire grave quando sia congiunto ad ingiustizia pesante verso altri o motivo di peccati gravi.

L’avarizia è il disordinato attaccamento ai beni temporali; è grave qualora spinga a trasgredire il precetto della carità verso il prossimo o altri doveri.

La lussuria è peccato grave quando è voluto direttamente. Può essere consumato e non consumato, secondo natura e contro natura.

L’ira è un disordinato e furioso trasporto dell’anima congiunto ad amara vendetta; è grave quando sorpassa l’uso della ragione e diventa quindi contraria alla giustizia e alla carità. Altrimenti è soltanto veniale.

La gola, o intemperanza, è la brama disordinata di mangiare o bere sregolatamente. Quando ciò avviene fino alla perdita totale della ragione, nella ubriachezza, nell’uso di narcotici, stupefacenti e affini, è peccato grave.

L’invidia si ha quando, considerando i beni del prossimo, si prova come una diminuzione dei beni propri, fino a desiderare che gli altri siano privati di ciò che hanno. Può essere grave in proporzione all’oggetto, è veniale se ci si ferma al senso di tristezza e malcontento.

L’Accidia è noia o fatica nel servizio di Dio, e nelle opere buone. Può essere grave, se comporta pieno consenso contro l’amore di Dio, o tristezza nell’uso dei mezzi concessi o prescritti per la nostra salvezza. Altrimenti è veniale.

LE VIRTU’

La virtù è una disposizione buona che rende l’uomo capace di compiere il bene facilmente ed in maniera gratificante (le virtù sono quindi antitetiche rispetto ai vizi). Si distinguono due tipi fondamentali di virtù: le virtù acquisite e quelle infuse. Le virtù acquisite sono quelle che possiamo acquistare con il nostro sforzo attraverso la ripetizione delle azioni buone; le virtù infuse, invece, sono quelle che riceviamo direttamente da Dio in dono assieme alla grazia.

Le virtù acquisite, dette anche virtù morali, si raggruppano attorno a quattro virtù fonda­mentali, dette cardinali, e che sono la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. La prudenza è quella virtù che ci dispone a comprendere in ogni circostanza ciò che è giu­sto fare. La giustizia è il fermo proposito di dare a ciascuno ciò che gli è dovuto. La fortezza è la costanza nel perseguire il bene e la capacità di superare gli ostacoli che vi si oppongono. La temperanza è il pieno dominio di sé che mette in grado di non lasciarsi vincere dai pia­ceri dei sensi.

Le virtù cardinali, e in genere tutte le altre virtù morali a esse collegate, permettono di compiere il bene morale prontamente, con na­turalezza e con gioia. Senza le virtù l’uomo può compiere qual­che azione buona, se vuole, ma il più delle volte lo può fare solo con fatica e con sforzo, per cui non può essere costante nel bene.

Le principali virtù infuse sono la fede, la speranza e la carità, che prendono il nome di virtù teologali perché si riferiscono diretta­mente a Dio.

La fede è quella virtù teologale mediante la quale crediamo fermamente ciò che Dio ha rivelato e la Santa Chiesa ci propone come verità da credere. La vera fede è credere in tutte le verità rive­late da Dio e proposte infallibilmente dal Ma­gistero della Chiesa. Se si nega anche una sola verità non si è più cattolici. Si può riacquistare la fede perduta e torna­re così a essere credenti cattolici pentendosi del peccato commesso e credendo di nuovo a tutto ciò che la Chiesa insegna. Occorre però tenere presente che chi ha rinnegato espressa­mente la fede deve anche chiedere all’autorità competente l’assoluzione dalla scomunica nella quale è incorso con tale peccato.

La speranza è quella virtù teologale grazie alla quale desideriamo e attendiamo la vita eter­na che Dio ci ha promesso, e gli aiuti necessari per ottenerla. La nostra speranza si fonda sulla misericor­dia di Dio e sui meriti di Gesù Cristo, Nostro Salvatore.

La carità è quella virtù teologale mediante la quale amiamo Dio sopra ogni cosa in quanto Bontà infinita che ci chiama a partecipare alla sua stessa vita mediante la grazia e amiamo il prossimo come noi stessi per amore di Dio. E’ nostro dovere, infatti, amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze, cioè senza misura. La carità esige come minimo che si sia disposti a rinunciare a qualsiasi bene creato pur di non offendere Dio con il peccato mor­tale. Si dice che in questa vita la carità è perfetta quando viene escluso non solo ogni peccato mortale o veniale deliberato, ma anche tutto ciò che può impedire di amare Dio con tutto il cuore. Il cristiano giunto a questo grado di amo­re vive in pienezza le beatitudini evangeliche.

Le beatitudini evangeliche proclamate da Gesù nel discorso della montagna (Mt 5,3-10) sono:

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giu­stizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei cieli.

La virtù della carità si porta innanzitutto su Dio, ma poi si estende anche a noi stessi e al nostro prossimo, cioè a tutti gli uomini indi­stintamente, come pure agli angeli del cielo. Da ciò deriva che dobbiamo amare anche i nemici, perché Dio li ama e li vuole salvi. Pertanto, ci viene richiesto, come minimo, di non escluderli da quei segni di buona educazione che mostriamo general­mente a tutti gli uomini.

Si perde la carità nel momento in cui si compie un qualsiasi peccato mortale. La carità perduta si può riacquistare solo con il sacramento della Confessione, o almeno con un atto di contrizione perfetta unito al proposito di confessarsi.

Alla carità sono legate delle attitudini permanenti che rendono l’uomo docile nel seguire le ispirazioni dello Spirito Santo. Tali attitudini sono dette doni dello Spirito Santo. I doni dello Spirito Santo sono sette, e precisamente la sapienza, l’intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio. I doni dello Spirito Santo si trovano in chiunque possiede la carità. Come la carità pos­sono però essere più o meno intensi. Il loro prevalente influsso caratterizza la vita mistica.

LA GRAZIA

La grazia è un dono soprannaturale me­diante il quale Dio ci rende partecipi della sua vita trinitaria. La grazia si divide in grazia santificante e grazia attuale. La grazia santificante è un dono stabile e soprannaturale, cioè superiore alle possibilità della natura, che eleva e perfeziona la nostra anima facendo sì che diveniamo figli di Dio ed eredi del Paradiso. La grazia attuale, invece, è un intervento di Dio che muove l’anima verso il bene soprannaturale. Questa è detta attuale perché non è una qualità sta­bile, ma un aiuto transitorio.

La grazia santificante è sempre accompa­gnata dalle tre virtù teologali e dai doni dello Spirito Santo. L’opposto, invece, non è sempre vero, perché anche chi è privo della grazia santificante può conservare la fede e la speranza, mediante le quali con l’aiuto della grazia attuale può intraprendere il cammino del ritorno a Dio, cioè della piena conversione. La grazia santificante non è compatibile con il peccato mortale, che è detto appunto “mor­tale” perché, facendo perdere la grazia santi­ficante, distrugge la vita soprannaturale dell’a­nima.

Il passaggio dallo stato di peccato allo stato di grazia è detto giustificazione. In chi non è battezzato la giustificazione avviene attraverso la fede che conduce al sa­cramento del Battesimo. Nel caso invece di un peccatore già battezzato la giustificazio­ne avviene mediante il sacramento della Pe­nitenza o Confessione.

“Essere in grazia di Dio” è l’espressione che significa possede­re la grazia santificante, cioè avere l’anima li­bera dal peccato mortale. Vivere in grazia di Dio, e in particolare mo­rire in grazia di Dio, è l’unica cosa veramente importante per l’uomo. Il dono per cui l’uomo ottiene di morire in grazia di Dio viene detto “perseveranza finale”. Il gran dono della perseveranza finale può essere ottenuto con la preghiera umile e fidu­ciosa, fatta confidando soprattutto nell’inter­cessione della Beata Vergine Maria, alla quale chiediamo spesso di pregare per noi “nell’ora della nostra morte”.

Il merito è un certo diritto a ricevere una ricompensa per le proprie azioni. Dio concede gratuitamente questo diritto a chi è in stato di grazia, per cui le azioni buone compiute dall’uomo meritano un aumento della grazia stes­sa e, se l’uomo persevera sino alla fine, la vita eterna.

La santità cristiana è quello stato in cui l’uomo, avendo corrisposto alla grazia di Dio e avendo così raggiunto la piena conformazione a Cristo, vive la carità in modo perfetto sotto la guida dello Spirito Santo.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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1 reply

  1. si potrebbe dire che la “morale” cristiana predicata dlla Chiesa sono gli scarponi , i ramponi e i vestiti caldi con cui salire sulla Montagna Sacra come dice il seguente gustosissimo apologo:

    traditioliturgica.blogspot.it/2016/06/a-cosa-serve-la-chiesa.html

    Così “scarponi” e “giacche termiche” che abbiamo ereditato nel passato e che chiamiamo anche “tradizione” non le capiamo più e le buttiamo in un angolo: infatti chi vive in pianura o in collina non ha bisogno né degli uni né delle altre! Oggi la cosa più patetica è che molto clero ha in profonda antipatia la tradizione manifestando, dunque, la sua profonda ignoranza su di essa e indicando che il suo cuore abita in tutt’altro luogo che nella tradizione evangelica.

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