Lineamenti di Teologia Cattolica – 07 (I Sacramenti)

pannello cresima battesimo

I SACRAMENTI IN GENERALE

I sacramenti sono i mezzi con i quali ci giunge la salvezza procurataci da Gesù con il suo mistero pasquale. Noi, infatti, veniamo in contatto con Gesù e con il suo mistero salvifico mediante la fede e i sacramenti della fede. I sacramenti prolungano l’attività salvifica che Gesù esercitava quando era su questa terra. Gesù era solito guarire i malati toccandoli. Oggi, assiso alla destra del Padre, ci tocca e ci salva dalle nostre malattie spirituali per tramite dei sacramenti.
La Chiesa, dice S. Tommaso d’Aquino, è “fabbricata” dai sacramenti (soprattutto del Battesimo, dell’Ordine sacro e dell’Eucaristia) ed è la Chiesa che amministra i sacramenti (ecco perché si parla di sacramenti della Chiesa).
Così come in Cristo troviamo il Verbo (o Parola) e l’umanità sensibile, nei sacramenti troviamo delle parole e delle realtà materiali. Nei sacramenti, la componente sensibile (che può essere costituita da cose o gesti visibili) prende il nome di “materia”, mentre le parole prendono il nome di “forma”. Le parole sono una componente essenziale dei sacramenti in quanto servono a specificare il senso del gesto esteriore. Ad esempio, versare l’acqua sul capo di un bambino può avere diverse finalità: le parole della forma specificano che si tratta dell’amministrazione di un sacramento. I sacramenti sono segni efficaci, i quali producono cioè una realtà di grazia analoga a quanto è indicato dal segno esterno. Sempre per rimanere nell’ambito del Battesimo, ad esempio, il gesto esterno di purificazione produce effettivamente la purificazione dal peccato.
Effetto principale dei sacramenti è la grazia. Alcuni sacramenti (il Battesimo, la Cresima e l’Ordine sacro) producono anche il carattere, un segno spirituale indelebile, il quale abilita al culto divino e rende partecipi del sacerdozio di Cristo. Tali sacramenti possono quindi essere amministrati al fedele una sola volta nel corso della sua vita.

I sacramenti non producono la grazia nel medesimo modo. Del resto, se così fosse, non ci sarebbe bisogno di più sacramenti. Ogni sacramento produce la grazia santificante, ma a questa aggiunge uno speciale aiuto divino per conseguire l’effetto del sacramento. In tal senso si è soliti parlare di diverse “grazie sacramentali”. Nel sacramento della Confessione, ad esempio, la grazia sacramentale comprende gli aiuti necessari per non ricadere nel peccato.

Tutti i sacramenti sono stati istituti da Cristo, il quale per taluni di essi ha specificato sia la grazia sacramentale sia il segno esterno che la significa e la produce, mentre per altri ha lasciato alla Chiesa la determinazione precisa del rito esterno (istituzione generica). Il ministro primario e principale dei sacramenti è quindi sempre Gesù Cristo. Egli però si serve, quali cause strumentali, dei ministri della Chiesa. Ecco perché il sacramento agisce per se stesso, indipendentemente dal grado di santità del ministro che lo conferisce. E’ in questo senso che si dice che il sacramento agisce ex opere operato, cioè in forza dell’opera stessa compiuta, nella misura, però, in cui il ministro abbia l’intenzione di agire in conformità con ciò che fa la Chiesa.

Il sacramento produce infallibilmente il suo effetto, sempre che chi lo riceve non vi ponga ostacolo (la grazia è infatti un dono di Dio e può pertanto essere rifiutata). Se una persona a cui viene amministrato un sacramento non ha l’intenzione di riceverlo, il sacramento è invalido. Se invece ha l’intenzione, ma non ha le disposizioni richieste, il sacramento è valido, anche se non produce la grazia. Anche per ricevere il carattere è sufficiente l’intenzione. Chi abbia ricevuto il carattere ma non la grazia (in quanto nel momento in cui gli è stato amministrato un determinato sacramento egli non era nelle disposizioni richieste), potrà ricevere quest’ultima solo quando si sarà messo nelle dovute disposizioni. Per esempio, un adulto che riceve il Battesimo senza essersi pentito dei suoi peccati, riceve la grazia solo quando si pente dei peccati. In questo caso, allora, il sacramento “revivisce”, cioè produce quell’effetto di grazia che era stato ostacolato.

I sacramenti possono essere distinti in tre categorie: i sacramenti dell’iniziazione cristiana (Battesimo, Cresima e Eucaristia), i sacramenti della guarigione (Penitenza e Unzione degli infermi) e i sacramenti del servizio della comunione (Ordine sacro e Matrimonio). Il sacramento più nobile è senza dubbio Eucaristia, poiché non comunica solo la grazia, ma contiene l’Autore della grazia stessa. I sacramenti più necessari sono invece il Battesimo e la Penitenza, poiché danno o restituiscono la grazia santificante a chi non ce l’ha o l’ha perduta, e possedere la grazia santificante è condizione indispensabile per la salvezza. Ecco il motivo per cui questi due sacramenti vengono detti “sacramenti dei morti”, in quanto sono stati istituiti per chi non ha la vita nella grazia ed è quindi spiritualmente morto. Gli altri sacramenti, i quali presuppongono lo stato di grazia, vengono invece detti “sacramenti dei vivi”.

  1. Tommaso d’Aquino vede un’analogia tra le vicende fondamentali della vita terrena e quelle della vita soprannaturale, alle quali sono legate le varie grazie sacramentali. Così anche nella vita soprannaturale c’è una nascita (Battesimo), una crescita (Cresima), un nutrimento (Eucaristia), la guarigione dal peccato (Penitenza), l’eliminazione delle scorie del peccato (Unzione degli infermi). Ci sono poi il governo della comunità cristiana (Ordine sacro) e la sua crescita (Matrimonio).

I SETTE SACRAMENTI

Il Battesimo.

Il Battesimo (dal greco baptìzo, immergo) è il sacramento che, immergendoci nel mistero pasquale, ci fa morire al peccato e rinascere nella nuova vita della grazia. Il Battesimo “fa” il cristiano, aprendo la porta a tutte le altre fonti di santificazione sacramentale che lo presuppongono e lo richiedono; fonda la vita cristiana e contiene in germe tutti i suoi sviluppi futuri. Esso ci rende figli adottivi di Dio, fratelli di Gesù Cristo, membra del suo corpo mistico, templi vivi dello Spirito Santo. Il battesimo cancella il peccato originale, ecco il motivo per cui la Chiesa lo amministra ai bambini. Negli adulti esso cancella anche tutti i peccati attuali.

La cancellazione del peccato originale coincide con l’infusione della grazia, poiché il peccato originale altro non è che la privazione della grazia.

Il carattere battesimale incorpora il battezzato a Cristo e quindi al suo corpo mistico (la Chiesa). Il Battesimo segna il cristiano con un sigillo spirituale indelebile come appartenente a Cristo. Tale sigillo non viene cancellato dal peccato, per quanto questo impedisca al Battesimo di potare i frutti della salvezza. Il carattere battesimale rende inoltre capaci di ricevere tutti gli altri sacramenti, i quali senza di esso sarebbero invalidi.

Il Battesimo è necessario per salvezza, anche se (come si disse sopra) questo può essere anche di sangue e di desiderio, oltre che d’acqua.

Il ministro del battesimo è generalmente un presbitero o un diacono. In caso di emergenza, però, chiunque può battezzare, purché lo faccia con l’intenzione di fare quanto fa la Chiesa. Attualmente, il rito del Battesimo dei bambini si articola in quattro momenti: accoglienza, liturgia della parola, liturgia del sacramento, conclusione. L’accoglienza è fatta ai genitori e ai padrini che presentano i bambini per il Battesimo e si assumono l’impegno di educarli alla fede (per questo si dice che il Battesimo viene amministrato ai bambini nella fede dei genitori e della Chiesa tutta). La parola di Dio è proposta in buon numero di testi, dove sono presenti i grandi temi della nuova nascita, della vita di Cristo in noi, dell’appartenenza alla Chiesa. Dopo la preghiera e l’unzione con l’olio dei catecumeni, segue il rito battesimale vero e proprio. Si benedice l’acqua, si rinuncia al male e si recita la professione di fede nella Trinità. Il nuovo rito rivaluta il gesto dell’immersione, che è senza dubbio il più espressivo, ma il gesto più comune è quello dell’infusione dell’acqua. Il celebrante versa tre volte l’acqua sul capo del battezzando, pronunciando le parole: “Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”. Seguono l’unzione con il Crisma (a significare la nuova dignità di cristiano), la vestizione con l’abito bianco (simbolo di immortalità ed incorruttibilità), la consegna della luce (il cristiano è un “illuminato”). Il rito termina con la recita della preghiera del Signore e la benedizione.

La Cresima.

La Cresima, o Confermazione, è il sacramento che ci rende cristiani completi, che ci fa entrare nell’età adulta da un punto di vista spirituale. In essa il battezzato riceve il dono dello Spirito Santo, che nella Pentecoste fu mandato dal Signore risorto sugli apostoli (At 2).

Il rito della Cresima consiste nell’ungere a forma di croce la fronte del cresimando con il sacro Crisma (olio profumato), pronunciando le parole: “Ricevi il sigillo dello Spirito Santo che ti è dato in dono”. Il Crisma ha una simbologia molto ricca. L’olio rappresenta l’unzione dello Spirito Santo. Gesù stesso fu detto Cristo per via dello Spirito Santo abitante in lui nella pienezza. All’olio viene aggiunto del profumo per via del fatto che nella Cresima lo Spirito Santo è dato in vista della testimonianza, in ragione della quale noi dobbiamo essere “il buon profumo di Cristo” (2 Cor 2,15). La Cresima, in genere, viene amministrata dal Vescovo, poiché questo è il sacramento della perfezione cristiana ed è quindi assai conveniente che sia il Vescovo il suo ministro, in quanto possiede la pienezza del potere sacramentale. In caso di necessità, però, la Confermazione può anche essere amministrata da un presbitero su mandato del Vescovo. Infatti, il Crisma deve essere sempre consacrato dal Vescovo, per cui questi rimane sempre il ministro “originario” del sacramento.

La Cresima ci radica in maniera più profonda nella filiazione divina, ci incorpora più saldamente a Cristo, rende più forte il nostro legame con la Chiesa, associandoci in maniera più stretta alla sua missione ed aiutandoci a testimoniare con più fortezza la nostra fede cristiana con le parole e le opere. Imprimendo il carattere, possiamo dire che ci rende perfetti cristiani, cioè cristiani adulti.

L’Eucaristia.

L’Eucaristia (che letteralmente significa “azione di grazie”, “ringraziamento”) è il sacramento che sotto le specie o apparenze del pane e del vino contiene realmente il corpo ed il sangue di Cristo. L’Eucaristia, in sé, non è soltanto un sacramento, ma è anche un sacrificio (e da questo punto di vista viene più comunemente chiamata Santa Messa). Il sacramento è qualcosa che ci viene donato, il sacrificio è qualcosa che viene offerto a Dio. Nell’Eucaristia intesa come sacramento il Signore si dona a noi per riempirci con la sua grazia, nell’Eucaristia intesa come sacrificio si rinnova la sua offerta al Padre per la nostra salvezza. Lo scopo principale dell’Eucaristia come sacramento è la santificazione dell’uomo, quello dell’Eucaristia come sacrificio è la glorificazione di Dio. Come sacramento, poi, l’Eucaristia è una realtà permanente (Santissimo Sacramento), mentre come sacrificio è una realtà transuente (la quale si realizza durante la Santa Messa).

Si è già detto sopra che l’Eucaristia è un sacramento particolare. Infatti, mentre l’effetto delle parole negli altri sacramenti è qualcosa che riguarda l’anima di chi li riceve, nell’Eucaristia è un qualcosa che riguarda la materia stessa del pane e del vino, che diventano il vero corpo ed il vero sangue di Cristo, il quale è in essa realmente presente nella sua realtà fisica e sostanziale (così come è presente nella sua divinità). E’ questa una verità che è sempre stata affermata con incrollabile fermezza dalla Chiesa.

In forza delle parole della consacrazione, nell’ostia e nel contenuto del calice si fa presente direttamente la sostanza del corpo e del sangue di Cristo, mentre tutti gli altri aspetti (dimensione, peso, colore, ecc) del corpo e del sangue sono presenti per concomitanza. La transustanziazione (così viene chiamata la trasformazione, mediante la consacrazione, del pane e del vino nel corpo e nel sangue del Signore) lascia infatti immutato l’aspetto esteriore del pane e del vino. Ecco spiegato come tutto Cristo, con tutta la sua realtà corporea, possa essere veramente presente anche in un piccolo frammento di ostia. La presenza reale del corpo e del sangue nelle specie eucaristiche perdura fino al perdurare di queste, fino cioè a quando queste conservano le apparenze del pane e del vino. Ecco perché noi adoriamo il Santissimo Sacramento presente nel tabernacolo.

Essendo data sotto forma di cibo, l’Eucaristia ha come effetto quello di nutrire l’anima e, visto che l’anima si può nutrire solo della grazia di Dio, di accrescere la grazia santificante. Inoltre, il cibarsi indica che ciò che viene santificato diventa una cosa con noi. Nell’Eucaristia avviene qualcosa di simile, seppure in modo opposto a ciò che avviene con i normali alimenti. Gli alimenti normali, infatti, si trasformano nei tessuti del nostro corpo, nel caso dell’Eucaristia, invece, siamo noi che veniamo assimilati a Cristo, trasformandoci in ciò che mangiamo. Ecco dunque che questo sacramento completa quell’incorporazione a Cristo iniziata nel Battesimo (1 Cor 10,16 s.).

Dal punto di vista dell’Eucaristia come sacrificio, possiamo dire che questa è lo stesso sacrificio della Croce reso presente sull’altare, anche se Gesù non viene nuovamente crocifisso. Ciò è reso possibile dal fatto che nell’Eucaristia si moltiplica la presenza senza che si moltiplichi la realtà. Infatti, l’unico corpo del Signore che è in Cielo è anche presente, senza moltiplicarsi, in tutte le ostie consacrate. Così, analogamente, il sacrificio della croce viene nuovamente offerto senza che in se stesso venga moltiplicato.

Gesù risorto, seduto alla destra de Padre, conserva quell’atteggiamento di offerta interiore che aveva quanto si immolava sulla Croce. Ciò non basta però perché si possa dire che egli offre un sacrificio: il sacrificio, infatti, comporta un’offerta esteriore che manifesti quella interiore. Quando Gesù morì sulla croce la sua offerta interiore divenne manifesta grazie alla sua morte fisica, accettata per amore. Quando celebriamo la Messa, invece, quella stessa offerta interiore viene manifestata nel segno sacramentale della consacrazione del pane e del vino, la quale rappresenta, in qualità di memoriale, la morte di Gesù avvenuta una sola volta per tutte. Ecco perché tanto la morte sulla Croce che la Messa sono un sacrificio, dato che vi è l’unione dell’offerta interiore con un segno esteriore, e sono sostanzialmente lo stesso sacrificio, dato che è l’offerta interiore, per così dire, l’anima del sacrificio. Ed ecco perché possiamo dire che è Cristo il vero celebrante della Messa, offrendo il sacrificio servendosi dei suoi ministri.

Durante la Messa, il sacerdote consacra l’Eucaristia, pronunciando le parole a nome di Gesù. Una volta che la vittima divina è stata resa presente sull’altare, tutti i fedeli presenti si uniscono al celebrante e concorrono con lui nell’offrirla al Padre.

Il sacrifico eucaristico è un sacrificio di adorazione e di lode, di ringraziamento, di riparazione dei peccati e di impetrazione di grazie. Esso viene offerto per i vivi e per i defunti. Oltre al frutto “generale”, che riguarda la Chiesa e tutto il mondo, la Santa Messa ha anche un frutto “specialissimo” riguardante coloro che vi partecipano (il celebrante ed i fedeli), in più può avere un frutto “speciale” per coloro per cui viene fatta celebrare.

La Penitenza.

La Penitenza, o Riconciliazione, o Confessione, è il sacramento che mediante l’assoluzione del sacerdote conferisce il perdono dei peccati commessi dopo il Battesimo a chi, sinceramente pentito, li confessa e accetta di compiere quegli atti imposti dal confessore. Il fondamento di questo sacramento si può ritrovare nel potere di rimettere e ritenere i peccati (Gv 20,23) e di legare e sciogliere (Mt 18,18) dato da Cristo ai suoi apostoli.

La Chiesa ha il potere di assolvere tutti i peccati, non importa quale sia la loro gravità.

La vita cristiana è vita di conversione. E il sacramento della Penitenza, vissuto con pienezza ed intensità, costituisce il traguardo di un cammino di fede e di conversione; è il segno mediante cui chi ha accolto l’annuncio salvifico della parola di Dio, mosso dallo Spirito Santo, riconoscendosi peccatore e perciò bisognoso della misericordia divina ritorna a Dio chiedendogli il perdono in modo da poter celebrare con i confratelli la riconciliazione. L’intima conversione del cuore viene espressa dal peccatore mediante la confessione fatta a Dio ed alla Chiesa, e con la debita soddisfazione e l’emendamento della vita.

Costitutivi del sacramento sono quindi gli atti del penitente (la contrizione, la confessione e la soddisfazione) e l’assoluzione da parte del ministro. Il ministro del sacramento della Penitenza deve essere un Presbitero.

La Penitenza è un sacramento di assoluta necessità per chi abbia commesso dei peccati gravi dopo il Battesimo. Non esiste, infatti, una forma di perdono extrasacramentale. Anche i peccati di chi, ad esempio, muoia senza aver potuto confessarsi gli saranno rimessi nella misura in cui, se avesse potuto accostarsi in vita al sacramento della Penitenza, lo avrebbe fatto.

La confessione dei peccati deve avere alcune caratteristiche: deve essere semplice, umile, pura nelle intenzione, segreta, discreta, sincera, orale, dolorosa, disposta all’obbedienza. Deve esprimersi in modo ecclesiale perché il pentimento sia veramente e totalmente umano e cristiano. E’ necessario confessare ad uno ad uno tutti i peccati mortali dei quali ci si ricordi commessi dopo l’ultima confessione valida. La Chiesa raccomanda la confessione anche dei peccati veniali, anche se questa non è necessaria, poiché tali peccati non sono in grado di farci perdere la grazia santificante. I peccati dimenticati, se ricordati in un secondo momento, dovranno essere confessati la volta successiva.

Nel linguaggio comune, per Penitenza si intende solitamente il terzo atto richiesto dal sacramento in oggetto: la soddisfazione. La vera conversione è piena e completa per mezzo della soddisfazione delle colpe commesse, l’emendamento della vita e la riparazione dei danni causati. Infatti, l’accettazione di opere penitenziali come riparazione dei peccati è segno e manifestazione che il cristiano si è distaccato dal proprio peccato. In caso contrario, verrebbe a mancare una parte importante della manifestazione ecclesiale della conversione interiore, che include l’impegno a correggere e distruggere il peccato, e a lottare per liberarsene. Attraverso l’atto riparatore, il penitente può prendere coscienza dell’ingiustizia perpetrata nei confronti di Dio, delle creature e del creato. E con cuore rinnovato dovrebbe cercare di rinnovare se steso e il proprio ambiente, collaborando meglio con gli uomini di buona volontà e rendendo testimonianza di carità, di giustizia, di prudenza e di fortezza.

Il senso profondo dell’assoluzione che il ministro pronuncia è quello di accogliere il fratello, in nome di Dio che lo perdona, e decidere la sua riammissione nella Chiesa. Ovviamente, l’assoluzione non può essere impartita se sono assenti una o più delle altre tre componenti del sacramento della Penitenza e quindi il sacramento si presenti “materialmente” difettoso.

L’Unzione degli infermi.

L’Unzione degli infermi è il sacramento in cui, per tramite dell’olio consacrato e la preghiera del sacerdote, viene concessa al malato la grazia che corrisponde al suo particolare stato di debolezza e di prova, il bene dell’anima e, talvolta, persino del corpo (Gc 5,14).

Gli effetti di questo sacramento si distinguono in specifici ed occasionali. Un effetto specifico è l’abolizione dell’eredità del peccato, la quale risulta aggravata dalla malattia. L’altro effetto specifico è il rinvigorimento spirituale, fino a far sì che il malato possa arrivare a trarre un vantaggio soprannaturale dalla sua malattia. Gli effetti occasionali, invece, sono la remissione dei peccati (se il malato non l’ha potuta ottenere per tramite de sacramento della Penitenza) e la guarigione fisica, qualora questa sia in qualche modo utile ai fini della salvezza eterna del malato.

L’Unzione degli infermi è il sacramento della santificazione della malattia, in quanto unisce il malato a Gesù sofferente che espia i peccati del mondo. Per ricevere questo sacramento è necessario versare in una situazione di pericolo, dovuta alla malattia o alla vecchiaia. Inoltre, in quanto si tratta di un sacramento dei vivi, è necessario che chi lo riceve sia nello stato di grazia e, possibilmente, che sia cosciente (per poter beneficiare pienamente degli effetti del sacramento).

L’Ordine sacro.

Il sacramento dell’Ordine è quello che, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera del Vescovo, conferisce un potere spirituale stabilito da Cristo nella Chiesa, e la grazia necessaria al fine di poterlo esercitare in modo degno e gradito al Signore.

L’origine di questo sacramento si può trovare nel fatto che Gesù conferì dei poteri particolari ai suoi apostoli, i quali poi, mediante l’imposizione delle mani, li trasmisero ai loro successori. La pienezza del potere conferito dall’Ordine risiede quindi nei Vescovi, quali successori degli apostoli, e solo parzialmente nei Presbiteri e nei Diaconi.

Anche il sacramento dell’Ordine imprime un carattere particolare, il quale consiste nel fatto di rendere conformi a Cristo, facendo partecipare al suo sacerdozio.

Tutti i battezzati partecipano al sacerdozio di Cristo, ma, mentre il carattere battesimale ci rende a questo partecipi in quanto membri del corpo mistico del Figlio di Dio (sacerdozio comune), il carattere dell’Ordine (tranne che per i Diaconi, i quali sono ordinati in vista del ministero e non del sacerdozio) rende partecipi del sacerdozio di Cristo in quanto Egli è il Capo della Chiesa (sacerdozio ministeriale). Ecco il motivo per cui il sacerdozio ministeriale non può essere conferito alle donne: una donna, infatti, non potrebbe rappresentare adeguatamente Cristo Capo e Sposo della Chiesa che si pone di fronte alla Chiesa sua Sposa.

Il Matrimonio.

L’alleanza matrimoniale, mediante la quale un uomo e una donna costituiscono fra loro un’intima comunione di vita e di amore, è stata fondata e dotata di leggi proprie dal Creatore. Per sua natura è ordinata al bene dei coniugi così come alla generazione e all’educazione della prole. Tra i battezzati è stata elevata da Cristo alla dignità di sacramento.

I ministri del Matrimonio sono gli stessi sposi. Il sacerdote che celebra il Matrimonio, infatti, non conferisce il sacramento, ma è solo un testimone qualificato del mutuo consenso degli sposi. Il Matrimonio dona agli sposi la grazia di amarsi con l’amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa.

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Categorie:Filosofia, teologia e apologetica

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35 replies

  1. Nelle specie eucaristiche sono presenti anche l’Anima e la Divinità di Cristo? Scusate la domanda da bambino asino che viene bocciato al catechismo

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    • Certo. Oltre a ciò, tutta la Trinità, che è l’unico Dio, è presente nell’Eucaristia, sebbene l’eucaristia non sia corpo del Padre e dello Spirito Santo perché solo il Figlio ha assunto la natura umana.

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    • Altro che domanda da bambino asino! GRAZIE a te e a tutti quelli che pongono quesiti che portano a chiarificazione di concetti non facilissimi……

      Questa domanda mi ha ricordato una tipica preghiera-canto di comunione:

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      • Troppo buona Trinity, grazie. A volte l’effetto-abitudine è micidiale. Spesso si ripetono meccanicamente formule come “Ti adoriamo qui realmente presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità”, dando per scontato di sapere ciò che si dice, ci si prostra faccia a terra davanti a tutti i tabernacoli, magari ci si interroga su sottigliezze e questioni inessenziali varie (tipo, che so, “è giusto consigliare ai divorziati risposati di fare la comunione spirituale?”)… e così non ci si accorge di ignorare le basi! Ci vuole un Trianello che provochi un salutare shock e ci faccia prendere coscienza della coltre di imparaticcio che ci ricopre! 🙂

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        • Giusto: “effetto abitudine” e “salutare shock”, ottime definizioni.
          È vero, è proprio una coltre di cui spesso non ci rendiamo conto….
          A me personalmente piacciono gli shock che spesso “subisco” rimanendo ancora sullo studio “basico” – nel senso che mi piace vedere affrontare le basi da diversi punti di vista (diversi studiosi) e approcci teologici/descrittivi differenti, anche se sostanzialmente uguali nei significati.
          Un’altra fonte di shock molto importante per me viene dai bambini del catechismo dei quali ascolto ‘religiosamente’ le domande e mi fermo a rispondere. Ieri un bambino, 9 anni, a proposito dell’ascensione in cielo di Gesù, dice : “quindi vuol dire che è morto di nuovo? Per la seconda volta?” 🙂
          Ovviamente il piccolo si riferiva all’espressione comune che avrà sentito molte volte nella sua vita quando gli adulti parlano ai bambini di un morto dicendo: “è andato in cielo”.
          Un’altra bambina ha chiesto perché era ‘speciale’ la resurrezione di Gesù e perché ai “cristiani” pareva strana , visto che già Lui aveva risuscitato altra gente prima.
          Un altro, sentendoci parlare noi catechiste di tutte queste feste ebraiche che avevamo precedentemente spiegato e alle quali Gesù partecipava obietta di colpo: “ma non era cristiano??” – cioè non capiva perché gli stavamo a parlare tanto degli ebrei 😀 😀 😀 Tradotto: “Ma che c’entra?”

          Insomma, ecco, di shock salutari ne subisco un bel pò 😀 e sono sempre utilissimi.

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          • Meglio che ora io mi sposti qua in sezione teologia perché nel topic adiacente mi stanno accusando di voler girare “armata col colpo in canna” !
            😀 😀 😀 😀
            Essendo quindi giunti al ridicolo, cambio aria 😀

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  2. Per Trianello

    “La confessione dei peccati deve avere alcune caratteristiche: deve essere semplice, umile, pura nelle intenzione, segreta, discreta, sincera, orale, dolorosa, disposta all’obbedienza. Deve esprimersi in modo ecclesiale perché il pentimento sia veramente e totalmente umano e cristiano. E’ necessario confessare ad uno ad uno tutti i peccati mortali dei quali ci si ricordi commessi dopo l’ultima confessione valida. La Chiesa raccomanda la confessione anche dei peccati veniali, anche se questa non è necessaria, poiché tali peccati non sono in grado di farci perdere la grazia santificante. I peccati dimenticati, se ricordati in un secondo momento, dovranno essere confessati la volta successiva.”

    Uhm. E quando si confessano dei peccati che, sebbene si prenda atto che siano considerati tali, non si riesce a convincersi interiormente della loro gravità?
    La contrizione infatti mi risulta che sia importante (necessaria?) nella Confessione, ma come facciamo se uno non riesce, anche dopo lunga meditazione e riflessione, a provare contrizione per certi peccati?

    Perché questo è un argomento che scotta. In caso di mancata contrizione la Confessione è invalida e quindi le opere successive (compresa la Carità, che pur si dice, stando alla prima lettera di Pietro, che “copre molti peccati”) non contano nulla perché commesse in stato di peccato mortale?

    Non saprei, davvero. Forse su questo (E SOLO SU QUESTO, perché il resto della teologia di Rahner non l’approvo) aveva ragione Rahner nel dire che ad essere determinante è la disposizione pro o contro Dio, piuttosto che il singolo atto?

    Boh, è davvero un bel rebus. Trovo questo articolo molto convincente, sulla questione https://pellegrininellaverita.com/2015/07/09/sul-pentirsi-di-non-riuscire-a-pentirsi/

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    • Non trovo affatto convincente l’articolo che hai postato. Il marinaio non riusciva a pentirsi per un motivo molto semplice: perché amava il suo peccato. Amare il proprio peccato è quello che impedisce di pentirci del proprio peccato. Male! Molto male. Amare il proprio peccato è la strada più veloce e sicura per l’inferno.

      Devi imparare a distinguere ciò che è giusto da ciò che ti piace.

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      • Il punto non è amare il proprio peccato, il punto è riuscire a convincersi che la tal cosa lo sia. Come ha spiegato bene Quell’articolo, la cosa importante è comunque confessarsi in ogni caso, ma se fosse necessaria la contrizione sempre e comunque la vedo molto grigia.

        Poi può darsi che tu abbia ragione, ma posso garantirti che, in tal caso, non sarà l’inferno ad essere vuoto (come dicono alcuni teologi coi quali NON concordo), ma il Paradiso. 😉

        E non è questione di “ciò che piace”, ad esempio potrebbe piacermi l’idea di evadere le tasse (e potrei farlo, visto che ho un’azienda) al fine di arricchirmi più di quanto sia lecito, tuttavia non lo faccio, e continuerei a non farlo anche se avessi la certezza matematica di farla franca. Questo perché trovo perfettamente convincente chi afferma che gravare sulle spalle di chi le tasse non può evaderle (ovvero i dipendenti) sia non solo sbagliato legalmente, ma moralmente.

        Ma ci sono altre cose nelle quali scorgere la “ratio” che gli sta dietro è un’impresa quasi impossibile.

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      • “Amare il proprio peccato è la strada più veloce e sicura per l’inferno.”

        Chissà. Magari quel marinaio, che si è confessato convinto di ricevere il perdono, si sarà sentito dire da Dio “via da me, maledetto, nel fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli!”. 😉

        Può anche darsi che sia andata così, ma se fosse andata cosi di certo Dio non potrebbe essere definito misericordioso. Al massimo giusto, a patto che uno abbia un codice morale tipo quello che vigeva ai tempi del codice di Hammurabi.

        In questo caso non ci vedrei poi molta differenza tra Stalin e Dio, anzi. Quasi quasi preferirei il primo, e comincerei a capire la ribellione di Satana e dei suoi angeli, in tal caso.

        Come ho già avuto modo di dirti, Frà centanni, abbiamo idee diverse su questi punti.
        Inutile proseguire oltre.

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        • Trovo a dir poco inquietanti queste tue considerazioni. Concordo, meglio non proseguire.

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          • Più che inquietanti direi logiche.

            È impossibile amare un Dio che è uno spietato dittatore. Un Dio del genere sarebbe solo un immondo macellaio degno solo dell’universale disprezzo e odio, altroché adorazione.

            Per fortuna, Frà, che il tuo Dio non è quello in cui credo io e la maggioranza dei cristiani. 😉

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          • Per Frà centanni

            “Trovo a dir poco inquietanti queste tue considerazioni. Concordo, meglio non proseguire.”

            Beh, guarda caso hai criticato quell’articolo, nonostante, se vai a leggere i commenti, è stato apprezzato praticamente da tutti.

            Come ti abbiamo detto più volte in tanti (non solo io), fanno più per la causa dell’ateismo e dell’anticristianesimo “”””””””cattolici”””””””” come te (sempre meno, grazie a Dio) che dieci pamphlet di Richard Dawkins o Sam Harris.

            Io, da parte mia, posso dirti che se avessi preso letteralmente alcune cose che hai scritto in altri topic sarei diventato non ateo (perché ateo lo sono stato, ma dopo aver visto certe cose https://pellegrininellaverita.com/2015/12/11/incontro-a-gesu-saggio-di-apologetica-cristiana-sulla-realta-dei-miracoli/#comment-18012 non potrei più ridiventarlo ) ma FIERO AVVERSARIO di dio e del cristianesimo.

            In effetti non c’è da stupirsi che “”””””””””cattolici”””””””” come te (mi riferisco sempre a cose che hai scritto in altri topic) producano mostri come l’amico dal dito corto, se hanno avuto “esempi” come te e ci sono cascati hanno anche la scusante. 😉

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    • L’elemento chiave qui credo sia “si confessano dei peccati che, sebbene si prenda atto che siano considerati tali”. Si sa che la Chiesa li considera tali, ma non si riesce a pentirsene. Ora, tralasciando la distinzione tra contrizione perfetta e contrizione imperfetta (in forza della quale riceve il perdono dei propri peccati anche chi non ne comprende l’intrinseca cattiveria ma se ne pente per timore del giudizio divino), un peccato per essere mortale deve essere avvertito come tale. Se mettiamo io ho commesso un peccato che la Chiesa considera gravissimo, ma non ne realizzo la gravità o l’intrinseca peccaminosità, allora c’è un margine perché la misericordia di Dio possa lavorare e perché io mi possa ugualmente salvare. Se io, in buona fede, non mi pento dei miei peccati è perché non riesco a considerarli tali, perché non riesco, in fondo, a scorgerne la peccaminosità, per cui si può dire che non ho piena avvertenza dei medesimi che, oggettivamente, sono peccati, ma, soggettivamente, non mi appaiono come tali.

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      • Chiarissimo Trianello.
        In effetti la questione mi è sempre parsa nebulosa su questo punto. Ottima spiegazione.

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        • Si tornerà su questi argomenti nella seconda parte di questi lineamenti, quella dedicata alla morale cattolica.

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  3. Per fortuna non saremo giudicati da Fra’ Centanni! La sincerità di quel soldato credo che lo salverà con molto purgatorio in più per purificarsi.

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    • Concordo Vincenzo. È una situazione nella quale mi trovo spesso anche io che, nonostante abbia cura di confessare tutti i peccati che riesco a ricordare, senza tralasciarne nessuno, ho enorme difficoltà a convincermi interiormente di alcuni di essi e quindi ad avere la contrizione.

      Ed è una cosa alquanto frequente, credimi.

      Se sono non solo cristiano cattolico, ma anche un cattolico che cerca, modestamente, in tutti i modi che gli è possibile di difendere la Fede è proprio perché non ho l’idea di Dio che ha Frà centanni.

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      • Chi non si pente non può promettere con sincerità di non peccare mai più. Di conseguenza la sua confessione non è valida.

        Se confessi tutti i tuoi peccati e prometti di non commetterli mai più, puoi stare tranquillo, non hai nulla da temere.

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        • Per la verità io non prometto mai a Gesù di non peccare più. Prometto di fare ogni sforzo per non peccare più. Per sincerità e correttezza almeno di fronte a Dio!

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      • @Vincent. Credo che bisogna distinguere tra sentimento ed intelletto. L’esempio chiaro è quello del perdono per chi ci ha offeso, in particolare chi ha ucciso un parente. Si perdona con la mente e per fede in primo luogo. I sentimenti hanno bisogno di tempo per essere dominati ed offerti a Dio come pena. La stessa cosa vale per certi nostri peccati. Si rimane probabilmente in una situazione a metà. Si è convinti di aver sbagliato, ma l’attaccamento ad essi ci impedisce di vivere con libertà piena e con trasporto il perdono che dona serenità. E’ la lotta continua per la santità.Mai fermarsi. Forse a volte non si è poi troppo convinti che siano peccati veramente? Oggi per molti cattolici credo sia così. Manca la piena convinzione intellettuale prima e non sempre si è convinti della legge morale che la chiesa ci richiede.

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    • Se fossimo giudicati da Frà centanni poveri tutti!!! 😀 😀 😀

      Purtroppo (e io rispetto la persona di Frà centanni ma non certe sue idee) il legalismo farisaico non è mai morto, è ancora ben vivo.
      E a questo punto permettimi di dirlo con franchezza, Vincenzo: riguardo a questo punto, nella Chiesa, ci sono due “sensibilità” molto diverse, e negarlo è da ciechi.

      Da un lato ci sono i fedeli con “sensibilità preconciliare/agostiniana”, che relegano praticamente il 95% del genere umano all’inferno, dall’altro ci sono quelli che la pensano come me e te.

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      • Altro che 95%. Fai pure il 99,99% dell’umanità, inclusi se stessi, perchè a volte è talmente forte la loro severità da non rendersi conto dei peccati di giudizio e mancanza di carità che compiono.
        Quale peccato più grande ci può essere che quello di sostituirsi al giudizio divino, credendo che la legge sia più grande della possibile misericordia di Dio?.Se non sbaglio si chiama “peccato contro lo spirito”.

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        • La cosa più grave è che portano persone ad abiurare dalla Fede col loro ritratto caricaturale di Dio.

          Tra il dio (la minuscola non è a caso) di certe persone e Satana sceglierei senza dubbio il secondo, almeno i demoni hanno senso dell’umorismo, anche se non è quello a cui siamo abituati di norma. 😉

          Formare avversari di Dio invece che cristiani credo che sia una cosa molto grave, anche se mi pare ovvio (o almeno ci spero) che sia un errore fatto in buona Fede da alcuni.

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          • Ma penso che quasi sempre siano in buona fede, realmente convinti di quello che pensano. Tra l’altro spesso non riescono a distinguere tra rispetto formale e rispetto sostanziale di una regola, col risultato di non saper , invece, cogliere le mancanze profonde che a volte si nascondono dietro a l’osservanza letterale d regole che , inevitabilmente, non possono descrivere nel dettaglio estremo ogni fatto umano.

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            • Sulla questione della differenza tra purificazione dal peccato e purificazione dagli affetti al peccato si esprime s.Francesco di Sales nella Filotea, che ho già citato su questo blog ma spero non me ne vogliate, purtroppo mi viene in mente solo lui. Ad ogni modo, credo che gli scritti dei Dottori della Chiesa – come appunto il Sales- facciano parte dell’insegnamento della Chiesa docente, anche se in modo meno cogente del magistero ordinario (sono lieta di accettare eventuali correzioni anche su questo punto 🙂 ). Riassumo i capitoli Vi e VII (peraltro brevissimi) della Parte Prima. Il santo raccomada a Filotea (cioè al lettore che aspiri a condurre una vita devota) di purficarsi dal peccato mortale con una confessione generale della vita intera. Al fine di suscitare sentimenti di vera contrizione consiglia di considerare il quadruplice danno provocato dal peccato (perdita della grazia santificante e del Paradiso, accettazione deliberata dell’Inferno, rinuncia all’amore divino). Operata la purificazione dal peccato mediante la confessione, Francesco di Sales consiglia di purificarsi anche dagli affetti al peccato; vale a dire dall’idea che il peccato, da cui pure ci si tiene lontani, sia piacevole. Il santo paragona l’anima che si trova in questo stato – quello di chi è uscito legalmente dal peccato, ma non se ne è allontanato con gli affetti del proprio cuore – ad un malato che, essendo stato informato dal medico che i meloni sono nocivi per la sua salute, se ne astiene, ma a malincuore, e dentro di sé reputa fortunato chi può mangiarne. Naturalmente l’autore afferma che anche chi si trova in questa condizione, pur non essendo in stato di peccato, è non solo in grave pericolo di ricadervi, ma si trova in una fase di torpore spirituale che rende poco fruttuose le pratiche di pietà. Suggerisce di seguito dieci meditazioni atte a purificarsi dagli affetti al peccato: per chi volesse approfondire rimando al libro intero, di lettura facilissima e reperibile tranquillamente online.

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              • Grazie Alessandra! 🙂
                Molto interessante.

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              • @ Vincent: Sono d’accordo con te sul fatto che l’immagine di un Dio-giudice possa ingenerare in molti la sfiducia nella divina bontà. Siamo, tuttavia, nell’anno della misericordia e la Chiesa sta facendo di tutto per parlare al mondo della misericordia di Dio. Non approvo, invece, la tua battuta sulla deliberata scelta del diavolo e sul presunto senso dell’umorismo dei demoni (evidentemente pensi ai diavoli buffoneschi delle sacre rappresentazioni medievali). Non si scherza con queste cose, perché rischi tu di dare un’idea falsa del male. Ciò che sappiamo del diavolo è che è la creatura più triste che esista, perché è eternamente separato da Dio. E’ invidioso, non ha pace, è superbo ma sa che sarà sconfitto, e odia il genere umano. Altro che senso dell’umorismo.

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              • P.S. Scusami se sono stata un po’ dura, ma penso fosse necessario parlare chiaro 🙂

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              • Ovviamente scherzavo sull’umorismo dei demoni.
                Se hai visto il perché mi sono convertito ti sarà chiaro che non posso pensare realmente certe cose. 🙂

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